giovedì 30 aprile 2009

Lavoro e disoccupazione - retribuire la disponibilità al lavoro


30/04/09


Del riconoscimento del “valore lavoro” e della disoccupazione L’uomo con il suo lavoro è riconosciuto nella società non solo come singola esistenza ma anche per le sue azioni e per le sue capacità. In Italia il primo articolo della Costituzione riconosce il lavoro e lo considera come elemento fondante della stessa Repubblica (art. 1 - L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.). Nonostante l’enunciato costituzionale in Italia convivono buoni elementi di riconoscimento del “valore lavoro” insieme a forme gravi di disconoscimento. La necessaria condizione per poter riconoscere il “valore lavoro” si concretizza con la possibilità sociale data ad ogni uomo di potere esercitare un lavoro autonomo o dipendente. La condizione di disoccupazione, con il mancato riconoscimento delle proprie capacità crea a chi cerca lavoro un grande malessere. Se alla condizione di disoccupazione si somma anche la mancanza di mezzi per sopperire ai bisogni primari, l’insieme che si viene a creare è capace di dilaniare un singolo individuo e la stessa collettività. La condizione di disoccupazione emargina uomini e intere famiglie; crea sacche di attività ai margini della legalità; colpisce la vita affettiva; può provocare gravissimi squilibri psichici; e in casi estremi può portare al suicidio. La condizione di disoccupazione nel nostro paese esiste per tanti cittadini italiani, nonostante ci siano centinaia di migliaia di lavoratori stranieri; ed è più forte e più lacerante di quanto si possa credere. Non è solo misurabile con una percentuale perché si è aggravata sotto il profilo esistenziale. Se è vero che molti cittadini italiani cercano un lavoro meno umile, perché pensano di utilizzare un titolo di studio che hanno conseguito, è anche vero che, quando sono disposti a fare un qualsiasi lavoro manuale, non lo trovano perché spesso si tratta di lavoro in nero e massacrante; e chi offre una occupazione massacrante preferisce offrirla a lavoratori stranieri molto più facilmente ricattabili sul piano della disperazione. Nel nostro paese si è accettata la logica della ricerca del lavoro con il sistema più selvaggio del fai da te; le liste pubbliche di attesa nei fatti non sono più usate, essere disoccupati da più tempo non dà nessun requisito di precedenza; un lungo periodo di disoccupazione viene visto dal datore di lavoro come incapacità di adattamento. Nel nostro paese la disperazione di non trovare lavoro è un fatto privato anche se la Repubblica si fonda sul lavoro. Dei modi per affrontare la disoccupazione I modi per diminuire la gravità della condizione di disoccupazione involontaria sono molteplici, vanno percorsi tutti e non ci si può basare su una sola ricetta. Un primo modo è quello di diminuire il tempo di lavoro degli occupati per far sì che venga creata una nuova fonte di occupazione. Ma per far sì che tale modalità possa essere perseguita è necessaria la solidarietà dei lavoratori occupati e delle stesse imprese che offrono lavoro. I lavoratori occupati tendono a mantenere il proprio livello di reddito e ad aumentarlo, spesso sono più disponibili ad incrementi di lavoro straordinario piuttosto che vedere diminuito il reddito con un corrispondente aumento di tempo libero. Per un imprenditore che intende pagare complessivamente € 100 per ogni 10 unità di prodotto, potrebbe essere indifferente pagare un solo lavoratore che porta a termine le dieci unità o pagare € 50 due lavoratori che realizzano 5 unità di prodotto ciascuno. Ma purtroppo il problema non è solo matematico. La domanda che si pongono i lavoratori, quando si parla di riduzione di orario, è: possiamo con una retribuzione più bassa mantenere il nostro tenore di vita? La domanda che si pongono gli imprenditori è: possono più lavoratori con redditi molto contenuti diventare consumatori dei beni prodotti? Si viene pertanto a creare una reazione negativa alle diminuzioni di orario di lavoro perché: le aziende non sono disposte ad aumentare i costi, i lavoratori occupati non vogliono una diminuzione dei salari, e, infine, le stesse aziende preferiscono lavoratori con più accentuate capacità di consumo. Una drastica diminuzione del tempo lavoro viene di conseguenza a trovare diversi oppositori. Diventa praticabile solo in momenti particolari di crisi con i contratti di solidarietà, quando lo spettro del licenziamento comincia a gravare in modo generalizzato all’interno di un’azienda. In tempi normali la strada della diminuzione del tempo lavoro è percorribile solo gradualmente, con l’acquisizione, da parte dei lavoratori, di una consapevolezza della preziosità del tempo liberato dal lavoro; tempo che può essere dedicato alla famiglia, all’educazione dei figli, all’elevazione della propria cultura, ed anche a forme di lavoro autonomo. Un altro modo per diminuire la disoccupazione è quello di incrementare tutte le possibilità di lavoro autonomo, incoraggiando tutte le capacità creative. Creare e sviluppare, anche, la possibilità di utilizzo di una doppia fascia di lavoro: una parte dipendente e una parte autonoma, facendo in modo che i lavoratori che scelgono un lavoro a part-time possano dedicarsi agevolmente anche a un lavoro autonomo. Macroimprese che offrono lavoro dipendente e microimprese fondate sul lavoro autonomo sono elementi diversificati di una potenzialità produttiva, spesso le microimprese diventano esse stesse capaci di offrire nuove opportunità di lavoro. Ma il lavoro autonomo e la microimpresa debbono essere liberati, dalle barriere corporative, da intralci burocratici, e la stessa fiscalità deve essere semplice (spesso la complessità fiscale scoraggia più dell’entità fiscale). Un altro modo è quello degli interventi pubblici: attraverso organismi comunali, regionali e dello Stato, si possono utilizzare i lavoratori disoccupati per la costruzione di opere di pubbliche o per servizi di pubblica utilità, avendo cura che tali lavori vengano a comportare un reale beneficio per la collettività. La molteplicità d’interventi di pubblico interesse può essere la più varia. In particolare sono rilevanti investimenti nella produzione di energie rinnovabili e conservabili e nella la bonifica ecologica del territorio. Inoltre, lo Stato può investire sull’accrescimento delle conoscenze attraverso la scuola e la formazione; investimento nel fattore di produzione più prezioso, il fattore umano. Un altro modo per ridurre la disoccupazione è quello di rendere più umano e funzionale il lavoro a tempo determinato. L’introduzione di maggiore “flessibilità”, viene considerata una misura necessaria per le ristrutturazioni aziendali e per aumentare l’offerta di prodotti quando si verifica una maggiore richiesta di mercato; e viene altresì considerata come una potenzialità in grado di aumentare l’occupazione. L’uso dei contratti a tempo determinato, può avere una influenza positiva sull’occupazione ma se aumenta il ricorso a tali contratti gli effetti negativi diventano preponderanti. Nei contratti a tempo determinato e a progetto, il potere discrezionale di un mancato rinnovo, tiene in una condizione di soggezione psicologica il lavoratore, annulla ogni ipotesi di rivendicazione salariale di chi ha un contratto a tempo determinato e comprime le rivendicazioni salariali dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Sacche elevate di lavoratori precari frenano la stessa economia e la domanda interna; la propensione al consumo di questi lavoratori è estremamente limitata ed ha la duplice capacità di riflettersi anche in una riduzione dei consumi delle famiglie dei genitori dei lavoratori precari; l’incertezza di una retribuzione e l’incertezza previdenziale futura, non possono certo spingere la domanda interna di consumi. L’avidità di quegli imprenditori che speculano sul precariato si ritorce sulle aziende corrette e sull’intero sistema. Allora se la “flessibilità” è utile per le ristrutturazioni aziendali e per un maggior aumento della produzione in presenza di domanda di mercato, occorre rispondere coerentemente: ad una maggiore utilità deve corrispondere una maggiore retribuzione. Una maggiore retribuzione per il lavoro a tempo determinato scoraggia l’uso costante del lavoro precario e può stimolare gli imprenditori a trasformare i contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato. La parte di maggiore retribuzione per il lavoro a tempo determinato deve diventare contribuzione da devolvere all’INPS a fine di incrementare il fondo per la disoccupazione involontaria, in modo che il lavoratore a tempo determinato possa avere una indennità retributiva nei periodi di mancato impiego. Della retribuzione della disponibilità al lavoro Ma in caso di una mancanza di offerta di lavoro di pubblica utilità; in caso di difficoltà permanenti, pur perseguendo prioritariamente tutti i modi sopraesposti: lo Stato deve garantire un salario minimo di sopravvivenza. Questo salario o stipendio o paga, come lo si vuol chiamare, deve retribuire non tanto la cosiddetta disoccupazione ma “la disponibilità al lavoro”. Chi cerca un lavoro non dovrebbe essere più chiamato disoccupato, ma “lavoratore disponibile al lavoro”, una ricchezza umana in potenza per la stessa società che può essere utilizzata in modi diversi. La disponibilità al lavoro fa parte del “valore lavoro” e va riconosciuta dalla società. L’affermazione di un riconoscimento della “disponibilità al lavoro” necessità la fondazione di istituti atti a recepirla. La retribuzione della “disponibilità al lavoro” dovrebbe essere ancorata ad una effettiva dimostrazione di disponibilità attraverso l’iscrizione a più liste pubbliche di collocamento. Il costo complessivo di una retribuzione della disponibilità al lavoro, perseguendo insieme tutti gli altri modi di contenimento della disoccupazione, viene ad essere molto limitato. Una retribuzione alla disponibilità al lavoro che viene sospesa nei periodi di occupazione, ancorata alla effettiva reperibilità, con delle buone regole applicative e supportata da controlli per fare emergere il lavoro nero, non ha costi elevati e la società ne può trarre un beneficio economico e sociale. Il beneficio che ne può trarre la società è notevole: stabilizzazione della domanda interna di beni di consumo; diminuzione delle sacche sociali di illegalità; possibilità di fare emergere il lavoro nero con relativo aumento delle entrate fiscali. Quello che abbiamo oggi non è certo preferibile: una domanda interna instabile che genera crisi economiche di sovrapproduzione in tutti i settori produttivi; sacche elevate di illegalità che creano gravi problemi di ordine pubblico; malessere sociale diffuso. I fondi per la retribuzione della “disponibilità al lavoro” debbono provenire dalle imprese, dai lavoratori, e dallo Stato con la sua fiscalità complessiva; poiché vengono a beneficiare di questo istituto imprese, lavoratori e società nel suo complesso. In Italia la soluzione della Cassa Integrazione è stata una buona soluzione di difesa per i lavoratori delle aziende più grandi; questo mezzo va difeso, sostenuto e potenziato. Il nuovo istituto non deve essere visto in modo sostitutivo della Cassa integrazione, ma come un nuovo istituto di garanzia per i lavoratori delle piccole aziende che non hanno la copertura della Cassa, per tutti lavoratori precari, e per tutti quei lavoratori che pur volendo non riescono ad avere neanche un primo impiego. Non siamo nel campo delle utopie ma nel campo delle reali necessità a cui si può e si deve dare risposta. francesco zaffuto

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(immagine – “alla ricerca della libertà” china © francesco zaffuto)

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