domenica 19 luglio 2015

sImu punto e a capo

Anche se siamo nel pieno di una caldissima estate possiamo ben dire Buon capodanno, perché apprendiamo ciò che avverrà nel futuro 2016: il premier Renzi promette l’eliminazione dell’imposta sulla prima casa. Intanto non si chiama più Imu e viene chiamata Tasi (che i Comuni hanno combinato in miscela con la Tari e con normative diverse da un comune all’altro). Ebbene in qualsiasi modo viene chiamata, la tassa sulla prima casa è odiata da tutti gli italiani padroni di una casa, da quelli che hanno uno sfigato monolocale a quelli che hanno un bell’appartamento di 150 metriquadri nel centro storico di Milano. Tutti uguali ovviamente perché quando si parla di tasse nasce una stupida uguaglianza tra ricchi e poveri, non vogliono pagarle. Dire  e spiegare agli italiani che c’è una certa differenza tra: non avere una casa, avere una casa da morti di fame, avere una casa un minimo decente ed avere una casa di lusso è impresa difficilissima. La sinistra, un tempo ci provava, poi venne Berlusconi e dimostrò che si potevano vincere l’elezioni proprio perché quella differenza non veniva capita. Ora Renzi comincia a fiutare l’avvicinarsi del tempo delle elezioni e visto che gli è difficile pescare nel mare dei disoccupati, prova a preparare la rete per pescare nel grande mare chi si crede padrone almeno di una casa e nel grande mare degli uguali che odiano le tasse.
Sei il solito gufo che non crede in Renzi? All’inizio qualche vaga speranza che potesse fare qualcosa ce l’avevo
Fare qualcosa però non significa fare qualsiasi cosa. In Italia nel febbraio 2014 c’era un’urgenza e continua ad esserci: dare una mano a chi stava precipitando nella povertà con un reddito minimo di cittadinanza, costruire qualche opportunità di lavoro per i disoccupati.  Le risposte sono state: qualche soldo in più per chi già lavorava con i famosi 80 euro; e si dice oggi che anche per il futuro la priorità sarà il grande bacino elettorale del leader.  
sImu punto e a capo.

19/07/2015 francesco zaffuto

venerdì 17 luglio 2015

Cannonate e non cannoli


 Esistono due tipi di siciliani: quelli che straparlano e quelli che stanno muti. Quelli che straparlano arrivano verbalmente ad uccidere tutto il mondo e riescono a mettere in moto l’intera Apocalisse biblica, anche per una multa per un divieto di sosta. Quelli che stanno muti si esprimono per sillabe che non arrivano neanche al pronunciamento del sì e del no e addirittura usano deboli schiocchi della lingua indecifrabili, tipo gn o ng, ci sono suoni che non si possono scrivere perché la lingua sbatte sul palato schioccando.
 Provate a liberarvi di un amico siciliano e diventate un traditore dell’intera Sicilia. Se è un antico amico fraterno siete un traditore di tutta la fraternità umana. E’ quasi più facile liberarsi di un parente: si trova una giustificazione del tipo “ci fu lite in famiglia”; ma con l’amico non viene compresa la motivazione della lite. Lo stesso amico penserà che non è vero niente e che continuate ad essere suo amico,  anche dopo l’essersi chiamati reciprocamente emeriti coglioni.
 Provate ad avere un amico siciliano di quelli che straparlano, che vi ha telefonato, che voi non volete continuare a sentire le stupidate che vi dice, e sperate che la telefonata finisca subito;  allora non reagite a nessuna delle stronzate che dice, perché sapete che se reagite la telefonata non finisce più e quello continuerà a straparlare per ore aumentando la dose di Apocalisse.
 Il reato di Crocetta pare che sia: non essersi riuscito a liberare di un amico, avere ascoltato una telefonata senza reagire o solo pronunciando qualche indecifrabile schiocco con la lingua.  
 Cosa diceva l’amico?  Apocalissi,  e nelle apocalissi aveva messo dentro anche una vittima della mafia. Le vittime della mafia sono intoccabili e innominabili e Crocetta doveva accettare di prolungare la telefonata dicendo al suo amico che era un coglione.
 Ma chi ha dato via l’intercettazione, l’ha fatta uscire dalle sedi di competenza giudiziaria, l’ha fatta arrivare all’Espresso, ha sicuramente commesso un reato.
Ora proviamo ad immaginare un dialogo tra Mister X e Mister Y.
Mister x = Su Crocetta abbiamo questo, che facciamo?
Mister y = Colpite ad alzo zero.  
Questo quello che posso dire come siciliano su Crocetta, e per quanto riguarda  la sua  futura salute un consiglio: riposarsi dalla politica e cambiare medico
17/07/15 Francesco Zaffuto

mercoledì 15 luglio 2015

L’accordo e la bomba


Le reazioni all’accordo di Caio, Tizio e Sempronio
Caio:
Se il petrolio non mi manca, se il sole per l’energie pulite non mi manca, per quale motivo desidero avere una centrale nucleare? Voglio una bomba, anche non subito, magari tre dieci o quindici anni, ma la voglio, perché avere una bomba è sempre una buona cosa visto che il mondo degli uomini non cambierà.
Tizio:
Non potete lasciare che quel Caio si costruisca in futuro una bomba,  è meglio che siamo solo noi ad avere la bomba, ne vale della nostra sicurezza.
Sempronio:
Ma va là, non l’avrà subito, intanto commerciamo con lui e gli vendiamo gli attrezzi per la bomba e tante altre cose, e se tra dieci anni avrà una bomba è un pericolo limitato, perché noi abbiamo cento bombe.
Considerazioni finali:
Una bomba si chiama bomba, anche quando si prospetta nel futuro, e non possiamo essere contenti di come la pensano Caio, Tizio e Sempronio.


Immagine – la vecchia centrale di Chernobyl

domenica 21 giugno 2015

Grecia: comunque vada domani

Comunque vada domani, lunedì 22 maggio 2015;
dal fallimento della Grecia, l'Europa e l'Euro ne ricaveranno un disastro.
Si possono chiedere alla Grecia riforme per cominciare a rientrare dal suo debito, ma non si possono dettare le tipologie di riforme togliendo a un popolo la sua libertà di decidere la sua politica sociale. 
Se alla Vittoria togliete le ali della Libertà è solo Oppressione.

sabato 20 giugno 2015

EXPOLIAZIONE

La Food policy milanese.
Un’altra carta che Expo regala ai posteri.
di Emilio Molinari

In questi appunti per una discussione pubblica, redatti in preparazione del Convegno Internazionale che si terrà a Milano nelle giornate di venerdì 27 e sabato 28 giugno 2015, Emilio Molinari mette a fuoco una serie di ragioni ineludibili e che sono mille miglia distanti da quanto il rutilante e fantasmagorico circo dell’Esposizione Universale ci ha proposto. Queste riflessioni indicano la nervatura indispensabile per una Carta dei popoli autentica, che metta al centro i bisogni dell’umanità, del suo sostentamento, della cura dell’habitat di cui è parte integrante e delle sue risorse nobili: cibo, acqua, aria, suolo. Il modo di riconsiderare queste risorse e la loro distribuzione egualitaria, non hanno nulla in comune con le linee politiche disegnate dalla cosiddetta Carta di Milano. Questi appunti sono un ottimo punto di partenza per un dibattito serio e propositivo.    

La locandina del Convegno Internazionale

Expo sforna un'altra carta oltre quella di Barilla/Renzi. È la carta per fare di Milano la città del cibo lanciata questa volta dal Comune di Milano e dalla Fondazione Cariplo e scritta e “ragionata” da un comitato di esperti dell'associazionismo di sinistra. 24 pagine impegnative corredate da tanto di grafici consegnate Sabato 9 Maggio alla consultazione pubblica delle zone di Milano dopo di che sparita dalla circolazione.
Uno dei tanti espedienti per dare una cosmesi all'inutilità di Expo. Molte parole specialistiche prese a prestito dal linguaggio degli esperti di sinistra e delle associazioni e alcuni concetti corretti e cose condivisibili.
Ma l'insieme è un qualcosa che nulla a che vedere con una vera Carta che seccamente definisca impegni concreti e soprattutto alternativi alle scelte che hanno determinato, e determinano tuttora, lo sviluppo di questa città, il suo rapporto con il suo territorio circostante, la campagna, l'acqua, la grande distribuzione ecc. Il documento è solo una “cosa” difficile per una consultazione che non sarà mai ne pubblica ne partecipata.
Intanto Expo diventa ogni giorno di più una fiera e una rassegna gastronomica, una festa, che alimenta nei cittadini l'indifferenza per le cause del disastro alimentare, sociale, ambientale che le multinazionali in vetrina in Expo hanno determinato e che loro per primi subiscono chiusi e indifferenti (in senso gramsciano, al grido della Terra e dei poveri di cui parla l'enciclica di Papa Francesco e a ciò che avviene alla stazione centrale).
Dentro a queste 24 pagine si perde il filo del disegno di quale città vogliamo e gli intenti di una politica del diritto al cibo nella città metropolitana.
Nelle 10 domande poste:
Governance - Milano dialoga con la città
Educazione - Milano educa al cibo
Sprechi - Milano riduce e trasforma
Accesso - al cibo Milano nutre tutti
Ambiente - Milano riduce gli impatti
Agroecosistema - Milano cura della sue terra e la sua acqua
Produzione - Milano genera qualità
Finanza - Milano investe sul cibo
Commercio - Milano alimenta le relazioni
Non c'è una riflessione su come dare una sterzata al modello di sviluppo della città che ha avuto ricadute drammatiche sull'agricoltura e sulla salubrità del territorio, sull'acqua, sul piccolo commercio e soprattutto non si fa i conti con quanto ha espresso ed esprime ancora la politica la quale va nel senso della continuità con il passato. Non si sente che Milano è al centro di un bacino (Lambro Seveso Olona) dichiarato dalla UE area di disastro ambientale. Che è al centro di una delle aree mondiali con le più alte emissioni di inquinanti e gas serra del mondo. Che le prime falde sono state abbandonate perché irrimediabilmente inquinate. Che è un’ area in Europa tra le più alte nella cementificazione che ha divorato campagne, fontanili, rogge e canali e che Expo ha aggiunto a questa realtà 1 milione di mq e che in prossimità di questi ad Arese, si vuole fare il Centro Commerciale più grande di Europa.
Che è la città in Europa con meno verde.
Che la distribuzione del cibo e delle merci è affidato quasi totalmente alla grande distribuzione, e ai centri commerciali.
Nella Carta non si sente questa consapevolezza e quindi non si sente la volontà del cambiamento.
Si resta nel minimalismo e vengono inseriti degli abbellimenti.
1.l'educazione del popolo a mangiare sano, (come se fosse solo un problema di ignoranza e non di reddito e di pubblicità consumistica).
2.lo spreco e il risparmio (come se fosse responsabilità delle famiglie, senza prendere atto che si produce di più di quanto siamo in grado di consumare le ragioni dell'economia spingono a produrre e consumare sempre di più).
3.La carità, gli avanzi recuperati per i poveri.
4.La qualità del cibo ovvero il made in Italy nel quale occorre investire perché produce ripresa e commercio.
Nella sostanza la Food Policy milanese parla alla città che sta bene, ai suoi consumi, parla di buone pratiche non disegna la città del cibo e dell'acqua come si vorrebbe far credere.
La cartina di tornasole di ciò è che:
Nella Carta l'acqua è quasi completamente ignorata. Si accenna solo alle casette dell'acqua che si perdono di fronte a Nestlè e allo statuto della città metropolitana che su richiesta del movimento, dichiara che l'acqua è un diritto umano. Ma appunto cose minimali e petizioni di un principio.
Si ignora che: L'acqua è l'alimento principale e l'acquedotto è la struttura centrale della vita di una città cui va riservato il massimo dell'attenzione e della cura.
L'acqua potabile, diversamente dal cibo, dipende istituzionalmente e totalmente dai comuni e dalle città metropolitane.
Non che il cibo non abbia a che fare con i compiti dei comuni, ma riguarda prevalentemente le refezioni scolastiche.
L'ortomercato, il macello e il mercato del pesce sono ormai marginali o inesistenti. Una volta c'erano i mercati comunali in ogni quartiere, c'era la centrale del latte ecc. Veri e propri strumenti del comune, piattaforme per i coltivatori e gli allevatori dell'area milanese. Sono stati liquidati brutalmente dalla furia privatistica.
In ogni azienda c'erano gli spacci aziendali anche questi liquidati.
Oggi tutto ciò dovrebbe essere oggetto di riflessione ed entrare nella food policy.
Ma torniamo all'acqua.
È incomprensibile la mancanza di impegni del comune e l'indifferenza di tante associazioni che hanno dato vita ad Expo dei Popoli, nel dare concretizzazione al diritto alla buona e sana acqua in una città come Milano dalla quale è partito il movimento dell'acqua in Italia e la grande partecipazione dei cittadini ad un referendum.
Fare di Milano la città dell'acqua e del cibo è cosa ben diversa.
Vuol dire destinare un’ area di Expo per farne la sede dove i movimenti contadini, le municipalità del mondo, i governi dei paesi in via di sviluppo le aziende pubbliche dei servizi idrici possono incontrarsi dar vita ad iniziative, progettare il futuro ecc.
Non vogliamo solo fare critiche ma fare proposte
Una Water policy delle città, deve voler dire,
un patto tra sindaci e cittadini per una rivoluzione dell'acquedotto per:

-Definire l'acqua potabile il cibo base, che va garantito dal Comune a tutti sano e nella quantità per una vita decente.

-Mettere in sicurezza l'acqua da ogni possibilità di privatizzazione del servizio idrico. Anche a Milano finché gestita da una SPA in house non è esente da simili pericoli. Inoltre le politiche governative vanno tutte in questa direzione.

-Promuovere una politica che dia la priorità alla fiscalità generale per riparare e migliorare gli acquedotti (l'esercito e gli F35, la Tav e Expo stessa, sono pagati dalla fiscalità generale) Perché non gli acquedotti, le reti idriche e fognarie i depuratori?

-Potenziare i controlli e rendere pubblico i dati sugli inquinanti in particolare quelli di nuova generazione e quelli dipendenti da pesticidi e diserbanti.

-Rendere partecipi cittadini e lavoratori di MM e CAP alla gestione degli impianti cessando la continua esternalizzazione dei lavori.

-Progettare le aree metropolitane in rapporto con l'acqua di falda e di superficie. E unificare gli ambiti territoriali della metropoli e le aziende che gestiscono il servizio idrico.

*introdurre i 50 litri per persona garantiti come diritto inalienabile
*Garantire questo minimo vitale e non chiudere i rubinetti a nessuno.
*Costituire un Fondo per la cooperazione internazionale
*impegnare le conoscenze delle aziende pubbliche in progetti di solidarietà altrettanto pubblici nel sud del mondo in rapporto con le ONG
*Creare la cultura dell'acqua nella città e pubblicizzare tra i cittadini con campagne pubblicitarie, l'acqua dell'acquedotto
*Garantire l'unicità della gestione in un unico ambito e in una unica azienda.
Vorrei chiudere ricordando che nel 1888 il sindaco Gaetano Negri della destra storica con una delibera istituì l'acquedotto pubblico milanese nella quale si diceva: l'acqua potabile è un elemento talmente importante per la vita e la salute dei cittadini che non può essere gestita da privati.

giovedì 18 giugno 2015

CHISSA' CHI sta firmando per il 2 per mille ai partiti?

CHISSA' CHI sta firmando per il 2 per mille ai partiti?

L’elenco dei partiti finanziabili sta nelle lista dell’Agenzia delle entrate a questo link:
Ma ci sono cittadini che stanno apponendo in questi giorni la fatidica firma?
Nel 2014 fu un vero flop solo 16.500 contribuenti decisero di utilizzare questo canale, per un totale di circa 325mila euro per tutti i partiti. Vale la pena di ricordare che la legge aveva previsto una copertura, per il 2014, di oltre 7, 75 milioni di euro.
Ci sarà un flop anche quest’anno???????
 Per quest’anno lo stanziamento massimo previsto è invece di 9,6 milioni, che saliranno a 27,7 milioni nel 2016 e 45 milioni nel 2017.
Ma occorre fare attenzione
Il paradosso del fallimento del 2 per mille è che anche lo Stato risparmia, perché se i cittadini non firmano non possono arrivare soldi ai partiti per la parte non espressamente destinata. Ma la torta continua ad essere negli anni sempre più appetibile;  occorre avere la massima vigilanza,  perché basta cambiare di poco la legge, adeguarla alla normativa dell’otto per mille,  e si avrebbe l’effetto di una destinazione in proporzione anche per la parte di finanziamento non espressa con le firme, e la torta sarebbe di nuovo perfetta per chi se la deve mangiare.

18/06/15  francesco zaffuto

lunedì 1 giugno 2015

salute elettorale degli italiani

Dopo le elezioni regionali del 31 maggio 2015 lo stato di salute elettorale degli italiani è:
la metà non votano
l'altra metà sono quasi tripolari


venerdì 29 maggio 2015

le Favole Morali

In quali specii, o razza                                  
Di bruti o d'animali,                                   
Si trova una sì pazza,                                    
Chi tanti oltraggi e mali                               
S'impegna a speculari                                 
Contra di li soi pari?                                      

In questo post la lunga e poco conosciuta prefazione in versi di Giovanni Meli alle Favole Morali

mercoledì 20 maggio 2015

La SCUOLA è FANTOZZIZZATA


Approvata la riforma alla Camera, si aspetta solo il finale passaggio al Senato e finalmente, secondo le ambizioni di Renzi e dei Dirigenti scolastici, la scuola sarà
FANTOZZIZZATA
I docenti vengono a perdere:
1       1 la possibilità di chiedere l’assegnazione in una scuola dopo aver conseguito la laurea e vinto un concorso; debbono avere il requisito aggiuntivo di merito, piacere al Preside;
2     2   la possibilità di trasferirsi da una scuola all’altra;
3     3   l’autonomia nello scegliere un indirizzo pedagogico e didattico;
I nuovi docenti saranno dei miseri impiegati, i nuovi Fantozzi
C’è ancora tempo per lottare. Ma solo per qualche giorno, poi addio al vecchio professore e arriva un triste Fantozzi.
20/05/2015 – francesco zaffuto


Immagine dal film: Secondo tragico Fantozzi

mercoledì 13 maggio 2015

Pericolo: avanza la “bad school”

La “bad scholl” è uno strano e pericoloso meccanismo di privatizzazione.
In pratica la scuola pur restando pubblica e pagata con i soldi della fiscalità generale, diventerà un centro di potere privato gestito da: un dirigente scolastico + un paio di genitori vicini al dirigente + un paio d’insegnanti vicini al dirigente + un'azienda locale che sponsorizza la scuola. Mentre in USA la scuola privata se la pagano i privati, in Italia la scuola diventerà privata e i soldi ce li metteremo tutti noi.
“Ma è la scuola dell’autonomia,  e il dirigente è il sindaco della scuola” dice qualche genio di questo Governo. Ma allora vi siete veramente bevuti il cervello?!  Il dirigente non è un sindaco,  non è stato eletto da nessuno, è semplicemente il vincitore di un concorso (a volte un concorso sfigato).  Una sorta di podestà in un meccanismo che tende a privatizzarsi: se sarà forte diventerà un tiranno, se sarà debole sarà nelle mani della cricca dei suoi collaboratori.
 Una delle cose più perverse di questa “bad school”  è quella che l’insegnante non potrà più fuggire, scomparirà l’istituto del trasferimento.  Nessuno potrà dire: mi scelgo un altro tiranno. Perché è il tiranno (o re travicello dei collaboratori) che sceglierà in un calderone provinciale i suoi nuovi insegnanti. La nuova “bad school” si terrà tutti gli insegnanti vecchi fino alla pensione  (o fino all’esaurimento nervoso), e gradualmente opererà un travaso di sangue  con “insegnanti  scelti”, nessuno potrà mettere piedi in quella “bad school” se non sarà gradito al tiranno o alla cricca.

13/05/2015 francesco zaffuto

lunedì 11 maggio 2015

Un voto per la Boschi


La ragazza ministro dice: “La scuola solo in mano ai sindacati funziona?”
Ma da quando la scuola è in mano solo ai sindacati? Quando è avvenuta questa misteriosa presa del potere?
Non è un caso che insieme ai sindacati, il 5 maggio,  ha scioperato anche la Gilda degli insegnanti che è nata in antitesi al vecchio sindacato confederale ed è nata come associazione nazionale dei docenti.
Non è un caso che hanno scioperato tanti docenti che non sono iscritti ai sindacati (il dato degli iscritti ai sindacati nelle scuole è molto basso).
Il ministro non si chiede da dove viene la maggior parte dei luoghi comuni di cui è imbastita la cosiddetta riforma. Ebbene, signor ragazza ministro,  viene dal sindacato nazionale dei dirigenti scolastici (Associazione Nazionale Presidi); è la fotocopia di tutte le loro proposte da venti e passa anni. Il quella fotocopia  ci sta il completo affossamento del ruolo docente:  impossibilità di trasferirsi da una scuola all’altra, essere nelle mani del dirigente scolastico per la nomina in una scuola e per ogni attribuzione di merito. E viene disattesa la libertà d’insegnamento prevista dalla Costituzione riducendo la didattica ad una mera responsabilità dei dirigenti scolastici. S’ informi signor ragazza ministro su chi ha veramente scritto gli articoli della “sua riforma”.

11/05/2015 francesco zaffuto

domenica 10 maggio 2015

fermare allevamento criminale


URGE una firma

Animali da allevamento imbottiti di antibiotici anche quando sono sani. Una pratica crudele per farli sopravvivere in condizioni tremende e produrre di più a costi irrisori. E che sta anche generando super-batteri resistenti alle medicine, che possono ucciderci. 

Molti paesi europei hanno già ridotto drasticamente l’uso di antibiotici negli allevamenti, e ora l’Unione Europea potrebbe finalmente imporre queste leggi a noi e al resto del continente. 

Si salverebbero vite umane riducendo al tempo stesso le crudeltà sugli animali: non dovremmo neppure stare a parlarne. Persino McDonald’s ha deciso di non usare più polli cresciuti con determinati antibiotici. Ma le multinazionali farmaceutiche e della carne stanno facendo di tutto per bloccare queste decisioni. 

Domani, lunedì, c’è un incontro tra i ministri europei e molti non hanno ancora preso una decisione. Denunciamo l’abuso crudele e mortale degli antibiotici negli allevamenti intensivi inviando 1 milione di firme a ognuno di loro. Firma ora e condividi la petizione. 

mercoledì 6 maggio 2015

Figurazioni complesse e legge elettorale

Non è facile interpretare un quadro di Kandinsky e non è facile interpretare una legge elettorale come l’Italicum,  ma è necessario farlo.

Ecco l’ITALICUM in sintesi, come approvato, e che probabilmente andrà in uso dal luglio 2016.

PREMIO MAGGIORANZA: l’Italicum è un proporzionale che assegna un premio di maggioranza (340 seggi su 630) alla lista che supera il 40%. Se nessun partito raggiunge tale percentuale, si svolge un secondo turno tra i due partiti più votati, per l’assegnazione del premio. I partiti perdenti si ripartiscono i 290 seggi rimanenti sulla base della percentuale di voti.
SBARRAMENTO AL 3%: entrano alla Camera tutti i partiti che abbiano superato il 3%.
100 COLLEGI: l’assegnazione dei seggi della Camera avviene proiettando le percentuali dei partiti ottenuti a livello nazionale su 100 collegi, in ognuno dei quali sono eletti 6-7 deputati.
PREFERENZE E CAPILISTA: Nei 100 collegi ciascun partito presenta una lista di 6-7 candidati: il capolista è bloccato (cioè è eletto automaticamente se scatta il seggio) mentre le preferenze valgono solo per gli altri candidati.
VOTO DI GENERE: sono possibili due preferenze, purché la seconda sia di genere diverso dalla prima. Se le due preferenze sono entrambe per candidati dello stesso sesso, la seconda preferenza è annullata.
ALTERNANZA UOMO-DONNA: le liste devono esser composte in modo da alternare un uomo ad una donna. Nell’ambito di ogni circoscrizione (Regione) i capilista di un sesso non devono essere superiori al 60% del totale.
MULTICANDIDATURE: E’ possibile che un candidato si presenti in più collegi, fino ad un massimo di 10.
SCHEDA: La scheda vedrà a fianco del simbolo di ciascun partito il nome del capolista bloccato, e due spazi dove scrivere le due eventuali preferenze.
TRENTINO ALTO ADIGE / VALLE D’AOSTA: In Trentino Alto Adige e nella Valle d’Aosta si vota con i collegi uninominali, come il Mattarellum.
Voto per posta: potranno votare per corrispondenza i cittadini italiani che sono all’estero per almeno tre mesi o per motivi di studio (per esempio l’Erasmus), per lavoro o per cure mediche.

Una modesta interpretazione dell’opera

Partiamo dal cosiddetto premio di maggioranza:  viene stabilita una soglia del 40% e un ballottaggio se non si ottiene la soglia. In passato in Italia abbiamo avuto due esperienze di premio di maggioranza:
quello della legge del 1953 (definita legge truffa), http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_elettorale_italiana_del_1953,
 il premio andava alla coalizione e non alla lista e solo se raggiungeva il 50% (percentuale tanto alta che alla fine quel premio non si poté dare);
e quello della legge Acerbo del 1923, voluta da Mussolini appena un anno dopo la marcia su Roma
che stabiliva un premio di maggioranza, di 2/3 dei seggi,  al partito, perciò a una lista, che avesse superato il quorum del 25%.
L’Italicum appena licenziato somiglia alla legge Acerbo, con l’aggiunta del ballottaggio e con la limitazione a 340 deputati su 630.
 Non è una legge come quella del fascismo, e si appella all’istituto del ballottaggio come elemento di una democrazia che vuole ispirarsi al bipartitismo; ma vediamo nei fatti quello che potrà succedere.
Con il premio di maggioranza viene eletto un quantitativo sufficiente di parlamentari che darà la fiducia a un governo che con elevata probabilità sarà guidato dal leader del partito vincente. Il Capo del governo sarà capo dell’esecutico e avrà in Parlamento una maggioranza sicura per fare approvare tutte le sue proposte di legge, in pratica terrà nelle sue mani il potere esecutivo ed anche quello legislativo; potrà influire nell’elezione del Capo dello Stato e nell’elezione dei membri della Corte costituzionale. Se si considera che il Senato non avrà più competenze in materie di leggi ordinarie e non dovrà dare alcuna fiducia, il potere in Italia di un Capo di governo eletto con l’Italicum è ben più ampio del potere di un Presidente negli USA eletto direttamente come persona. La Repubblica presidenziale paradossalmente ha più contrappesi democratici di divisione dei poteri rispetto a un Capo di governo eletto con l’Italicum.
 Il ballottaggio è quell’istituto che dovrebbe garantire la volontà popolare e impedire che vada al potere un partito con una bassa percentuale. Vediamo qualche semplice esempio: nelle elezioni gli astenuti si auto escludono  e quindi la percentuale dei votanti potrebbe essere anche solo del 60%. Di questo 60% di italiani votanti possiamo ipotizzare una prima lista al 25% e una seconda lista al 21% e tutto il resto dei voti sparpagliato su liste minori  (è evidente che il 25 e 21 per cento corrisponde al 15 e al 12,6 degli aventi diritto al voto); si va di conseguenza al ballottaggio, ancora una volta una parte dei votanti si asterrà (difficile da prevedere quanti) ed un’altra parte parteciperà al voto confluendo su quella lista considerata come “il meno peggio”. Nei fatti potrà governare, con un potere estremamente elevato, un partito che gode di effettivi consensi del solo 15% o 12,6% della popolazione e per il resto da meccanismi  derivanti  della legge elettorale. Quanto basta per dire che è molto lontano da una reale rappresentatività della volontà popolare.
 I meccanismi di potere del nuovo Capo di governo vengono accentuati dalle liste che prevedono l’elezione sicura dei capi lista, ed è facile poter prevedere che i capilista saranno uomini molto graditi al leader che si presenta a governare.
 Lo stesso meccanismo di rappresentatività con soglia del 3% per i partiti minori, che rispetto ai meccanismi previsti dell’8% dell’Italicum prima versione, è sicuramente più garantista della rappresentatività;  nel gioco finale porterà i partiti più piccoli a partecipare da soli per garantire le loro basi programmatiche e permetterà ancora di più di selezionare il gruppo dirigente del governo all’interno di un solo partito.
 Ora serenamente: questa legge non è una legge fascista che stravolge tutti gli istituti democratici ma porta in sé tutti gli elementi per stravolgerli, e l’elemento più preoccupante è la mancata separazione tra potere esecutivo e potere legislativo.
06/05/2015 francesco zaffuto
Inserisco qui una vecchia ipotesi di legge elettorale solo accademica

sabato 2 maggio 2015

Di nuovo al 13 %, primo maggio addio

Di nuovo al 13 % il tasso di disoccupazione, nonostante le misure del Jobs Act il mercato del lavoro non riprende, ed aumenta la disoccupazione dello 0,2 rispetto al mese precedente. Sono i dati di Marzo dell’Istat, che abbiamo conosciuto proprio il 1° Maggio.  Dopo i cali registrati a dicembre e a gennaio, quindi, si riconferma l’inversione il trend negativo iniziato in febbraio. In termini numerici un incremento di 52mila disoccupati.
Purtroppo. Si era intravista una piccola variazione positiva in gennaio e in febbraio, e si era subito manifestato ottimismo
ma purtroppo.
Qui non si tratta di essere ottimisti o gufi, si tratta di trovare qualche rimedio per fare ripartire l’economia, perché l’inceppamento sta producendo disastri.
Il lavoro non riparte per tanti motivi:
bassi investimenti pubblici per la stretta sul debito;
mancanza di nuovi prodotti;
forte concorrenza di manufatti prodotti all’estero a costi inferiori;
lavoro mal ripartito con eccessi di straordinari;
la stessa disoccupazione crea altra disoccupazione perché deprime i consumi delle famiglie (i giovani non possono spendere e i vecchi con maggiorenni a carico tendono a risparmiare al massimo);
ricchezza mal distribuita (i ricchi, a differenza dei ceti meno abbienti e dei ceti medi, tendono a tesaurizzare e non riportano nei consumi tutti i loro redditi);
tendenza a ritirarsi dell’imprenditore italiano (c’è una sommatoria: quelli che non ce la fanno e chiudono, quelli che vedono buio e chiudono prima del fallimento; quelli che non riescono a trasferire ai figli l’attività perché i figli non vogliono fare i lavori dei padri; quelli che  chiudono perché hanno deciso di vivere di rendita);
assenza di imprenditoria pubblica (le imprese pubbliche vengono smantellate e quelle private non nascono);
lavoro nero (che non crea condizioni di sicurezza nel farsi una posizione);
malavita, corruzione e pizzo (che in tante parti d’Italia scoraggia l’inizio di una attività imprenditoriale);
mal funzionamento della giustizia civile (che crea scoraggiamento negli imprenditori);
forte pressione fiscale sul lavoro;
All’elenco sicuramente manca ancora qualcosa.
 Il Governo, parlo di quest’ultimo, qualcosa l’ha fatto:
ha tentato di far riprendere i consumi con l’operazione 80 euro;
ha dato dei vantaggi alle imprese che assumono a tempo indeterminato;
ha diminuito le tutele ai lavoratori nuovi assunti per stimolare le imprese ad assumere a tempo indeterminato;
è intervenuto più volte in casi specifici di chiusure di grosse aziende;
ha diminuito l’IRAP sterilizzandola dai costi del lavoro.
 Fatti salvi gli interventi specifici per salvare alcune aziende e la sterilizzazione dell’IRAP, gli altri  interventi si sono rivelati poco significativi: gli 80 euro non sono immediatamente ricaduti in consumi, e sono ricaduti in buona parte nella debole tesaurizzazione delle famiglie spaventate; i vantaggi alle aziende che assumono a tempo indeterminato, fino ad ora,  hanno  prodotto un aumento di contratti a tempo indeterminato di lavoratori che prima venivano assunti a tempo determinato e senza aggiungere nuova occupazione.
L’ampio investimento usato per gli 80 euro se veniva utilizzato per creare una indennità di disoccupazione allargata avrebbe prodotto una maggiore sicurezza e il denaro destinato si sarebbe trasferito tutto sui consumi. Gli incentivi contributivi per le assunzioni andavano date a quelle aziende che effettivamente assumevano lavoratori in più rispetto all’anno precedente.
Allora due investimenti inappropriati con le poche energie a disposizione.
 Un altro elemento che va urgentemente aggiunto:  lo Stato e gli enti pubblici debbono essere promotori per iniziative pubbliche di impresa, se non decolla l’impresa privata deve esserci un cuscinetto di impresa sociale. L’impresa pubblica però non deve diventare una spugna che assorbe energie monetarie pubbliche in continuazione, dopo l’investimento iniziale ogni impresa pubblica deve essere gestita con criteri di pareggio di bilancio.

02/05/2015 francesco zaffuto