Su invito di Angelo Gaccione, inserisco in
questo blog l’articolo di Elio Veltri sui paradisi fiscali (fr.z.)
Già inserito su "Odissea" al link
http://libertariam.blogspot.it/2017/07/soldi-imboscati-erubati-di-elio-veltri.html
Questo scritto documentatissimo e inquietante
di Elio Veltri, dà il quadro esatto di come il dibattito pubblico macina vento.
Questioni capitali come quelle sollevate da Veltri non trovano udienza nei luoghi deputati per eccellenza: Parlamento, partiti, movimenti, ambiti politici e istituzionali, ma sembrano altresì scomparse, dal dibattito intellettuale e culturale del Paese. Come stupirsi, dunque, se come ha documentato su queste stesse pagine Franco Astengo, analizzando la disaffezione elettorale, una minoranza sempre più sparuta decide di recarsi alle urne? Non ci si fida più perché il Palazzo ha scelto deliberatamente di occuparsi del vuoto, in una indegna campagna di "distrazione di massa". Il Paese nel suo insieme deve tuttavia sapere, che o si prenderà coscienza di quanto Veltri segnala da anni, o la democrazia stessa (quel che ne resta), potrebbe presto trasformarsi in cadavere.
Questioni capitali come quelle sollevate da Veltri non trovano udienza nei luoghi deputati per eccellenza: Parlamento, partiti, movimenti, ambiti politici e istituzionali, ma sembrano altresì scomparse, dal dibattito intellettuale e culturale del Paese. Come stupirsi, dunque, se come ha documentato su queste stesse pagine Franco Astengo, analizzando la disaffezione elettorale, una minoranza sempre più sparuta decide di recarsi alle urne? Non ci si fida più perché il Palazzo ha scelto deliberatamente di occuparsi del vuoto, in una indegna campagna di "distrazione di massa". Il Paese nel suo insieme deve tuttavia sapere, che o si prenderà coscienza di quanto Veltri segnala da anni, o la democrazia stessa (quel che ne resta), potrebbe presto trasformarsi in cadavere.
SOLDI IMBOSCATI E RUBATI
di Elio Veltri
Cesare
Beccaria, nel suo capolavoro “Dei delitti e delle pene”, che ha
influenzato la cultura giuridica e civile dell'Europa più di
qualsiasi altro libro, scrive: “l'unica e vera misura dei delitti è il
danno fatto alla nazione”.
Nei Panama Papers è comparsa la terza
lista di italiani con società nei paradisi fiscali: dopo la lista Falciani e
quella della banca svizzera Credit Suisse, sede di Milano, è la volta
dello studio legale Ramon Fonseca e Jurgen Mossak di Panama. Complessivamente,
per quanto è emerso dalle inchieste dell'International Consortium of Investigative
Journalists di cui fa parte L'Espresso, unico giornale italiano, si tratta di
oltre 25 mila italiani che hanno imboscato circa 30 miliardi di Euro nei
paradisi fiscali per non pagare le tasse. Una mega finanziaria. E poi dicono
che non ci sono soldi! La ricchezza individuale nascosta nei paradisi fiscali
viene stimata 7600 miliardi di dollari. Più del PIL di Germania e Regno Unito
messi insieme e quattro volte il PIL italiano. Soldi sottratti al fisco,
necessari per gli investimenti a sostegno dello sviluppo, contenere il
debito pubblico, garantire i servizi essenziali che di fatto si stanno
privatizzando senza dirlo (quando per eseguire una mammografia o una
colonscopia occorre aspettare un anno, la gente o rinuncia e non si cura o fa
qualsiasi sacrificio e va dal privato che esegue gli esami in tempi brevi e
magari lavora anche nell'ospedale pubblico dove le liste di attesa sono
lunghissime). I magistrati penali si attivano e dopo 10-15 anni qualcuno dei
pirati esportatori di capitali viene condannato. Ma i soldi non si trovano più
perché basta un colpo di mous per spostarli in altri 10
paradisi fiscali.
Inoltre è dimostrato che alcuni tecnici ben
pagati e al di sopra di ogni sospetto, sono capaci di “lavare” il denaro sporco
4 volte in una giornata. La soluzione del problema è politica e amministrativa:
l'Europa dovrebbe varare norme che prevedano la chiusura dei paradisi fiscali
che si trovano e operano nei paesi europei ed embarghi finanziari per quelli
degli altri continenti, accompagnati dall'annullamento dei rapporti e dalla
chiusura di società, sedi ecc. che operano sul suolo europeo. L'Italia che per
quantità di evasione, esportazione di capitali, corruzione, riciclaggio,
economia criminale e sommersa è prima in classifica, dovrebbe presentare una
proposta scritta alla Commissione Europea pretendendo che venga discussa,
chiedere il pronunciamento del Parlamento Europeo e la promozione di un
Referendum o una Consultazione popolare Europea. Con una iniziativa di tale
spessore sono assicurati il consenso dei popoli degli altri paesi e
l'attenzione dei rispettivi governi. Nel frattempo in Europa e in Italia i
soldi nascosti nei paradisi dovrebbero essere confiscati per consentire agli
Stati di incassare le tasse e comminare sanzioni pesanti accompagnate da
sanzioni morali e civili.
Per fare quanto propongo sarebbe
necessario che chi ha potere di decidere si renda conto di quanto succede e lo
consideri gravissimo, spregevole e criminale. Ma siccome Governo, Parlamento,
Regioni, Comuni non ne parlano, devo concludere che non si sono accorti di
nulla perché troppo presi dal teatrino della politica. Per esempio nessun capo
del governo in questa legislatura ha pronunciato le parole Corruzione, Evasione, Esportazione
di capitali, Riciclaggio,Economia mafiosa, assumendo
l'impegno di farne una priorità assoluta e di rendere conto al paese ogni 6
mesi.
La
novità qualche anno fa era venuta dalla Troika: Fondo Monetario Internazionale,
Banca Mondiale e OCSE che aveva deciso di approvare una “piattaforma fiscale
comune” per recuperare i soldi imboscati e rubati. Purtroppo gli anni passano e
nulla si muove. In Italia poi dichiarazioni che in altri paesi solleverebbero
problemi nell'opinione pubblica e nei governi, passano inosservate. Ricordo che
nel dicembre del 2009 il Procuratore della Repubblica Vito Zingani alla
Gazzetta di Modena aveva dichiarato: ”Anche a Modena i soldi
sporchi alimentano l'economia locale, quella onesta. Se per magia avessi il
potere di sradicare il crimine dalla città, mi caccereste perché l'avrei
rovinata”. Le parole pronunciate da un magistrato serio e preparato erano
pietre. Ma nessuno ha replicato o si è scandalizzato. In tempi recenti Antonio
Costa, ex responsabile ONU per la criminalità organizzata, intervistato da
Report ha affermato che tra il 2007-2008 banche italiane e non solo, in crisi
di liquidità, avevano preso soldi dalle mafie. Il meno che si potesse fare era
di convocarlo in Parlamento, segretare l'incontro, farsi dire il nome delle
banche e mandare a casa i banchieri responsabili. Nessuno si è meravigliato e
le affermazioni sono state ignorate.
Negli anni il nostro paese ha consolidato
insieme alla Grecia il primato della incidenza dell'economia sommersa e
criminale. Per cui, una parte consistente della ricchezza del paese è
sconosciuta all'erario, non paga le tasse, si alimenta di corruzione e
riciclaggio, viene esportata illecitamente. E viene alla luce solo quando la
magistratura scopre reati connessi, dal momento che partiti, istituzioni e
sindacati, anche padronali, non si accorgono di nulla. O se ne disinteressano.
Vale la pena fornire qualche dato sull'incremento del fenomeno di anno in anno.
Economia sommersa: il Fondo Monetario Internazionale per gli anni
1999-2001 ha analizzato il sommerso in 84 paesi. Tra i paesi dell'OCSE l'Italia
occupava il secondo posto con una incidenza del 27% del PIL, dopo la Grecia, a
fronte di una media europea del 10-15%. Dopo alcuni anni, nel 2007, L'Eurispes
dava valori più elevati pari a 549 miliardi di Euro su un Pil di 1500 miliardi
circa. I dati ISTAT erano più contenuti.
Nel
2010 Sergio Rizzo citava una stima di Kris Network of Business Ethics che
valutava l'evasione fiscale italiana circa 300 miliardi di euro di cui una
quarantina ascrivibili alla criminalità organizzata, compatibili con le
gigantesche proporzioni dell'economia sommersa del nostro paese. Nel 2004, per
evitare di scrivere castronerie in un libro, avevo inviato una lettera a Paolo
Sylos Labini chiedendo se con una montagna di economia sommersa e criminale, un
qualsiasi progetto di sviluppo, pur sostenuto da una concreta volontà politica,
a suo parere potesse decollare. Questa la sua risposta: “Caro Elio, conoscevo
già i problemi cui accenni nella lettera, ma vederne l'elenco sintetico mi ha
molto impressionato. Alcune delle stime non sono e non possono essere precise,
ma considerate le fonti, credo che gli ordini di grandezza siano quelli. Ce n'è
abbastanza per essere angosciati”.
Convinti che nessun governo sarebbe mai
stato in grado di tirare fuori il paese dalla crisi senza ridurre la quota di
economia sommersa e criminale, l'evasione fiscale, la quantità di denaro sporco
riciclato, equivalente al 10% del PIL, contrastare la corruzione diffusa
valutata 100 miliardi all'anno, un gruppo di persone di buona volontà, alcuni
dei quali competenti come Giorgio Ruffolo e Franco Archibugi, insieme ad
Alessandro Masneri, Luigi Zanda e chi scrive, dopo avere lavorato sodo e messo
nero su bianco, nel 2011 cercò di aprire un dibattito sull'argomento, abbaiando
alla luna. Con la crisi è aumentata l'evasione e, soprattutto, l'esportazione
di capitali. Secondo uno studio del nucleo valutario della guardia di finanza
del ministero dell'economia, il 29% del totale dell'evasione è costituita da
soldi portati illegalmente all'estero nei paradisi fiscali.
La cifra mi sembrava enorme e ho pensato
a un errore di scrittura. Ma mi è stata confermata con l'invio della
ricerca. Non so se anche noi dobbiamo comportarci come l'Her Majesty Revenue,
il fisco inglese, che ha pubblicato le foto di 20 evasori lanciando un appello
ai cittadini di segnalarli se li avessero visti.
Quanto all'economia criminale, nel
2014 Bankitalia ed Eurispes la stimavano 200 miliardi di Pil.
Per cui la mafie italiane si confermano prima azienda del paese, globalizzata e
fiorente, tanto che i suoi beni (soldi, azioni e altri titoli, immobili e
mobili) venivano stimati 1000 miliardi di euro, appena scalfiti dai sequestri e
dalle confische. Nel 2009 Piero Grasso in una relazione depositata alla
Commissione Antimafia affermava che le confische corrispondevano al 5% del
totale, che le cosche dispongono di personale umano inesauribile e che i canali
di rifornimento di droga non vengono individuati e quelli di riciclaggio non
vengono neutralizzati. A conferma, nel 2014 la commissione antimafia presieduta
dall'onorevole Bindi ha fatto un lavoro di verifica di tutta la legislazione
antimafia, mettendo in evidenza la pochezza delle confische dei beni e
l'assoluta inadeguatezza dell'Agenzia per l'amministrazione e la destinazione
degli stessi. A conclusione del lavoro la Presidente ha inviato una dettagliata
relazione al Parlamento. Non mi risulta che siano state convocate le Camere per
discutere seriamente il problema, trovare le soluzioni con l'obiettivo di
confiscare almeno la metà dei beni, venderli e destinare il ricavato alla
diminuzione del debito pubblico. C'è di peggio: il codice antimafia che detta
le regole per sequestri e confische, dopo l'approvazione della Camera, è fermo
al Senato da due anni circa. Il che significa che non è considerato un
provvedimento urgente e prioritario. Eppure, la lotta alle mafie si fa
mettendole in mutande perché inquinano le istituzioni e parte consistente
dell'economia legale, mettono a rischio la concorrenza e scoraggiano gli
imprenditori degli altri paesi ad investire in Italia.
Molto
interessante (ma quanti leggono?) Il Supplemento Statistico di Bankitalia
(Dicembre 2012) sulla ricchezza delle
famiglie italiane. La Banca Centrale scrive:
”Alla fine del 2011 la ricchezza netta
(reale come case, terreni, ecc. e finanziaria come titoli e depositi bancari,
meno i debiti, i più bassi d'Europa) delle famiglie italiane era pari a circa
8619 miliardi di euro, corrispondenti a poco più di 140 mila euro pro capite e
350 mila euro in media per famiglia. La componente finanziaria dell'intera
ricchezza superava i 3500 miliardi di euro ed era la terza al mondo, superiore
a quella di Francia e Germania. Quanti, di questi 3500 miliardi, sono poco
puliti, imboscati nei paradisi fiscali ed evadono il fisco? Quindi, un paese
ricco, anzi ricchissimo, ma diversamente ricco perché la metà più povera della
famiglie italiane deteneva il 9,4% della ricchezza totale, mentre il 10% più
ricco deteneva il 45,9% della ricchezza complessiva.
Nel mese di Luglio del 2014 il Governo
Italiano alla Camera ha risposto a due Question Time ed ha comunicato che negli
anni 2000-2012 lo Stato ha emesso ruoli di tasse accertate per 806 miliardi e,
ne ha incassato 69: 9 euro per ogni cento che avrebbe dovuto incassare.
Dell'argomento si sono interessati
alcuni giornali, ma nessuna trasmissione televisiva. Sole 24 Ore, quotidiano di
Confindustria ha dedicato alla risposta del governo e all'economia sommersa da
evasione e da esportazione di capitali una inchiesta fatta di molti articoli
con titoli che si commentano da soli: “I globetrotter dell'evasione fiscale”,
“Con la crisi la ricchezza vola nei paradisi fiscali”, “Lo Stato riesce a
incassare solo nove euro su cento” ecc.
Eppure da mattina a sera, in tutte le
sedi, si predica a favore della diminuzione delle tasse facendo finta di non
capire che con una evasione fiscale che si aggira tra 150 e 200 miliardi di
euro all'anno, per diminuire le tasse bisogna chiudere i servizi essenziali: scuole,
ospedali ecc.
Nella
riunione del G8 di qualche anno fa è stato il premier inglese Cameron a dettare
l'agenda dichiarando guerra ai Paradisi Fiscali. Se Cameron e Obama avevano
posto il problema e, con 30 anni di ritardo, si erano convinti della necessità
di condurre una lotta seria all'evasione fiscale, alla corruzione e alla
criminalità organizzata, è perché i conti non tornavano. Per lo Stato, infatti,
il saldo tra l'attrazione di investimenti e la moltiplicazione di società
esentasse o quasi, e l'evasione fiscale anche da esportazione di capitali, è
negativo.
A chi chiedeva al prof Ukmar cosa
si può fare per neutralizzare i Paradisi fiscali, il grande fiscalista
rispondeva: “Chiudeteli tutti”. In subordine “è necessario mettere al bando gli
operatori che li usano”. Dei cinquecento miliardi sottratti ogni anno
alle entrate dello Stato sembra che nessuno si preoccupi, mentre la battaglia
delle battaglie si fa sui vitalizi dei parlamentari, costo 180 milioni
all'anno. La conseguenza di dequalificare ancora di più il Parlamento è da
mettere in conto perché vi entreranno solo nullafacenti, disoccupati e
mascalzoni. Nessun professionista serio e preparato, infatti, chiuderà lo
studio per qualche anno o rinuncerà alla sua professione, con il rischio di cambiare
in peggio il tenore di vita personale e della famiglia.
Elio Veltri
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