90 anni e via "Presto sarò come gli altri, arriva il
turno di tutti"
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sabato 26 novembre 2016
venerdì 17 giugno 2016
dedicata a Jo Cox
A Jo Cox
Pare che fosse
una ragazza
che amava il
mondo
Senza cercarlo
incontrò
forse un uomo
che amava del
mondo una parte
Il tutto e la
parte
si scontrarono
senza parlarsi
In quella
parte di mondo
parlava nell’istante
la pistola
lunedì 4 aprile 2016
Panama Papers ed il forziere dei nostri santi
Una
talpa, illuminata dal desiderio di sacra verità o sacra vendetta, rivela i file
segreti di oltre 200 mila società offshore create dallo studio Mossack Fonseca
di Panama.
Certo, lo sapevamo che le Isole Caimans e Panama
erano paradisi fiscali e luoghi di riparo per ogni sorta di tesaurizzazione privata;
ma vedere i nomi di quelli che hanno il
tesoro fa un certo effetto.
Chi si
aspettava che un Putin e un Camerun non si fidassero di affidare i loro tesoretti
alla Russia e alla Gran Bretagna. Ad essi si aggiungono alti dirigenti cinesi,
il presidente ucraino Poroshenko, il re dell'Arabia Saudita, Salman bin Abdulaziz Al Saud e il
sovrano del Marocco Mohammed VI. E la lista dei nomi
promette di ingrossarsi a dismisura. Una grande internazionale della fuga dei
capitali, per evitare il fisco nel
proprio paese e per costruirsi una buona e sempre possibile residenza lontana
dal proprio paese; mentre magari nel proprio paese si gioca a fare la parte
degli integerrimi e si perseguitano i piccoli evasori.
Accanto a questi isospettabili uomini politici
non mancano uomini delle mafie e del cartello del traffico di droga. Non
mancano rispettabili industriali che si sono stancati di fare gli imprenditori
e che preferiscono il parassitismo finanziario. Non mancano poi gli arricchiti
fortunati che, per loro qualità e per le regole del
mercato, sono stati pagati in modo
esorbitante per le loro prestazioni: manager, calciatori, artisti, mediatori di
affari ecc..
Fra poco ci diranno che, tranne qualche caso
problematico, poi in fin dei conti, era tutto regolare e lentamente tenderanno a
stendere un velo fino alla totale dimenticanza, e ricominciare come se nulla
fosse.
Ma questo bubbone che sta facendo marcire il
pianeta non è solo un fatto di frode e di evasione, è proprio un bubbone
prodotto dalla grande ricchezza non investita e tesaurizzata. Anche il
cosiddetto denaro guadagnato onestamente,
ma in modo esorbitante, va a fare parte della massa di capitale
finanziario tesaurizzato, investito in speculazioni finanziarie e che non dà
alcun impulso a investimenti produttivi.
In un
mondo che abbonda di ricchezza e di spreco si stende e spande la miseria
diffusa dei diseredati; con il problema ancora
insoluto della fame di bambini denutriti
che fa arricciare il cuore.
Una volta c’era la lotta di classe, o almeno
si parlava di lotta di classe; oggi ci sono le appartenenze di religione, di
razza, di etnia. Su queste appartenenze ci hanno soffiato come su un fuoco
sulla paglia gli stessi grandi speculatori; non possiamo e non dobbiamo mai
dimenticare l’appoggio dato dagli USA all’integralismo islamico negli anni
ottanta. Sono riusciti a creare un’altra realtà, ed ora è diventata così grande
che gli è quasi scappata di mano. Si parla di guerre sante con i forzieri del
tesoro ben tenuti al riparo; ci sarà sempre un Hotel di lusso per ricchi in
qualche isola con il mare incontaminato, mentre il resto del mondo brucia nelle
fiamme della guerra e della miseria.
Ad una internazionale dei miliardari si può solo
rispondere con l’ Internazionale dei
diseredati capace di superare i conflitti
religiosi ed etnici, altrimenti è la fine.
Nessuna nostalgia però del passato, perché se
guardiamo nel passato scopriamo grandi errori: il comunismo statalista ha
fallito nel suo compito; il socialismo riformista si è fatto fagocitare dallo
stesso capitalismo finanziario.
L’etica dell’uomo nuovo non si può costruire
con prediche e neanche con tappe forzate. Va amata la libertà di ogni singolo
uomo ma va data dignità ai bisogni essenziali di ogni singolo uomo; va costruito faticosamente un cammino di
uguaglianza preservando beni essenziali come l’aria, l’acqua e la terra.
Non c’è una sola ricetta miracolosa; ogni uomo che ha un’idea e una ricetta la
sveli e la condivida, non abbia paura di confrontarla, non si faccia prendere
dalla superbia esercitata con la parola; la parola serve per comunicare ed è l’unico bene umano prezioso con cui cercare
la verità.
Francesco
Zaffuto
domenica 28 ottobre 2012
SIMILITUDINI
La notizia che un capo del partito comunista cinese è un miliardario
mi ha spinto a scrivere una riflessione dal titolo Similitudini.
Questa riflessione però l'ho collocata nel mio blog Grovigli di parole, allego il link
chi volesse leggere o lasciare commenti prego farlo sull'altro blog
venerdì 7 ottobre 2011
8-9 ottobre - Qualcosa sul CHE

Giace disteso come il Cristo del Mantegna ma con accanto chi descrive le sue ferite e si vanta della sua morte.
Ecco la cronaca di quei giorni
“….. Ernesto Che Guevara viene fatto prigioniero l'8 ottobre del 1967 è portato nella scuola di La Higuera in cui rimane fino al 9 mattina; venne informato dell'arresto il Presidente della Bolivia, che alle nove di sera si reca dall'ambasciatore degli Stati Uniti a La Paz e alla sua presenza telefona a Washington: la risposta fu che il Che doveva morire e subito, perché costituiva un grave pericolo per gli interessi degli Stati Uniti e della Bolivia. … Decisero quindi di ucciderlo … Gli spararono all'una e dieci del giorno 9.
Nel pomeriggio il cadavere venne trasportato a Valle Grande nell'ospedale Señor de Malta, dove gli tagliarono le mani per permettere ai periti argentini di fare le prove dattiloscopiche. Gli agenti della Cia volevano tagliargli anche la bella testa per inviarla negli Stati Uniti, ma i medici di Valle Grande si opposero e il cadavere venne dapprima esposto a Valle Grande e poi sepolto in un luogo segreto, in una fossa comune, nei pressi dell'aeroporto di quella città. ….”
Questi brani sono stati tratti da
che contiene una curata biografia sul Che.
Era il lontano 1967, l’anno dopo il volto del Che diventava il simbolo delle lotte dei giovani in tutto il mondo. Il Che non era un uomo di pace, ma è stato amato anche dagli uomini di pace perché la sua lotta era in difesa dei diritti universali dell’uomo. Il tempo ha offuscato tanti miti della storia, quello del Che continua a vivere per la grande generosità con cui visse la sua vita; Guevara non capitalizzò le sue vittorie, aveva la consapevolezza di continuare a lottare finché c’erano oppressi in ogni angolo della terra, ecco alcune sue frasi del discorso ai giovani del 1962: “… vi chiedo di essere essenzialmente umani, ma così umani da avvicinarvi al meglio di ciò che è umano, purificare il meglio dell'uomo attraverso il lavoro, lo studio, l'esercizio della solidarietà continua con il popolo e con tutti i popoli del mondo; sviluppare al massimo la sensibilità fino a sentirvi angosciati quando in qualche angolo di mondo si uccide un uomo ed esultare quando in qualche angolo di mondo si alza una nuova bandiera di libertà. “
venerdì 4 marzo 2011
Jiabau - Felicità per il popolo

Jiabau, Jiabau
disse: felicità per il popolo.
Jiabau, Jiabau
e la luna disse:
a quando la libertà?
disse: felicità per il popolo.
Jiabau, Jiabau
e la luna disse:
a quando la libertà?
Nella chat online di domenica scorsa il premier Wen Jiabau ha definito la felicità come la capacità di dare “al popolo una vita confortevole e sicura, serenità mentale, fiducia nel futuro”.
La notizia viene riportata su
http://leviedellasia.corriere.it/2011/03/il_partito_della_felicita.html
Non ci siamo signor Jiabau, la felicità non è solo una vita confortevole per la classe media che sostiene il potere. La vita confortevole senza la libertà di divulgazione del pensiero è solo istupidimento.
Ci sono ben nove parole da bilanciare:
Pane ......Lavoro . .....Libertà ..... Uguaglianza
Giustizia .... Fratellanza ..... Laicità
Pace ..... Felicità
04/03/11 francesco zaffuto
Ci sono ben nove parole da bilanciare:
Pane ......Lavoro . .....Libertà ..... Uguaglianza
Giustizia .... Fratellanza ..... Laicità
Pace ..... Felicità
04/03/11 francesco zaffuto
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Immagine della luna piena
sabato 9 ottobre 2010
Sto con Liu Xiaobo

Ieri avevo scritto un breve intervento in cui dicevo che stavo con Feltri ed avevo precisato che ci stavo solo per un giorno; oggi voglio dire che sto con Liu Xiaobo, per più motivi.
Da giovane sono stato comunista, addirittura maoista; ma nel profondo del mio cuore desideravo un comunismo fondato su pane, lavoro e libertà. Scoprire, da meno giovane, che poteva essere fatto di poco pane, di tanto duro lavoro e senza la libertà di espressione, mi ha portato ad essere vicino a chi protestava in Piazza Tiananmen. Infine da vecchio, sentire che una Cina, che non ha ammainato la bandiera rossa, sia piena di liberi ricchissimi capitalisti e di pensatori in prigione, mi porta a stare con Liu Xiaobo, anche se confesso che lo conosco poco.
Oggi non so come definirmi politicamente, sono solo vagamente di sinistra, sto con Liu Xiaobo, ma desidero ancora per me e per tutti pane, lavoro e libertà.09/10/10 francesco zaffuto
(immagine “ tramonto dell’ideologia”china © francesco zaffuto )
nota descrittiva dell'immagine per disabili visividisegno in china: profilo in primo piano, appena tratteggiato, di un uomo seduto e in stato di abbandono, che guarda verso un incrocio di colline dove il sole tramonta; in centro si dispiega una bandiera, appena toccata di rosso, sta sospesa, nessuno la tiene.
mercoledì 4 agosto 2010
Scorciatoie, utopia e necessità

Svegliarsi quando si comincia ad essere vecchi, con qualche acciacco (se l’acciacco non è grave) può essere utile, ti rendi meglio conto che non sei immortale e che attorno a te navigano costantemente accidenti e microbi. Se poi sono le sei del mattino, e non c’era motivo di svegliarsi così presto, riuscirai ad essere anche tu un accidenti per chi dorme ancora. Se poi è il giorno del tuo compleanno riesci a perdonarti e cominci a fare delle riflessioni come se fossero il sale della terra.
Vediamo: tra un giovane e un vecchio la differenza sono gli acciacchi e questa l’ho capita. Ma quale differenza c’è tra l’essere giovani oggi e l’esserlo stati tempo addietro. Chi è stato giovane nel ’68, come me, rimane stupidamente presuntuoso e ibernato in una condizione giovanile eterna. Ahh...noi sì...eh eh...perbacco. Ma siamo solo stati un po’ fortunati perché in quell’epoca si poteva credere in qualche scorciatoia per cambiare il mondo. Tutto qua: la revolucion amigo. I giovani di oggi non hanno quella scorciatoia, all’orizzonte non spuntano bandiere; alcuni desiderandole si deprimono e altri si sono fatti convinti che non possono spuntarne mai.
Vediamo: tra un giovane e un vecchio la differenza sono gli acciacchi e questa l’ho capita. Ma quale differenza c’è tra l’essere giovani oggi e l’esserlo stati tempo addietro. Chi è stato giovane nel ’68, come me, rimane stupidamente presuntuoso e ibernato in una condizione giovanile eterna. Ahh...noi sì...eh eh...perbacco. Ma siamo solo stati un po’ fortunati perché in quell’epoca si poteva credere in qualche scorciatoia per cambiare il mondo. Tutto qua: la revolucion amigo. I giovani di oggi non hanno quella scorciatoia, all’orizzonte non spuntano bandiere; alcuni desiderandole si deprimono e altri si sono fatti convinti che non possono spuntarne mai.
Questi giovani non sono .... ehh ...eh... ecc. . Evitiamo di dare fiato al presuntuoso di turno.
Questo è un mondo dove sono scomparse le scorciatoie e i problemi si sono ingigantiti. Questo è un mondo con la natura in scadenza, il clima in scadenza, con uomini che continuano a nascere e ogni uomo si crede un centro, tra poco 9 miliardi di centri, centri che pensano di avere delle idee ma con idee di terza mano, dove tutti si credono diversi, importanti o depressi che è la stessa cosa, dove l’egualitarismo non è di moda e la libertà non si capisce cosa sia. Un mondo che non ha tempo, con il tempo di una Storia che sta dietro densa di cazzate e di violenza, piena di faraoni e di cesari. Un mondo dove ci sta ancora chi cerca la terra promessa senza capire che quella terra è il pianeta. Con uomini che cercano un riconoscimento come popolo, come razza, come cultura, senza passare dal riconoscimento dell’uomo, dalle sue miserie e dal dignitoso desiderio di un briciolo di felicità.
Un mondo così ha bisogno di una grande utopia, non una di quelle utopie che si deve realizzare in un tempo lontano: una utopia grande e urgente. La revolucion amigo? Ancora, ancora più grande: un mondo unito, senza eserciti, anzi con un solo esercito impegnato a pulire la terra e a produrre alimenti, dove ogni uomo è ben lieto di lavarsi i suoi pedalini senza pretendere schiavi, dove il pensare è usato per capire il senso più profondo della parola libertà.
“Non stai dicendo niente di nuovo amigo, l’hanno già detto altri pazzi prima di te e qualcuno è finito pure male. “ Va beh so pazzo, questa volta però solo questa pazzia vi può dare una chance per salvare le vostre ch....
04/08/48 francesco zaffuto
domenica 4 luglio 2010
CUBA: FARINAS IN FIN DI VITA

Havana - Il dissidente cubano Farinas, in sciopero della fame da 4 mesi, e' in fin di vita. Lo riferisce il quotidiano del Partito comunista cubano Granma, precisando che Farinas ha comunque riacquistato un po' di peso grazie alle flebo che gli vengono somministrate nell'ospedale di Santa Clara, dove e' stato ricoverato l'11 marzo scorso .
"Ha una trombosi alla vena giugulare, molto vicino ai polmoni e al cuore. C’è il rischio che possa essere fatale", ha detto la madre di Farinas.
L’alimentazione forzata a cui era sottoposto non si riesce a continuare a causa di un’infezione batteriologica e viene sostenuto solo con alcuni minerali e zuccheri per via endovenosa.
Il dissidente ha cominciato lo sciopero della fame il 24 febbraio per chiedere la liberazione di una ventina di detenuti malati considerati prigionieri di coscienza da Amnesty International.
Il governo cubano nega che ci siano detenuti politici e considera gli oppositori "mercenari" pagati dagli Stati Uniti.
Per Farinas, psicologo e giornalista di 48 anni, questo è lo sciopero della fame numero 21 dal 1995 (in pratica Farinas può essere paragonato in qualche modo al nostro Pannella). L’ultimo sciopero della fame il giornalista cubano lo ha mantenuto nel 2006 per sei mesi per chiedere l’accesso libero ad Internet per tutti i cubani.
Compagno Fidel,
è vero che non esistono detenuti politici a Cuba?
è vero che a Cuba esiste la libertà di stampa e di espressione?
Il «Lìder màximo» in persona dopo la morte di Orlando Zapata decise di parlare e con un biglietto indirizzato al presidente del Brasile e letto alla televisione nazionale ha detto : «sa da tempo che nel nostro paese mai alcuna persona è stata torturata. Mai è stato ordinato l’assassinio di un avversario, mai si è mentito al popolo. Alcuni invidiosi del suo prestigio e della sua gloria, e peggio ancora, coloro che sono al servizio dell’impero, l’hanno criticato per la sua visita a Cuba. Si sono serviti per ciò di calunnie che circolano da mezzo secolo contro Cuba».
"Ha una trombosi alla vena giugulare, molto vicino ai polmoni e al cuore. C’è il rischio che possa essere fatale", ha detto la madre di Farinas.
L’alimentazione forzata a cui era sottoposto non si riesce a continuare a causa di un’infezione batteriologica e viene sostenuto solo con alcuni minerali e zuccheri per via endovenosa.
Il dissidente ha cominciato lo sciopero della fame il 24 febbraio per chiedere la liberazione di una ventina di detenuti malati considerati prigionieri di coscienza da Amnesty International.
Il governo cubano nega che ci siano detenuti politici e considera gli oppositori "mercenari" pagati dagli Stati Uniti.
Per Farinas, psicologo e giornalista di 48 anni, questo è lo sciopero della fame numero 21 dal 1995 (in pratica Farinas può essere paragonato in qualche modo al nostro Pannella). L’ultimo sciopero della fame il giornalista cubano lo ha mantenuto nel 2006 per sei mesi per chiedere l’accesso libero ad Internet per tutti i cubani.
Compagno Fidel,
è vero che non esistono detenuti politici a Cuba?
è vero che a Cuba esiste la libertà di stampa e di espressione?
Il «Lìder màximo» in persona dopo la morte di Orlando Zapata decise di parlare e con un biglietto indirizzato al presidente del Brasile e letto alla televisione nazionale ha detto : «sa da tempo che nel nostro paese mai alcuna persona è stata torturata. Mai è stato ordinato l’assassinio di un avversario, mai si è mentito al popolo. Alcuni invidiosi del suo prestigio e della sua gloria, e peggio ancora, coloro che sono al servizio dell’impero, l’hanno criticato per la sua visita a Cuba. Si sono serviti per ciò di calunnie che circolano da mezzo secolo contro Cuba».
Nel crudele secolo che è stato il novecento siamo stati in tanti a guardare a Cuba con speranza; c’era il riscatto dalla dittatura batista, c’era la liberazione dei popoli del Sud America, c’era la figura del Che morto che ci spezzava il cuore.
La lotta per una società più giusta è inscindibile dalla lotta per la libertà e per la verità; allora compagno Fidel è il caso di verificare le tue stesse parole: a 83 anni, fai appello alle tue ultime energie, fai un giro nelle carceri e chiedi ad uno ad uno a quei dissidenti che ti ha indicato Farinas “cosa c’è che non va a Cuba ?”, sicuramente ti servirà come bilancio e può essere un gesto che apre un nuovo orizzonte per il mondo che resta dopo di noi, mondo che ha bisogno di credere nella giustizia e nella libertà.
04/07/10 francesco zaffuto
immagine - carcerati Van Gogh
AGGIORNAMENTI SULLA NOTIZIA
http://it.euronews.net/2010/07/09/il-dissidente-cubano-farinas-interrompe-lo-sciopero/
domenica 3 gennaio 2010
Il ricordo di un secolo crudele

03/01/10
la bandiera rossa diventa simbolo proibito in Polonia
.
L’amico Vittorio Stringi (voce poetica della Sicilia http://www.vittoriostringi.it/ ), nel corso di una telefonata natalizia, mi ha sollecitato la riflessione che segue su un recente fatto emblematico: la bandiera rossa diventa simbolo proibito in Polonia.
La notizia risale al 28 novembre 2009, ma vale la pena di rifletterci sopra perché produrrà i suoi effetti nel 2010. Il presidente polacco Lech Kaczynski ha firmato l’emendamento al Codice penale che vieterà la produzione e diffusione, di simboli di propaganda delle idee comuniste. L’emendamento approvato dal Senato polacco prevede la pena di reclusione fino a due anni, la legge entrerà in vigore 6 mesi dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.
La notizia risale al 28 novembre 2009, ma vale la pena di rifletterci sopra perché produrrà i suoi effetti nel 2010. Il presidente polacco Lech Kaczynski ha firmato l’emendamento al Codice penale che vieterà la produzione e diffusione, di simboli di propaganda delle idee comuniste. L’emendamento approvato dal Senato polacco prevede la pena di reclusione fino a due anni, la legge entrerà in vigore 6 mesi dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.
Ecco l’articolo 256 del Codice penale polacco dopo l’emendamento di modifica.
Art. 256
§ 1. Tutti coloro che pubblicamente fanno propaganda per regimi fascisti o per ogni altro regime totalitario o lancino appelli all’odio su basi nazionali, razziali, religiose, sono soggetti a sanzioni, restrizioni e privazioni della libertà, fino a una pena di 2 anni.
§ 2. La medesima pena deve essere comminata a chi, allo scopo di propagandare, produrre, importare, affittare, immagazzinare, presentare, trasportare o inviare oggetti contenenti simboli descritti nel § 1 o recanti simboli comunisti.
La storia della Polonia nel novecento, prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, è stata
caratterizzata da una particolare crudeltà, il suo territorio fu invaso dalla Germania di Hitler e dall'Unione Sovietica e spartito fra i due Stati aggressori sulla base del Patto Molotov-Ribbentrop. I due regimi totalitari e nemici tra loro, furono capaci di stabilire un patto provvisorio di pace per spartirsi la Polonia. Il paese soffrì quell’occupazione, ci furono più di 6 milioni di morti in quella guerra, metà dei quali ebrei polacchi.
Alla fine della guerra la Polonia si trovò suo malgardo nel blocco sovietico con un governo comunista, conobbe i cupi aspetti dello stalinismo, la morsa oppressiva si allento solo dopo il 1956; ma per una speranza di libertà la Polonia dovrà attendere gli anni ottanta e il movimento di "Solidarność".
La nuova norma del Codice penale polacco, che accomuna simboli del nazismo e simboli del comunismo, deriva sicuramente dal ricordo del novecento che è stato un secolo crudele.
Ma nazismo, fascismo e comunismo si possono considerare come se fossero la stessa cosa?
Credo che identificare il comunismo con la sola esperienza totalitaria dello stalinismo sia come identificare la storia della cristianità con la sola esperienza della Santa Inquisizione.
Il comunismo è un movimento molto complesso e di carattere universalista. Le pratiche comuniste affondano le loro radici in epoche lontane della storia dell’uomo: “Or tutti coloro che credevano stavano insieme ed avevano ogni cosa in comune. E vendevano i poderi e i beni e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E perseveravano con una sola mente tutti i giorni nel tempio e rompendo il pane di casa in casa, prendevano il cibo insieme con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo.” (Atti degli Apostoli, 2,44-47)
Se vogliamo considerare la parola comunismo facendo solo riferimento alla storia moderna, dobbiamo considerare in modo diverso l’apporto marxista da quello precedente degli utopisti (Babeuf, Saint-Simon, Fourier....); come nello stesso periodo di Marx non possiamo ignorare la posizione libertaria sostenuta da Bakunin; agli inizi del novecento non possiamo ignorare le divergenti posizioni di Lenin e Rosa Luxemburg; infine, non possiamo dire che Stalin e Trotsky siano la stessa persona.
La bandiera rossa e la falce e martello non hanno solo caratterizzato i comunisti, sono stati anche i simboli di socialisti e socialdemocratici che a partire dalla Seconda Internazionale si sono distanziati dal comunismo.
Riguardo all’analisi del totalitarismo esistono analisi accurate come quella di Hannah Arendt in Le origini del totalitarismo (1951); qui di seguito voglio solo esaminare, anche disordinatamente, alcune questioni in merito alle diversità, non per il tentativo di assolvere qualcuno dei totalitarismi ma per necessità di chiarezza.
Il comunismo marxista ha alla radice una affermazione come questa:
“Il comunismo è la dottrina delle condizioni della liberazione del proletariato [cioè di] quella classe della società che trae il suo sostentamento soltanto e unicamente dalla vendita del proprio lavoro, e non dal profitto di un capitale”. (Karl Marx e Friedrich Engels, Princìpi del Comunismo)La frase esplicita che lo stesso comunismo marxista si è ispirato a una giustizia egualitaria tra gli uomini; coltivava il desiderio di una società meno ingiusta e meno infelice.
Marx ed Engels non indicarono forme stataliste e lo stesso Lenin ipotizzò, in Stato e rivoluzione, la realizzazione del comunismo attraverso la dissoluzione dello Stato. Come è stato possibile che il marxismo-leninismo si sia trasformato in una dittatura statalista, violenta e totalitaria?
Credo che le motivazioni siano quattro almeno per le vicende accadute in URSS:
- la mancanza nella dottrina marxista-leninista di una centralità della libertà del singolo uomo, e, di conseguenza, la mancanza della necessaria coniugazione della libertà del singolo con le ragioni della lotta di classe;
- la scelta di Lenin del partito unico come motore di ogni elaborazione;
- la scelta successiva di Stalin di una impostazione totalitaria dell’intera società sovietica;
- l’accerchiamento iniziale di tutte le democrazie borghesi che giustificò all’interno dell’URSS un permanente stato di guerra
Nella società sovietica il politico comincia ad ingoiare tutto: ingoia la sfera economica, ingoia la sfera culturale, ingoia la libertà dei singoli. L’intera società si esprime nello Stato, lo Stato è ispirato dal partito, il partito ha un suo centro elaboratore di principi per tutti. Pur appellandosi alla lotta di classe si costruisce uno Stato depositario della lotta di classe che distrugge gli organismi sindacali e di rappresentanza, entra nella vita dei cittadini, annienta la libertà dei singoli sacrificando la libertà di pensiero sull’altare del progetto sociale della sazietà materiale. Il totalitarismo sovietico porta alla eliminazione di tutti i possibili nemici; con la costruzione di un sistema sociale sprovvisto di garanzie democratiche per le minoranze gli oppositori saranno completamente privi di ogni minima protezione e anche come singoli uomini non verranno più rispettati.
Il connotato aggiuntivo di questa tragedia è stato il culto della personalità del capo, il partito viene identificato con il suo leader, una specie di personificazione dello stesso centro motore del partito; e Stalin, il novello zar di tutte le russie, accetta questa personificazione, la protegge e l’amplifica, e in questo gioco si perde, i suoi tenebrosi timori diventano morte per i suoi avversari, il sospetto aleggia anche sui compagni più vicini che vengono trucidati, il sogno del comunismo si perde nel sangue di quei delitti. Eppure era un sogno di umana fratellanza.
I principi ispiratori del comunismo sono ben lontani da quelli del fascismo, ed anche rispetto al fascismo sono diversi i principi ispiratori del nazismo.
Il fascismo è un movimento moderno del novecento e nasce nel 1919. Il fondatore del fascismo, Benito Mussolini, vuole prendere le distanze dall’essere stato socialista e rivendica tutta l’originalità moderna della sua creatura. Lo stesso simbolo del fascio non fa certo riferimento alla storia del movimento operaio dei fasci siciliani, vuole ricordare la potenza di Roma. Il carattere non egualitario del fascismo è fuori discussione, disprezza ogni possibile egualitarismo in nome del valore dei migliori, disprezza la debolezza della democrazia. Il fascismo volle demolire l’egualitarismo comunista ma non volle valorizzare la libertà del singolo uomo; i cosiddetti principi astratti di una società da realizzare erano superiori alle libertà dei singoli.
Il fascismo ha una vocazione totalitaria fin dall’inizio, ma a differenza del comunismo non ingoia l’economico e fa dei patti con la cultura cattolica. Il partito unico, l’invadenza propagandistica nella vita quotidiana, l’organizzazione del consenso in ogni settore sociale, l’eliminazione di ogni garanzia per le minoranze, i divieti alla libertà di stampa, fanno sì che tale sistema sia da considerarsi totalitario. Rispetto al culto della personalità del capo il fascismo non ha problemi, nasce con incorporata tale cultura fino ad imporla come simbolo di virilità da imitare.
Il nazismo è anch’esso un movimento moderno del novecento, in parte si ispirava allo stesso fascismo, ma il nazismo aveva caratteristiche diverse. Il nucleo del pensiero razzista del nazismo era chiaramente esposto nel Mein kampf, programma politico che Hitler compose in collaborazione con Rudolf Hess nel 1924. I riferimenti al ruolo guida del popolo tedesco sono ben esplicitati, gli ebrei sono fin dal momento iniziale indicati come il male del mondo da estirpare insieme al comunismo, la democrazia è indicata come una forma di debolezza. Questo libro oggi può sembrare farneticante, ma fu letto da tanti che allora ne furono affascinati. Fino all'ascesa al potere di Hitler del 1933 furono venduti 287.000 esemplari. Nell'anno di ascesa vennero vendute ben un milione e mezzo di copie. Durante i dodici anni del regime circa 10 milioni di copie furono diffuse.
La vocazione totalitaria del nazismo si espresse subito affossando la democrazia in Germania, ma come il fascismo non ingoiò l’economico e la religione, cercò di porli al suo servizio. Il capo ebbe un carattere divinatorio, lo stesso saluto quotidiano fu un inneggiare al dio sole Hitler. Il regime si definì esso stesso totalitario e volle entrare nel fisico e nella mente degli uomini fino alla determinazione genetica di una nuova super razza.
Fascismo e nazismo si potrebbero per l’aspetto economico dello Stato definirsi come meno totalitari del comunismo staliniano: vanno al potere sulla base di un consenso popolare elettivo e successivamente eliminano gli strumenti elettivi, lasciano spazio alla libera iniziativa economica e cercano di farsi ben volere dalle autorità religiose; ma vogliono controllare gli uomini nei corpi e nelle menti e si cimentano in guerre di annessione e di distruzione catastrofiche. In particolare il nazismo porterà avanti il suo progetto di sterminio degli ebrei, dei rom, degli omosessuali, dei comunisti.
Se andiamo a confrontare i gulag di Stalin con i campi di sterminio nazisti troviamo elementi di orrore che sono simili. Se leggiamo il Mein kampf e lo confrontiamo con il Manifesto di Marx (o anche gli scritti di Lenin) troviamo delle grandi differenze.
Il fascismo e il nazismo sono due fenomeni del novecento; il comunismo lo troviamo come aspirazione incompiuta: nell’Utopia di Thomas More, nella La Città del Sole di Tommaso Campanella, nel modus vivendi dei primi cristiani e in quello di società primitive.
I risultati della Seconda guerra mondiale hanno posto la parola fine ai regimi fascisti e nazisti. Il comunismo reale dell’URSS è continuato a vivere dopo quella guerra. Dopo la morte di Stalin il sistema continuerà a sopravvivere, è un sistema troppo forte per finire con la morte del “piccolo padre”, ciò che è “casa” sopravvive a chi l’ha edificata fino a quando gli ultimi pilastri non cedono. Krusciov critica il “piccolo padre” per i delitti e continua con il suo schema socio-economico totalitario; lo stesso Krusciov viene messo da parte e dopo diverse alternanze al potere si arriva al definitivo tracollo del sistema. Il totalitarismo stalinista si era via via trasformato in un autoritarismo stanco e il socialismo reale mostrava di non essere riuscito a mantenere la promessa di quell’abbondanza di beni che avrebbe portato alla felicità. Negli anni ottanta la glasnost e la Perestrojka di Gorbaciov pongono fine ad un sistema già in decadenza
Il comunismo è stato predicato in Europa e nel mondo da grandi e piccoli partiti comunisti; anche quando era in vita Stalin parte del movimento comunista internazionale contestava la sua supremazia, ne sono stati un esempio i movimenti anarco-comunisti e quarta internazionalisti di ispirazione trotzkista. I grandi partiti comunisti europei, legati ideologicamente e politicamente all’URSS, sono stati accomodanti o silenziosi riguardo al totalitarismo stalinista. Non sono entrati in crisi dopo il rapporto Kruscev o dopo l’invasione dell’Ungheria o con la lettura delle vicissitudini dei gulag raccontate da Solženicyn; si sono sciolti come neve al sole dopo la caduta del muro di Berlino.
Cosa ci rimane a noi poveri esseri che siamo stati sfiorati dall’ombra tragica della Storia e che ancora, nonostante tutto, pensiamo e desideriamo una giustizia sociale che possa sollevare gli uomini dalla miseria e dallo sfruttamento? Il comunismo come fratellanza umana è realizzabile solo con la libera evoluzione della coscienza umana, le accelerazioni forzate determinano solo malessere. Va ricercato un sano operare politico verso la fratellanza, riconoscendo il valore di ogni singolo uomo e tenendo conto delle condizioni storiche ed economiche.
In questa fase iniziale del duemila il nostro pianeta è ormai diventato piccolo, e a me pare dominato da cinque questioni:
- la crisi economica originata negli USA, che ha rivelato che il capitalismo senza regole e senza interventi statali è fragile oltre che ingiusto con i più deboli;
- l’espansione della Cina che ha fondato un socilal-capitalismo autoritario, che si richiama al comunismo solo per il sistema partito, che lascia libero il massimo dello sviluppo capitalista e che non riconosce le libertà individuali;
- l’estrema miseria di alcuni paesi, molti dei quali in Africa, dove ancora oggi si può normalmente morire di fame e di sete senza che ciò possa creare rimorsi al nostro vivere quotidiano;
- il rapporto contraddittorio di tutti gli uomini con le sostanze del pianeta, dove il vivere per l’oggi ci fa distruggere fonti di sopravvivenza per le generazioni future;
- il disordinato correre verso radici antiche, religiose o di costume, non per ritrovare l’universalità dell’uomo ma per fare guerra ad un altro uomo.
Credo che ci occorra una via di mezzo.
Oggi tanti partiti sono in vario modo socialdemocratici, ma nessuno vuole pronunciare la parola socialdemocrazia come se fosse un tabù. Ma l’intervento dello Stato nell’economia in aiuto dello svantaggio sociale e senza l’eliminazione dell’iniziativa privata è riconducibile storicamente alla socialdemocrazia. Chiamare le cose con il loro nome favorisce l’eliminazione degli equivoci.
Questo non significa fare riferimento alla socialdemocrazia europea degli inizi del ventesimo secolo, così debole e incerta al punto di accettare le logiche della prima guerra mondiale.
Ci è necessaria una socialdemocrazia moderna ed improntata a nuove scelte di prospettiva: dove la libertà di pensiero nella sua libera espressione venga posta come elemento fondante della società, con un’economia mista dove gli interventi statali possano convivere con l’iniziativa privata; dove possano esistere dei limiti all’arricchimento attraverso aspetti normativi o fiscali; dove la disoccupazione non sia vissuta come disperazione, dove non si accetta di cedere fette del territorio dello Stato alla delinquenza organizzata, dove l’attenzione all’impatto ambientale abbia la dovuta cura per le generazioni future, dove l’impegno internazionale abbia come fine la pace ed anche la liberazione dell’uomo dalla fame e dalla miseria.
Ancora oggi nelle nostre società capitalistiche la sfera economica è così forte al punto da condizionare quella politica e quella culturale. Non possiamo, però, aspirare ad una società dove la sfera politica ingoia quella economica e quella culturale; e neanche ad una società dominata da sacerdoti che dettano le leggi. Equilibrio ed equidistanza tra le diverse componenti della società sono necessari per una sana vita sociale.
Ragionando nel merito della sfera politica, non possiamo dimenticare che la democrazia si basa sulla divisione dei poteri, sulle garanzie date alle minoranze, e sulle libertà individuali di ogni uomo. Se cominciano a flettere questi istituti di garanzia della democrazia il rischio di totalitarismo è sempre alle porte; il totalitarismo si potrà chiamare in vario modo ma è sempre nefando.
Proibire simboli e proibire parole non ci aiuta a liberarci dal totalitarismo e potrebbe portare a limitare gli istituti di garanzia della democrazia.
La libertà di pensiero nella sua libera espressione attraverso la stampa e attraverso le nuove modalità tecnologiche è il cardine per mantenere vitale la società ed è l’antidodo per tenere lontano l’autoritarismo e il totalitarismo. Nell’esercizio di questa libertà occorre saggiare ogni parola con scrupolo, per evitare che diventi sasso, per evitare che diventi un inutile sfoggio di una sciocca contesa, per farla diventare un utile frutto per la comprensione tra gli uomini.
francesco zaffuto
(immagine “si può rompere tutto” fotocomposizione © liborio mastrosimone http://libomast1949.blogspot.com/)
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Il potere e la sua ombra
Art. 256
§ 1. Tutti coloro che pubblicamente fanno propaganda per regimi fascisti o per ogni altro regime totalitario o lancino appelli all’odio su basi nazionali, razziali, religiose, sono soggetti a sanzioni, restrizioni e privazioni della libertà, fino a una pena di 2 anni.
§ 2. La medesima pena deve essere comminata a chi, allo scopo di propagandare, produrre, importare, affittare, immagazzinare, presentare, trasportare o inviare oggetti contenenti simboli descritti nel § 1 o recanti simboli comunisti.
La storia della Polonia nel novecento, prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, è stata
caratterizzata da una particolare crudeltà, il suo territorio fu invaso dalla Germania di Hitler e dall'Unione Sovietica e spartito fra i due Stati aggressori sulla base del Patto Molotov-Ribbentrop. I due regimi totalitari e nemici tra loro, furono capaci di stabilire un patto provvisorio di pace per spartirsi la Polonia. Il paese soffrì quell’occupazione, ci furono più di 6 milioni di morti in quella guerra, metà dei quali ebrei polacchi.
Alla fine della guerra la Polonia si trovò suo malgardo nel blocco sovietico con un governo comunista, conobbe i cupi aspetti dello stalinismo, la morsa oppressiva si allento solo dopo il 1956; ma per una speranza di libertà la Polonia dovrà attendere gli anni ottanta e il movimento di "Solidarność".
La nuova norma del Codice penale polacco, che accomuna simboli del nazismo e simboli del comunismo, deriva sicuramente dal ricordo del novecento che è stato un secolo crudele.
Ma nazismo, fascismo e comunismo si possono considerare come se fossero la stessa cosa?
Credo che identificare il comunismo con la sola esperienza totalitaria dello stalinismo sia come identificare la storia della cristianità con la sola esperienza della Santa Inquisizione.
Il comunismo è un movimento molto complesso e di carattere universalista. Le pratiche comuniste affondano le loro radici in epoche lontane della storia dell’uomo: “Or tutti coloro che credevano stavano insieme ed avevano ogni cosa in comune. E vendevano i poderi e i beni e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E perseveravano con una sola mente tutti i giorni nel tempio e rompendo il pane di casa in casa, prendevano il cibo insieme con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo.” (Atti degli Apostoli, 2,44-47)
Se vogliamo considerare la parola comunismo facendo solo riferimento alla storia moderna, dobbiamo considerare in modo diverso l’apporto marxista da quello precedente degli utopisti (Babeuf, Saint-Simon, Fourier....); come nello stesso periodo di Marx non possiamo ignorare la posizione libertaria sostenuta da Bakunin; agli inizi del novecento non possiamo ignorare le divergenti posizioni di Lenin e Rosa Luxemburg; infine, non possiamo dire che Stalin e Trotsky siano la stessa persona.
La bandiera rossa e la falce e martello non hanno solo caratterizzato i comunisti, sono stati anche i simboli di socialisti e socialdemocratici che a partire dalla Seconda Internazionale si sono distanziati dal comunismo.
Riguardo all’analisi del totalitarismo esistono analisi accurate come quella di Hannah Arendt in Le origini del totalitarismo (1951); qui di seguito voglio solo esaminare, anche disordinatamente, alcune questioni in merito alle diversità, non per il tentativo di assolvere qualcuno dei totalitarismi ma per necessità di chiarezza.
Il comunismo marxista ha alla radice una affermazione come questa:
“Il comunismo è la dottrina delle condizioni della liberazione del proletariato [cioè di] quella classe della società che trae il suo sostentamento soltanto e unicamente dalla vendita del proprio lavoro, e non dal profitto di un capitale”. (Karl Marx e Friedrich Engels, Princìpi del Comunismo)La frase esplicita che lo stesso comunismo marxista si è ispirato a una giustizia egualitaria tra gli uomini; coltivava il desiderio di una società meno ingiusta e meno infelice.
Marx ed Engels non indicarono forme stataliste e lo stesso Lenin ipotizzò, in Stato e rivoluzione, la realizzazione del comunismo attraverso la dissoluzione dello Stato. Come è stato possibile che il marxismo-leninismo si sia trasformato in una dittatura statalista, violenta e totalitaria?
Credo che le motivazioni siano quattro almeno per le vicende accadute in URSS:
- la mancanza nella dottrina marxista-leninista di una centralità della libertà del singolo uomo, e, di conseguenza, la mancanza della necessaria coniugazione della libertà del singolo con le ragioni della lotta di classe;
- la scelta di Lenin del partito unico come motore di ogni elaborazione;
- la scelta successiva di Stalin di una impostazione totalitaria dell’intera società sovietica;
- l’accerchiamento iniziale di tutte le democrazie borghesi che giustificò all’interno dell’URSS un permanente stato di guerra
Nella società sovietica il politico comincia ad ingoiare tutto: ingoia la sfera economica, ingoia la sfera culturale, ingoia la libertà dei singoli. L’intera società si esprime nello Stato, lo Stato è ispirato dal partito, il partito ha un suo centro elaboratore di principi per tutti. Pur appellandosi alla lotta di classe si costruisce uno Stato depositario della lotta di classe che distrugge gli organismi sindacali e di rappresentanza, entra nella vita dei cittadini, annienta la libertà dei singoli sacrificando la libertà di pensiero sull’altare del progetto sociale della sazietà materiale. Il totalitarismo sovietico porta alla eliminazione di tutti i possibili nemici; con la costruzione di un sistema sociale sprovvisto di garanzie democratiche per le minoranze gli oppositori saranno completamente privi di ogni minima protezione e anche come singoli uomini non verranno più rispettati.
Il connotato aggiuntivo di questa tragedia è stato il culto della personalità del capo, il partito viene identificato con il suo leader, una specie di personificazione dello stesso centro motore del partito; e Stalin, il novello zar di tutte le russie, accetta questa personificazione, la protegge e l’amplifica, e in questo gioco si perde, i suoi tenebrosi timori diventano morte per i suoi avversari, il sospetto aleggia anche sui compagni più vicini che vengono trucidati, il sogno del comunismo si perde nel sangue di quei delitti. Eppure era un sogno di umana fratellanza.
I principi ispiratori del comunismo sono ben lontani da quelli del fascismo, ed anche rispetto al fascismo sono diversi i principi ispiratori del nazismo.
Il fascismo è un movimento moderno del novecento e nasce nel 1919. Il fondatore del fascismo, Benito Mussolini, vuole prendere le distanze dall’essere stato socialista e rivendica tutta l’originalità moderna della sua creatura. Lo stesso simbolo del fascio non fa certo riferimento alla storia del movimento operaio dei fasci siciliani, vuole ricordare la potenza di Roma. Il carattere non egualitario del fascismo è fuori discussione, disprezza ogni possibile egualitarismo in nome del valore dei migliori, disprezza la debolezza della democrazia. Il fascismo volle demolire l’egualitarismo comunista ma non volle valorizzare la libertà del singolo uomo; i cosiddetti principi astratti di una società da realizzare erano superiori alle libertà dei singoli.
Il fascismo ha una vocazione totalitaria fin dall’inizio, ma a differenza del comunismo non ingoia l’economico e fa dei patti con la cultura cattolica. Il partito unico, l’invadenza propagandistica nella vita quotidiana, l’organizzazione del consenso in ogni settore sociale, l’eliminazione di ogni garanzia per le minoranze, i divieti alla libertà di stampa, fanno sì che tale sistema sia da considerarsi totalitario. Rispetto al culto della personalità del capo il fascismo non ha problemi, nasce con incorporata tale cultura fino ad imporla come simbolo di virilità da imitare.
Il nazismo è anch’esso un movimento moderno del novecento, in parte si ispirava allo stesso fascismo, ma il nazismo aveva caratteristiche diverse. Il nucleo del pensiero razzista del nazismo era chiaramente esposto nel Mein kampf, programma politico che Hitler compose in collaborazione con Rudolf Hess nel 1924. I riferimenti al ruolo guida del popolo tedesco sono ben esplicitati, gli ebrei sono fin dal momento iniziale indicati come il male del mondo da estirpare insieme al comunismo, la democrazia è indicata come una forma di debolezza. Questo libro oggi può sembrare farneticante, ma fu letto da tanti che allora ne furono affascinati. Fino all'ascesa al potere di Hitler del 1933 furono venduti 287.000 esemplari. Nell'anno di ascesa vennero vendute ben un milione e mezzo di copie. Durante i dodici anni del regime circa 10 milioni di copie furono diffuse.
La vocazione totalitaria del nazismo si espresse subito affossando la democrazia in Germania, ma come il fascismo non ingoiò l’economico e la religione, cercò di porli al suo servizio. Il capo ebbe un carattere divinatorio, lo stesso saluto quotidiano fu un inneggiare al dio sole Hitler. Il regime si definì esso stesso totalitario e volle entrare nel fisico e nella mente degli uomini fino alla determinazione genetica di una nuova super razza.
Fascismo e nazismo si potrebbero per l’aspetto economico dello Stato definirsi come meno totalitari del comunismo staliniano: vanno al potere sulla base di un consenso popolare elettivo e successivamente eliminano gli strumenti elettivi, lasciano spazio alla libera iniziativa economica e cercano di farsi ben volere dalle autorità religiose; ma vogliono controllare gli uomini nei corpi e nelle menti e si cimentano in guerre di annessione e di distruzione catastrofiche. In particolare il nazismo porterà avanti il suo progetto di sterminio degli ebrei, dei rom, degli omosessuali, dei comunisti.
Se andiamo a confrontare i gulag di Stalin con i campi di sterminio nazisti troviamo elementi di orrore che sono simili. Se leggiamo il Mein kampf e lo confrontiamo con il Manifesto di Marx (o anche gli scritti di Lenin) troviamo delle grandi differenze.
Il fascismo e il nazismo sono due fenomeni del novecento; il comunismo lo troviamo come aspirazione incompiuta: nell’Utopia di Thomas More, nella La Città del Sole di Tommaso Campanella, nel modus vivendi dei primi cristiani e in quello di società primitive.
I risultati della Seconda guerra mondiale hanno posto la parola fine ai regimi fascisti e nazisti. Il comunismo reale dell’URSS è continuato a vivere dopo quella guerra. Dopo la morte di Stalin il sistema continuerà a sopravvivere, è un sistema troppo forte per finire con la morte del “piccolo padre”, ciò che è “casa” sopravvive a chi l’ha edificata fino a quando gli ultimi pilastri non cedono. Krusciov critica il “piccolo padre” per i delitti e continua con il suo schema socio-economico totalitario; lo stesso Krusciov viene messo da parte e dopo diverse alternanze al potere si arriva al definitivo tracollo del sistema. Il totalitarismo stalinista si era via via trasformato in un autoritarismo stanco e il socialismo reale mostrava di non essere riuscito a mantenere la promessa di quell’abbondanza di beni che avrebbe portato alla felicità. Negli anni ottanta la glasnost e la Perestrojka di Gorbaciov pongono fine ad un sistema già in decadenza
Il comunismo è stato predicato in Europa e nel mondo da grandi e piccoli partiti comunisti; anche quando era in vita Stalin parte del movimento comunista internazionale contestava la sua supremazia, ne sono stati un esempio i movimenti anarco-comunisti e quarta internazionalisti di ispirazione trotzkista. I grandi partiti comunisti europei, legati ideologicamente e politicamente all’URSS, sono stati accomodanti o silenziosi riguardo al totalitarismo stalinista. Non sono entrati in crisi dopo il rapporto Kruscev o dopo l’invasione dell’Ungheria o con la lettura delle vicissitudini dei gulag raccontate da Solženicyn; si sono sciolti come neve al sole dopo la caduta del muro di Berlino.
Cosa ci rimane a noi poveri esseri che siamo stati sfiorati dall’ombra tragica della Storia e che ancora, nonostante tutto, pensiamo e desideriamo una giustizia sociale che possa sollevare gli uomini dalla miseria e dallo sfruttamento? Il comunismo come fratellanza umana è realizzabile solo con la libera evoluzione della coscienza umana, le accelerazioni forzate determinano solo malessere. Va ricercato un sano operare politico verso la fratellanza, riconoscendo il valore di ogni singolo uomo e tenendo conto delle condizioni storiche ed economiche.
In questa fase iniziale del duemila il nostro pianeta è ormai diventato piccolo, e a me pare dominato da cinque questioni:
- la crisi economica originata negli USA, che ha rivelato che il capitalismo senza regole e senza interventi statali è fragile oltre che ingiusto con i più deboli;
- l’espansione della Cina che ha fondato un socilal-capitalismo autoritario, che si richiama al comunismo solo per il sistema partito, che lascia libero il massimo dello sviluppo capitalista e che non riconosce le libertà individuali;
- l’estrema miseria di alcuni paesi, molti dei quali in Africa, dove ancora oggi si può normalmente morire di fame e di sete senza che ciò possa creare rimorsi al nostro vivere quotidiano;
- il rapporto contraddittorio di tutti gli uomini con le sostanze del pianeta, dove il vivere per l’oggi ci fa distruggere fonti di sopravvivenza per le generazioni future;
- il disordinato correre verso radici antiche, religiose o di costume, non per ritrovare l’universalità dell’uomo ma per fare guerra ad un altro uomo.
Credo che ci occorra una via di mezzo.
Oggi tanti partiti sono in vario modo socialdemocratici, ma nessuno vuole pronunciare la parola socialdemocrazia come se fosse un tabù. Ma l’intervento dello Stato nell’economia in aiuto dello svantaggio sociale e senza l’eliminazione dell’iniziativa privata è riconducibile storicamente alla socialdemocrazia. Chiamare le cose con il loro nome favorisce l’eliminazione degli equivoci.
Questo non significa fare riferimento alla socialdemocrazia europea degli inizi del ventesimo secolo, così debole e incerta al punto di accettare le logiche della prima guerra mondiale.
Ci è necessaria una socialdemocrazia moderna ed improntata a nuove scelte di prospettiva: dove la libertà di pensiero nella sua libera espressione venga posta come elemento fondante della società, con un’economia mista dove gli interventi statali possano convivere con l’iniziativa privata; dove possano esistere dei limiti all’arricchimento attraverso aspetti normativi o fiscali; dove la disoccupazione non sia vissuta come disperazione, dove non si accetta di cedere fette del territorio dello Stato alla delinquenza organizzata, dove l’attenzione all’impatto ambientale abbia la dovuta cura per le generazioni future, dove l’impegno internazionale abbia come fine la pace ed anche la liberazione dell’uomo dalla fame e dalla miseria.
Ancora oggi nelle nostre società capitalistiche la sfera economica è così forte al punto da condizionare quella politica e quella culturale. Non possiamo, però, aspirare ad una società dove la sfera politica ingoia quella economica e quella culturale; e neanche ad una società dominata da sacerdoti che dettano le leggi. Equilibrio ed equidistanza tra le diverse componenti della società sono necessari per una sana vita sociale.
Ragionando nel merito della sfera politica, non possiamo dimenticare che la democrazia si basa sulla divisione dei poteri, sulle garanzie date alle minoranze, e sulle libertà individuali di ogni uomo. Se cominciano a flettere questi istituti di garanzia della democrazia il rischio di totalitarismo è sempre alle porte; il totalitarismo si potrà chiamare in vario modo ma è sempre nefando.
Proibire simboli e proibire parole non ci aiuta a liberarci dal totalitarismo e potrebbe portare a limitare gli istituti di garanzia della democrazia.
La libertà di pensiero nella sua libera espressione attraverso la stampa e attraverso le nuove modalità tecnologiche è il cardine per mantenere vitale la società ed è l’antidodo per tenere lontano l’autoritarismo e il totalitarismo. Nell’esercizio di questa libertà occorre saggiare ogni parola con scrupolo, per evitare che diventi sasso, per evitare che diventi un inutile sfoggio di una sciocca contesa, per farla diventare un utile frutto per la comprensione tra gli uomini.
francesco zaffuto
(immagine “si può rompere tutto” fotocomposizione © liborio mastrosimone http://libomast1949.blogspot.com/)
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A venti anni da Tienanmen
A venti anni dalla caduta del muro di Berlino
Il potere e la sua ombra
giovedì 5 novembre 2009
A venti anni dalla caduta del muro di Berlino

Già la Glasnost e la Perestrojka erano state lanciate da Gorbaciov durante il ventisettesimo congresso del PCUS, nel mese di febbraio del 1986.
Il muro di Berlino era ancora in piedi e nonostante la svolta di Gorbaciov segnava ancora il gelo del passato. A capo della Germania dell’Est c’era ancora in carica Erich Honecker che era stato il principale organizzatore dell'erezione del Muro di Berlino nell'estate del 1961; ma l’avvento di Gorbaciov aveva sicuramente indebolito la sua posizione in seno al Partito comunista tedesco.
La mattina del 1º giugno 1988 le guardie di frontiera dell'area della Potsdamer Platz si trovarono a fronteggiare una "fuga di massa" di più di 200 punk berlinesi dell'Ovest, abitanti della baraccopoli del cosiddetto triangolo Lennè, in direzione di Berlino Est; il fatto assumeva un aspetto paradossale, visto che per trenta anni le fughe erano sempre state verso l’ovest, ma era anche il sintomo di qualcosa che stava rapidamente cambiando.
Cadute, nell’agosto del 1989, le restrizioni di frontiera tra Ungheria ed Austria, nella Germania Est inizia il passaggio dei primi treni provenienti dall'Ungheria e dalla Cecoslovacchia. Il leader della DDR Erich Honecker esce di scena e si dimette il 18 ottobre 1989, la caduta del Muro è un evento atteso ma avverrà improvvisamente e con un’esplosione di gioia
Il 9 novembre 1989, alle ore 18,00 viene recapitata la notizia che tutti i berlinesi dell’Est avrebbero potuto attraversare il confine con un permesso, ma non furono date altre informazioni.
Poco più tardi alle 18,53 il corrispondente Ansa da Berlino Est, Riccardo Ehrman, chiese a Günter Schabowski (dirigente Partito socialista Unitario della Germania Est) da quando le nuove misure sarebbero entrate in vigore e lui risposte “immediatamente”. Le misure tecnicamente dovevano partire dai giorni successivi, ma quella parola “immediatamente” volò con le ali della libertà, decine di migliaia di berlinesi dell’Est, avendo visto l’annuncio di Schabowski in diretta alla televisione, si precipitarono inondando i checkpoint e chiedendo di entrare in Berlino Ovest. Le guardie di confine, disorientate, dopo avere telefonato ai loro comandi aprirono i checkpoint e, considerato l’elevato numero di berlinesi, nessun controllo fu eseguito sull’identità; i berlinesi dell’Est furono accolti festosamente dai berlinesi dell’Ovest, i bar vicini al muro iniziarono a offrire birra gratis a tutti, comincia una grande festa, la demolizione continuerà nei giorni successivi, Berlino diventa una sola grande città.
La caduta del muro è stata nei fatti la caduta finale dello stalinismo, poiché di stalinismo si trattava. Il comunismo nei fatti non è mai esistito; c’è stato un breve tentativo di decollo nell’Unione Sovietica di Lenin, un tentativo molto contraddittorio durato solo pochi anni.
Le tesi di Stalin trionfarono totalmente fin dal 1926, quando il Comitato centrale del Partito si schierò sulle sue posizioni isolando definitivamente Trockij, da allora ebbe inizio il processo di costruzione del socialismo in un solo paese; decolla una società autoritaria e totalitaria in parte disegnata sulla vecchia autocrazia zarista e in parte disegnata sul progetto stalinista.
I nuclei dello stalinismo furono: una società centralizzata e controllata dal partito, un partito controllato dal comitato centrale, un comitato centrale controllato nel fatti dal segretario, uno sviluppo dell’economia sulla base di piani pluriennali centralizzati e traguardi da raggiungere, una industrializzazione forzata, un’agricoltura industrializzata e centralizzata a scapito delle piccole unità contadine, una alfabetizzazione delle masse accanto a una cultura controllata dal partito, un tenere sotto controllo le gerarchie religiose e il fenomeno religioso nel suo complesso, un potenziamento dell’industria bellica, un egualitarismo diffuso accanto a prerogative di vario tipo accordate ai burocrati e ai dirigenti di partito, una persecuzione di ogni dissenso sul piano ideologico e culturale anche portando avanti metodi inquisitori, e sul piano internazionale l’URSS come punto di riferimento della realizzazione del socialismo per tutti i partiti dell’Internazionale. Questo è stato lo stalinismo conosciuto come comunismo e che nei fatti ha distrutto ogni idealità del comunismo.
Il primo nemico di Stalin è costituito dagli stessi comunisti: quasi tutti i rivoluzionari bolscevichi sono stati condannati a morte o a lunghi anni di carcere da Kamenev a Zinov'ev, da Radek, a Sokolnikov, da J. Pjatakov a Bucharin, da Rykov a G. Jagoda, da M. Tuchačevskij a Trockij; e 35.000 ufficiali dell'Armata Rossa.
Il secondo nemico è quella parte del popolo che viene considerata come una malattia da tagliare: si parla di milioni di morti e l’analisi è ancora incompleta; ma anche avvalorando i soli dati minimi degli archivi di stato dell’URSS siamo di fronte a qualcosa di spaventoso, tra il 1937 e il ‘38 ben 681.692 sentenze di condanna a morte, alcune commutate in terribili forme di detenzione nei gulag.
La costruzione dello stato stalinista si basava su questi eventi, ed era ben lontana dagli ideali di uguaglianza e giustizia sociale che affascinavano i comunisti europei che vivevano nelle società democratiche.
Dopo la morte di Stalin, avvenuta nel marzo 1953, sembrò predominante la figura di Lavrenty Beria, il capo della polizia segreta. Diversi esponenti del Comitato centrale, anche per paura di nuove eliminazioni, ostacolarono Beria e appoggiarono Krusciov. Il nuovo Leader al XX Congresso del PCUS il 25 febbraio 1956, demolisce la figura di Stalin e fa luce su buona parte dei crimini delle purghe staliniane. Krusciov cerca di distanziarsi dalla politica di Stalin ma nel contempo vuole mantenere compatto l’Impero sovietico; manda i carri armati a reprimere la rivoluzione ungherese nel novembre del 1956 e nel 1961 approva il piano per la costruzione del muro di Berlino proposto dall’allora leader della Germania Est Walter Ulbricht allo scopo di fermare le ormai massicce emigrazioni clandestine.
Ma i deboli tentativi di apertura all’ovest di Krusciov, la sua politica interna orientata verso il potenziamento dell’agricoltura, i suoi timidi passi verso aspetti di democrazia e la messa in accusa dei metodi staliniani, vengono viste come un pericolo dalla dirigenza burocratica del PCUS e comincia a prepararsi la sua destituzione; si completerà il 15 ottobre 1964 e inizierà l’era di Leonid Brežnev.
Il temuto ritorno ai duri aspetti dello stalinismo non accade; Brežnev pare orientato a tenere stabili gli equilibri di potere all’interno dell’URSS e in politica estera continua con le aperture come quella alla Ostpolitik di Willy Brandt; nel contempo è pronto a intervenire sui paesi dell’est in caso di derive democratiche e pertanto mette fine con i carri armati alla primavera di Praga nel 1968. L’era Brežnev è lunga, pare improntata a un grigio rigore conservativo e dura fino al novembre del 1982.
La breve durata delle meteore Andropov e Černenko non è facile da definire ed ai fini dell’avvio di ipotesi riformatrici tutto pare ricadere su Gorbaciov. Il processo riformatore in URSS viene nei fatti iniziato con forza da Gorbaciov, dal marzo del 1985 è un continuo avvicendarsi di eventi riformatori che travolgeranno successivamente lo stesso Gorbaciov.
L’impero sovietico si sfalda all’esterno: in Polonia i temuti carri armati sovietici non arrivano e nel giugno dell’89 le elezioni concretizzano l’azione di Solidarność; sempre nell’89 l’Ungheria abbandona l’URSS, poi la Cecoslovacchia e la Bulgaria; l’anno della caduta del Muro di Berlino è un anno di svolta definitiva con lo stalinismo in Europa.
Nella stessa Unione sovietica si determina definitivamente la crisi del sistema. L'economia in URSS - tra tentativi di liberalizzazione e resistenze collettivistiche - perde colpi e nell'agosto 1991 gli ultimi stalinisti tentano un colpo di Stato. Gorbaciov è la vittima più importante di quel colpo di stato e viene recluso per tre giorni nella villa presidenziale in Crimea, ma Yeltsin (allora sindaco di Mosca) gli contesta la responsabilità di non avere ostacolato i golpisti. Il 25 dicembre 1991 Gorbaciov si dimette; il partito Comunista viene messo al bando e i suoi beni confiscati. E’ l’ultimo atto dell’URSS che ritorna a chiamarsi Russia. Ma comincia a sfaldarsi anche come vecchia Russia, viene messo in discussione anche l’assetto del vecchio Impero zarista: Ucraina, Georgia, ed anche altri stati ad influenza islamica come la Cecenia rivendicano il ruolo di stati autonomi.
Da quel novembre 1989, ricordato sinteticamente per la caduta del muro di Berlino, sono passati solo 20 anni, la geografia politica dell’Europa è completamente cambiata, sembrano passate diverse generazioni. Gli effetti della caduta del Muro si riversano su tutti i vecchi partiti europei, non è più facile fare appello alle divisioni ideologiche. Anche in Italia gli eventi politici successivi dovranno fare i conti con l’inesistenza del muro e con l’impossibilità di fare appello al pericolo comunista. Achille Occhetto segue l’onda del rinnovamento e il 12 novembre 1989 dà inizio al processo di cambiamento del vecchio PCI, processo che si concluderà con lo scioglimento il 3 febbraio 1991. La stessa crisi del 1992 di tangentopoli non riesce ad essere riassorbita dal sistema politico, il collante dell’anticomunismo è debole perché i comunisti del vecchio PCI sono già svaniti in Italia e di conseguenza la funzione storica della DC scompare, la DC viene travolta dagli scandali e fa la stessa fine dei socialisti. Inizia i processo di sostituzione delle vecchie componenti politiche conservatrici con la costruzione di Forza Italia, movimento politico italiano che vedrà la sua definitiva fondazione il 18 gennaio 1994. La politica di oggi in Italia è un po’ figlia della caduta del muro di Berlino, il presidente Berlusconi spesso paventa il pericolo dei comunisti per raccogliere qualche consenso elettorale, ma i comunisti non ci sono più, e forse non c’erano neanche prima, il primo liquidatore dei comunisti fu il compagno Stalin.
L’Italia ha conosciuto nel drammatico novecento il fascismo, un altro mito del novecento di costruzione di una società autoritaria e totalitaria. Il fascismo cadde per una guerra e per una resistenza portata avanti da comunisti, socialisti e democratici. Il comunismo del dopoguerra in Italia è descrivibile come un comunismo bonaccione improntato alla figura di Peppone che contrasta Don Camillo; ma anche un comunismo ideale di lotta con vittime come quelle di Portella delle Ginestre e di tanti sindacalisti. Una storia quella dei comunisti italiani ben diversa da quella dell’URSS, ma c’erano anche gli incontri internazionali e i convegni con i compagni dell’URSS, e c’era anche il compagno Togliatti che aveva abitato per tanti anni in URSS, che conosceva bene Stalin e il suo modo di costruire il socialismo in un solo paese. Togliatti sapeva anche più di Krusciov ma ben si guardò di parlare di esecuzioni e di gulag; parlò di una Via italiana al socialismo improntata al rispetto delle regole democratiche, poteva dire qualche parola di più su quello che era accaduto e stava accadendo in URSS ma si guardò bene dal farlo. Quando nel 1953 Stalin morì, l’Unità così scrisse: “Gloria eterna all'uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell'umanità”.
francesco zaffuto
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Il potere e la sua ombra
(immagine “il tramonto dell’ideologia”china © francesco zaffuto link Altre allegorie)
Il muro di Berlino era ancora in piedi e nonostante la svolta di Gorbaciov segnava ancora il gelo del passato. A capo della Germania dell’Est c’era ancora in carica Erich Honecker che era stato il principale organizzatore dell'erezione del Muro di Berlino nell'estate del 1961; ma l’avvento di Gorbaciov aveva sicuramente indebolito la sua posizione in seno al Partito comunista tedesco.
La mattina del 1º giugno 1988 le guardie di frontiera dell'area della Potsdamer Platz si trovarono a fronteggiare una "fuga di massa" di più di 200 punk berlinesi dell'Ovest, abitanti della baraccopoli del cosiddetto triangolo Lennè, in direzione di Berlino Est; il fatto assumeva un aspetto paradossale, visto che per trenta anni le fughe erano sempre state verso l’ovest, ma era anche il sintomo di qualcosa che stava rapidamente cambiando.
Cadute, nell’agosto del 1989, le restrizioni di frontiera tra Ungheria ed Austria, nella Germania Est inizia il passaggio dei primi treni provenienti dall'Ungheria e dalla Cecoslovacchia. Il leader della DDR Erich Honecker esce di scena e si dimette il 18 ottobre 1989, la caduta del Muro è un evento atteso ma avverrà improvvisamente e con un’esplosione di gioia
Il 9 novembre 1989, alle ore 18,00 viene recapitata la notizia che tutti i berlinesi dell’Est avrebbero potuto attraversare il confine con un permesso, ma non furono date altre informazioni.
Poco più tardi alle 18,53 il corrispondente Ansa da Berlino Est, Riccardo Ehrman, chiese a Günter Schabowski (dirigente Partito socialista Unitario della Germania Est) da quando le nuove misure sarebbero entrate in vigore e lui risposte “immediatamente”. Le misure tecnicamente dovevano partire dai giorni successivi, ma quella parola “immediatamente” volò con le ali della libertà, decine di migliaia di berlinesi dell’Est, avendo visto l’annuncio di Schabowski in diretta alla televisione, si precipitarono inondando i checkpoint e chiedendo di entrare in Berlino Ovest. Le guardie di confine, disorientate, dopo avere telefonato ai loro comandi aprirono i checkpoint e, considerato l’elevato numero di berlinesi, nessun controllo fu eseguito sull’identità; i berlinesi dell’Est furono accolti festosamente dai berlinesi dell’Ovest, i bar vicini al muro iniziarono a offrire birra gratis a tutti, comincia una grande festa, la demolizione continuerà nei giorni successivi, Berlino diventa una sola grande città.
La caduta del muro è stata nei fatti la caduta finale dello stalinismo, poiché di stalinismo si trattava. Il comunismo nei fatti non è mai esistito; c’è stato un breve tentativo di decollo nell’Unione Sovietica di Lenin, un tentativo molto contraddittorio durato solo pochi anni.
Le tesi di Stalin trionfarono totalmente fin dal 1926, quando il Comitato centrale del Partito si schierò sulle sue posizioni isolando definitivamente Trockij, da allora ebbe inizio il processo di costruzione del socialismo in un solo paese; decolla una società autoritaria e totalitaria in parte disegnata sulla vecchia autocrazia zarista e in parte disegnata sul progetto stalinista.
I nuclei dello stalinismo furono: una società centralizzata e controllata dal partito, un partito controllato dal comitato centrale, un comitato centrale controllato nel fatti dal segretario, uno sviluppo dell’economia sulla base di piani pluriennali centralizzati e traguardi da raggiungere, una industrializzazione forzata, un’agricoltura industrializzata e centralizzata a scapito delle piccole unità contadine, una alfabetizzazione delle masse accanto a una cultura controllata dal partito, un tenere sotto controllo le gerarchie religiose e il fenomeno religioso nel suo complesso, un potenziamento dell’industria bellica, un egualitarismo diffuso accanto a prerogative di vario tipo accordate ai burocrati e ai dirigenti di partito, una persecuzione di ogni dissenso sul piano ideologico e culturale anche portando avanti metodi inquisitori, e sul piano internazionale l’URSS come punto di riferimento della realizzazione del socialismo per tutti i partiti dell’Internazionale. Questo è stato lo stalinismo conosciuto come comunismo e che nei fatti ha distrutto ogni idealità del comunismo.
Il primo nemico di Stalin è costituito dagli stessi comunisti: quasi tutti i rivoluzionari bolscevichi sono stati condannati a morte o a lunghi anni di carcere da Kamenev a Zinov'ev, da Radek, a Sokolnikov, da J. Pjatakov a Bucharin, da Rykov a G. Jagoda, da M. Tuchačevskij a Trockij; e 35.000 ufficiali dell'Armata Rossa.
Il secondo nemico è quella parte del popolo che viene considerata come una malattia da tagliare: si parla di milioni di morti e l’analisi è ancora incompleta; ma anche avvalorando i soli dati minimi degli archivi di stato dell’URSS siamo di fronte a qualcosa di spaventoso, tra il 1937 e il ‘38 ben 681.692 sentenze di condanna a morte, alcune commutate in terribili forme di detenzione nei gulag.
La costruzione dello stato stalinista si basava su questi eventi, ed era ben lontana dagli ideali di uguaglianza e giustizia sociale che affascinavano i comunisti europei che vivevano nelle società democratiche.
Dopo la morte di Stalin, avvenuta nel marzo 1953, sembrò predominante la figura di Lavrenty Beria, il capo della polizia segreta. Diversi esponenti del Comitato centrale, anche per paura di nuove eliminazioni, ostacolarono Beria e appoggiarono Krusciov. Il nuovo Leader al XX Congresso del PCUS il 25 febbraio 1956, demolisce la figura di Stalin e fa luce su buona parte dei crimini delle purghe staliniane. Krusciov cerca di distanziarsi dalla politica di Stalin ma nel contempo vuole mantenere compatto l’Impero sovietico; manda i carri armati a reprimere la rivoluzione ungherese nel novembre del 1956 e nel 1961 approva il piano per la costruzione del muro di Berlino proposto dall’allora leader della Germania Est Walter Ulbricht allo scopo di fermare le ormai massicce emigrazioni clandestine.
Ma i deboli tentativi di apertura all’ovest di Krusciov, la sua politica interna orientata verso il potenziamento dell’agricoltura, i suoi timidi passi verso aspetti di democrazia e la messa in accusa dei metodi staliniani, vengono viste come un pericolo dalla dirigenza burocratica del PCUS e comincia a prepararsi la sua destituzione; si completerà il 15 ottobre 1964 e inizierà l’era di Leonid Brežnev.
Il temuto ritorno ai duri aspetti dello stalinismo non accade; Brežnev pare orientato a tenere stabili gli equilibri di potere all’interno dell’URSS e in politica estera continua con le aperture come quella alla Ostpolitik di Willy Brandt; nel contempo è pronto a intervenire sui paesi dell’est in caso di derive democratiche e pertanto mette fine con i carri armati alla primavera di Praga nel 1968. L’era Brežnev è lunga, pare improntata a un grigio rigore conservativo e dura fino al novembre del 1982.
La breve durata delle meteore Andropov e Černenko non è facile da definire ed ai fini dell’avvio di ipotesi riformatrici tutto pare ricadere su Gorbaciov. Il processo riformatore in URSS viene nei fatti iniziato con forza da Gorbaciov, dal marzo del 1985 è un continuo avvicendarsi di eventi riformatori che travolgeranno successivamente lo stesso Gorbaciov.
L’impero sovietico si sfalda all’esterno: in Polonia i temuti carri armati sovietici non arrivano e nel giugno dell’89 le elezioni concretizzano l’azione di Solidarność; sempre nell’89 l’Ungheria abbandona l’URSS, poi la Cecoslovacchia e la Bulgaria; l’anno della caduta del Muro di Berlino è un anno di svolta definitiva con lo stalinismo in Europa.
Nella stessa Unione sovietica si determina definitivamente la crisi del sistema. L'economia in URSS - tra tentativi di liberalizzazione e resistenze collettivistiche - perde colpi e nell'agosto 1991 gli ultimi stalinisti tentano un colpo di Stato. Gorbaciov è la vittima più importante di quel colpo di stato e viene recluso per tre giorni nella villa presidenziale in Crimea, ma Yeltsin (allora sindaco di Mosca) gli contesta la responsabilità di non avere ostacolato i golpisti. Il 25 dicembre 1991 Gorbaciov si dimette; il partito Comunista viene messo al bando e i suoi beni confiscati. E’ l’ultimo atto dell’URSS che ritorna a chiamarsi Russia. Ma comincia a sfaldarsi anche come vecchia Russia, viene messo in discussione anche l’assetto del vecchio Impero zarista: Ucraina, Georgia, ed anche altri stati ad influenza islamica come la Cecenia rivendicano il ruolo di stati autonomi.
Da quel novembre 1989, ricordato sinteticamente per la caduta del muro di Berlino, sono passati solo 20 anni, la geografia politica dell’Europa è completamente cambiata, sembrano passate diverse generazioni. Gli effetti della caduta del Muro si riversano su tutti i vecchi partiti europei, non è più facile fare appello alle divisioni ideologiche. Anche in Italia gli eventi politici successivi dovranno fare i conti con l’inesistenza del muro e con l’impossibilità di fare appello al pericolo comunista. Achille Occhetto segue l’onda del rinnovamento e il 12 novembre 1989 dà inizio al processo di cambiamento del vecchio PCI, processo che si concluderà con lo scioglimento il 3 febbraio 1991. La stessa crisi del 1992 di tangentopoli non riesce ad essere riassorbita dal sistema politico, il collante dell’anticomunismo è debole perché i comunisti del vecchio PCI sono già svaniti in Italia e di conseguenza la funzione storica della DC scompare, la DC viene travolta dagli scandali e fa la stessa fine dei socialisti. Inizia i processo di sostituzione delle vecchie componenti politiche conservatrici con la costruzione di Forza Italia, movimento politico italiano che vedrà la sua definitiva fondazione il 18 gennaio 1994. La politica di oggi in Italia è un po’ figlia della caduta del muro di Berlino, il presidente Berlusconi spesso paventa il pericolo dei comunisti per raccogliere qualche consenso elettorale, ma i comunisti non ci sono più, e forse non c’erano neanche prima, il primo liquidatore dei comunisti fu il compagno Stalin.
L’Italia ha conosciuto nel drammatico novecento il fascismo, un altro mito del novecento di costruzione di una società autoritaria e totalitaria. Il fascismo cadde per una guerra e per una resistenza portata avanti da comunisti, socialisti e democratici. Il comunismo del dopoguerra in Italia è descrivibile come un comunismo bonaccione improntato alla figura di Peppone che contrasta Don Camillo; ma anche un comunismo ideale di lotta con vittime come quelle di Portella delle Ginestre e di tanti sindacalisti. Una storia quella dei comunisti italiani ben diversa da quella dell’URSS, ma c’erano anche gli incontri internazionali e i convegni con i compagni dell’URSS, e c’era anche il compagno Togliatti che aveva abitato per tanti anni in URSS, che conosceva bene Stalin e il suo modo di costruire il socialismo in un solo paese. Togliatti sapeva anche più di Krusciov ma ben si guardò di parlare di esecuzioni e di gulag; parlò di una Via italiana al socialismo improntata al rispetto delle regole democratiche, poteva dire qualche parola di più su quello che era accaduto e stava accadendo in URSS ma si guardò bene dal farlo. Quando nel 1953 Stalin morì, l’Unità così scrisse: “Gloria eterna all'uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell'umanità”.
francesco zaffuto
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lunedì 18 maggio 2009
A venti anni da Tienanmen

18/05/09
Sono passati 20 anni.
La notte del 3 giugno 1989
l'esercito iniziò a muoversi
verso Piazza Tienanmen,
verso il massacro di una speranza di libertà.
Vi ripropongo alcune immagini ancora reperibili su youtube, del massacro del 4 giugno; tra queste immagini quelle rimaste memorabili del piccolo uomo che ferma la fila dei carri armati, piccolo uomo rimasto anonimo che è diventato il simbolo della ricerca della libertà del XX secolo che ormai ci sta alle spalle.
http://www.youtube.com/watch?v=9-nXT8lSnPQ&feature=PlayList&p=7817F56AB06C2C52&index=1&playnext=2&playnext_from=PL
http://www.youtube.com/watch?v=O4xtkpO7ZqU&feature=PlayList&p=7817F56AB06C2C52&index=0&playnext=1
http://www.youtube.com/watch?v=XJBnHMpHGRY&feature=PlayList&p=7817F56AB06C2C52&index=2&playnext=3&playnext_from=PL
Il 13 maggio 1989 duemila studenti si insediarono nella grande piazza Tienanmen: chiedevano una legittimazione, criticavano la corruzione del Partito ed il ritorno al conservatorismo da parte di Deng Xiaoping, chiedevano libertà, riforme politiche democratiche, inneggiavano a Gorbaciov leader della svolta in URSS, innalzavano una enorme statua di cartapesta alta 10 metri chiamata Dea della democrazia, erano presenti tra di loro anche comunisti libertari che cantavano l’Internazionale. La protesta continua nei giorni successivi, durante la visita di Gorbacev, il 16 ed il 17 maggio; i manifestanti sono molto di più; si cominciano ad avere notizie di espansione della protesta giovanile anche in altre città della grande Cina. Il Comitato permanente dell'Ufficio politico del PCC, impone la legge marziale. Zhao Ziyang, uno dei membri del Comitato, che si era opposto alla legge marziale, tenta con una mossa disperata il 20 maggio di convincere i manifestanti a desistere dall’occupazione della piazza, esponendosi anche personalmente (nei giorni successivi sarà arrestato). I manifestanti non si arrendono. Nei primi giorni l'esercito incontrò una forte resistenza da parte della popolazione e la situazione rimase in una pesante attesa per 12 giorni. Deng Xiaoping prese la decisione finale: in quanto Presidente della Commissione militare, fece pervenire alle truppe l'ordine di usare la forza.
Quanti sono stati i morti e i feriti? Ancora oggi nessuna verità per quella cronaca. Il governo cinese parlò inizialmente di 200 civili e 100 soldati morti, ma poi abbassò il numero di militari uccisi ad "alcune dozzine". La Croce Rossa parlò complessivamente di 2.600 morti e 30.000 feriti. Altre testimonianze parlano 3000 morti, le più alte stime fecero salire il bilancio a 12.000 morti. Nei giorni che seguirono cominciò una caccia feroce ai dissidenti, i numeri degli arresti e degli esiliati non venne mai reso pubblico, la stampa cinese fu messa a tacere.
Da un articolo del Corriere del 17 maggio 09, apprendiamo che Zhao Zhiyang ha pubblicato un libro di memorie; ma ancora oggi permangono silenzi intorno a circa trenta persone che tuttora giacciono in carcere per quei fatti.
http://bibliogarlasco.blogspot.com/2009/05/tienanmen-un-mistero-lungo-20-anni.html
Deng nell’assumersi la responsabilità dell’intervento armato dell’esercito disse che era comunque riuscito a salvare il socialismo; nei fatti ha salvato il capitalismo-comunista una sorta di minotauro moderno.
Del ricordo del massacro di Piazza Tenammen in Cina oggi pare essere rimasto ben poco; forse il ricordo cova inespresso dentro l’anima di tanti giovani cinesi che vivono nel paese del COMUNISMO- CAPIALISTA . Si, in Cina si è conciliato l’inconciliabile, comunismo e capitalismo; ma non all’insegna della libertà, bensì all’insegna della dittatura del partito unico e all’insegna di una repressione impressionante (i dati sulla pena di morte in Cina sono di circa 1700 esecuzioni l’anno).
Eppure se a venti anni di questo anniversario ne aggiungiamo altri venti, arriviamo ad un altro anniversario che ci riporta a quaranta anni fa, alla Cina nel pieno della cosiddetta rivoluzione culturale, alla Cina di Mao Tse-tung . Una Cina che era arrivata con la sua propaganda culturale fino in Europa. Nel movimento del ’68, si poteva essere più o meno filocinesi, ma in ogni caso si guardava alla Cina di Mao con molta attenzione. La cosiddetta rivoluzione culturale giungeva come una novità, una specie di speranza visibile della possibile realizzazione del comunismo. La propaganda cinese era abbastanza diffusa, i giornali patinati con grandi foto, parlavano di esperienze di Comune nelle campagne. Pareva qualcosa di diverso che allontanava dal grigiore sovietico, una specie di comunismo possibile che allontanava gli spettri dell’Ungheria e della Cecoslovacchia. Era così grande questa speranza che faceva passare sopra il criticato culto della personalità e sulle folle stereotipate ed osannanti vestite tutte allo stesso modo. Eppure c’era qualcosa che doveva pur far pensare: il partito comunista cinese criticava l’URSS di revisionismo, e propugnava la successione ideologica: Marx , Engels , Lenin, Stalin, Mao. Il baffo di Stalin era la continuità tra Lenin e Mao, ciò doveva pur far pensare che la strada autoritaria di Stalin era condivisa. Eppure il mito di un comunismo cinese realizzabile trionfava il Italia e in Europa; perfino diversi trosckysti abbracciarono l’ipotesi maoista; dal ’68 al ’71 in Europa, la crescita dei gruppi filocinesi è notevole.
Ma nel 1971 arrivò una notizia particolare dalla Cina: la scomparsa di Lin Piao in circostanze misteriose. La spiegazione ufficiale fu che Lin Piao, stava pianificando un colpo di Stato ai danni di Mao, ed, una volta scoperta la congiura, aveva tentato la fuga e l’aereo con cui fuggiva è misteriosamente caduto. La stringata verità ufficiale della fine di Lin Piao mostrava tutta la fragilità della speranza di costruzione del comunismo in Cina. Gli anni successivi ci fanno arrivare le più disparate notizie, la rivoluzione culturale viene descritta come un movimento di esagitati in grado di bruciare libri ed opere d’arte, in grado di mettere al bando la cultura occidentale compreso Beethoven. Vengono evidenziati, con notizie molto vaghe, gli eccessi della Banda dei quattro, la stella di Mao pare adombrarsi, torna in auge Zhou Enlai e dopo di lui l’astro nascente sarà Deng Xiaoping.
Di quel comunismo pare restare solo il partito come grande moloch burocratico e grande contenitore di ogni idea di destra e di sinistra, e a capo del grande partito il nuovo astro Deng Xiaoping che indica la nuova linea: "Pianificazione e forze di mercato non rappresentano l'essenziale differenza che sussiste tra socialismo e capitalismo. Economia pianificata non è la definizione di socialismo, perché c'è una pianificazione anche nel capitalismo; l'economia di mercato si attua anche nel socialismo. Pianificazione e forze di mercato sono entrambe strumenti di controllo dell'attività economica." (John Gittings, The Changing Face of China, Oxford University Press, Oxford, 2005.). Sinteticamente questa è la nuova dottrina di Deng.
Lasciare arricchire una nuova classe borghese diventa la linea condivisa del grande partito, molti burocrati cominciano ad avviarsi verso un’altra carriera, quella di privati imprenditori. Ma a questa libertà di impresa non seguono le riforme democratiche e neanche riconoscimento delle libertà civili.
Gli studenti di piazza Tienanmen chiedevano, libertà, democrazia ed alcuni di loro cantavano l’Internazionale; hanno avuto un massacro e un capitalismo autoritario.
La speranza della costruzione di una GIUSTIZIA SOCIALE (che può anche essere chiamata socialismo o anche in altri modi) deve partire dal valore della LIBERTA’. E’ questa la lezione che possiamo ricavare dalla Storia del XX secolo.
francesco zaffuto
http://www.youtube.com/watch?v=O4xtkpO7ZqU&feature=PlayList&p=7817F56AB06C2C52&index=0&playnext=1
http://www.youtube.com/watch?v=XJBnHMpHGRY&feature=PlayList&p=7817F56AB06C2C52&index=2&playnext=3&playnext_from=PL
Il 13 maggio 1989 duemila studenti si insediarono nella grande piazza Tienanmen: chiedevano una legittimazione, criticavano la corruzione del Partito ed il ritorno al conservatorismo da parte di Deng Xiaoping, chiedevano libertà, riforme politiche democratiche, inneggiavano a Gorbaciov leader della svolta in URSS, innalzavano una enorme statua di cartapesta alta 10 metri chiamata Dea della democrazia, erano presenti tra di loro anche comunisti libertari che cantavano l’Internazionale. La protesta continua nei giorni successivi, durante la visita di Gorbacev, il 16 ed il 17 maggio; i manifestanti sono molto di più; si cominciano ad avere notizie di espansione della protesta giovanile anche in altre città della grande Cina. Il Comitato permanente dell'Ufficio politico del PCC, impone la legge marziale. Zhao Ziyang, uno dei membri del Comitato, che si era opposto alla legge marziale, tenta con una mossa disperata il 20 maggio di convincere i manifestanti a desistere dall’occupazione della piazza, esponendosi anche personalmente (nei giorni successivi sarà arrestato). I manifestanti non si arrendono. Nei primi giorni l'esercito incontrò una forte resistenza da parte della popolazione e la situazione rimase in una pesante attesa per 12 giorni. Deng Xiaoping prese la decisione finale: in quanto Presidente della Commissione militare, fece pervenire alle truppe l'ordine di usare la forza.
Quanti sono stati i morti e i feriti? Ancora oggi nessuna verità per quella cronaca. Il governo cinese parlò inizialmente di 200 civili e 100 soldati morti, ma poi abbassò il numero di militari uccisi ad "alcune dozzine". La Croce Rossa parlò complessivamente di 2.600 morti e 30.000 feriti. Altre testimonianze parlano 3000 morti, le più alte stime fecero salire il bilancio a 12.000 morti. Nei giorni che seguirono cominciò una caccia feroce ai dissidenti, i numeri degli arresti e degli esiliati non venne mai reso pubblico, la stampa cinese fu messa a tacere.
Da un articolo del Corriere del 17 maggio 09, apprendiamo che Zhao Zhiyang ha pubblicato un libro di memorie; ma ancora oggi permangono silenzi intorno a circa trenta persone che tuttora giacciono in carcere per quei fatti.
http://bibliogarlasco.blogspot.com/2009/05/tienanmen-un-mistero-lungo-20-anni.html
Deng nell’assumersi la responsabilità dell’intervento armato dell’esercito disse che era comunque riuscito a salvare il socialismo; nei fatti ha salvato il capitalismo-comunista una sorta di minotauro moderno.
Del ricordo del massacro di Piazza Tenammen in Cina oggi pare essere rimasto ben poco; forse il ricordo cova inespresso dentro l’anima di tanti giovani cinesi che vivono nel paese del COMUNISMO- CAPIALISTA . Si, in Cina si è conciliato l’inconciliabile, comunismo e capitalismo; ma non all’insegna della libertà, bensì all’insegna della dittatura del partito unico e all’insegna di una repressione impressionante (i dati sulla pena di morte in Cina sono di circa 1700 esecuzioni l’anno).
Eppure se a venti anni di questo anniversario ne aggiungiamo altri venti, arriviamo ad un altro anniversario che ci riporta a quaranta anni fa, alla Cina nel pieno della cosiddetta rivoluzione culturale, alla Cina di Mao Tse-tung . Una Cina che era arrivata con la sua propaganda culturale fino in Europa. Nel movimento del ’68, si poteva essere più o meno filocinesi, ma in ogni caso si guardava alla Cina di Mao con molta attenzione. La cosiddetta rivoluzione culturale giungeva come una novità, una specie di speranza visibile della possibile realizzazione del comunismo. La propaganda cinese era abbastanza diffusa, i giornali patinati con grandi foto, parlavano di esperienze di Comune nelle campagne. Pareva qualcosa di diverso che allontanava dal grigiore sovietico, una specie di comunismo possibile che allontanava gli spettri dell’Ungheria e della Cecoslovacchia. Era così grande questa speranza che faceva passare sopra il criticato culto della personalità e sulle folle stereotipate ed osannanti vestite tutte allo stesso modo. Eppure c’era qualcosa che doveva pur far pensare: il partito comunista cinese criticava l’URSS di revisionismo, e propugnava la successione ideologica: Marx , Engels , Lenin, Stalin, Mao. Il baffo di Stalin era la continuità tra Lenin e Mao, ciò doveva pur far pensare che la strada autoritaria di Stalin era condivisa. Eppure il mito di un comunismo cinese realizzabile trionfava il Italia e in Europa; perfino diversi trosckysti abbracciarono l’ipotesi maoista; dal ’68 al ’71 in Europa, la crescita dei gruppi filocinesi è notevole.
Ma nel 1971 arrivò una notizia particolare dalla Cina: la scomparsa di Lin Piao in circostanze misteriose. La spiegazione ufficiale fu che Lin Piao, stava pianificando un colpo di Stato ai danni di Mao, ed, una volta scoperta la congiura, aveva tentato la fuga e l’aereo con cui fuggiva è misteriosamente caduto. La stringata verità ufficiale della fine di Lin Piao mostrava tutta la fragilità della speranza di costruzione del comunismo in Cina. Gli anni successivi ci fanno arrivare le più disparate notizie, la rivoluzione culturale viene descritta come un movimento di esagitati in grado di bruciare libri ed opere d’arte, in grado di mettere al bando la cultura occidentale compreso Beethoven. Vengono evidenziati, con notizie molto vaghe, gli eccessi della Banda dei quattro, la stella di Mao pare adombrarsi, torna in auge Zhou Enlai e dopo di lui l’astro nascente sarà Deng Xiaoping.
Di quel comunismo pare restare solo il partito come grande moloch burocratico e grande contenitore di ogni idea di destra e di sinistra, e a capo del grande partito il nuovo astro Deng Xiaoping che indica la nuova linea: "Pianificazione e forze di mercato non rappresentano l'essenziale differenza che sussiste tra socialismo e capitalismo. Economia pianificata non è la definizione di socialismo, perché c'è una pianificazione anche nel capitalismo; l'economia di mercato si attua anche nel socialismo. Pianificazione e forze di mercato sono entrambe strumenti di controllo dell'attività economica." (John Gittings, The Changing Face of China, Oxford University Press, Oxford, 2005.). Sinteticamente questa è la nuova dottrina di Deng.
Lasciare arricchire una nuova classe borghese diventa la linea condivisa del grande partito, molti burocrati cominciano ad avviarsi verso un’altra carriera, quella di privati imprenditori. Ma a questa libertà di impresa non seguono le riforme democratiche e neanche riconoscimento delle libertà civili.
Gli studenti di piazza Tienanmen chiedevano, libertà, democrazia ed alcuni di loro cantavano l’Internazionale; hanno avuto un massacro e un capitalismo autoritario.
La speranza della costruzione di una GIUSTIZIA SOCIALE (che può anche essere chiamata socialismo o anche in altri modi) deve partire dal valore della LIBERTA’. E’ questa la lezione che possiamo ricavare dalla Storia del XX secolo.
francesco zaffuto
(immagine “il tramonto dell’ideologia” © francesco zaffuto link Altre allegorie)
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