martedì 23 giugno 2009

Referendum - ITALIANI?!!! Astenuti


23/06/09


Quesito 1 e 2 ha votato solo il 23,27% degli italianiQuesito 3 ha votato solo il 23,80% degli italiani.

E’ indiscutibile che la maggioranza degli italiani si è dichiarata non favorevole al premio di maggioranza a un singolo partito. Non gli gusta il bipartitismo all'americana.
L'effetto trascinamenti si è avuto anche sul terzo quesito, ritenuto come secondario.


Sull’alto numero delle astensioni ci potranno essere diverse letture.
Sicuramente si sono sommati
- la scelta consapevole di rifiutare un premio di maggioranza a un singolo partito;
- una generica sfiducia sullo strumento referendum, specie quando la consultazione referendaria riguarda un argomento complesso come la legge elettorale;
- la delusione di tanti cittadini che con la consultazione referendaria del 1993 (sempre proposta da Segni) si erano illusi di cambiare l’Italia attraverso la scelta del sistema maggioritario (andarono alle urne il 77% degli italiani e l’87% dei votanti si espresse per il maggioritario, e si rivelò ancora più nefasto del vecchio proporzionale);
- lo stabilizzarsi di una disaffezione generale nella politica e nei rappresentanti della politica, che ha fatto crescere l’astensione sia nei referendum come nelle altre consultazioni elettorali, il ballottaggio alle comunali ha registrato solo il 61% di presenze al voto e il ballottaggio per le provinciali addirittura solo il 46% di presenze al voto.;
- la sana scelta di andare a votare solo se si è capito qualcosa e non andare se si è fortemente indecisi;
- la sana scelta di non ritenere l’esercizio di voto come un dovere ma come una libertà, sana scelta che comincia a delinearsi anche nell’esercizio di voto per partiti e candidati.

Un interrogativo.
Cosa poteva succedere se si andava a votare per il referendum nella stessa data delle elezioni europee, il 6 e 7 giugno?
Si sarebbero risparmiati un sacco di soldi e il risultato sarebbe lo stesso, forse non si sarebbe registrata una percentuale così bassa come il 23,7%, ma sicuramente non si sarebbe raggiunto il quorum. La prova evidente l’abbiamo con il forte scarto che si è avuto tra percentuale dei referendum e la percentuale dei ballottaggi (23,7% referendum, 61% comunali, 46% provinciali). Con grandissima probabilità la percentuale del 65,05% di presenze al voto europeo non avrebbe determinato una percentuale superiore al 50% nel voto referendario il 6/7 giugno. Siamo di fronte ad una realtà nuova: un cospicuo numero di italiani che in modo consapevole scelgono di astenersi.

Le reazioni della classe politica.I politici, sia quelli che hanno vinto propagandando l’astensione, sia quelli che hanno perso propagandando il voto, si stanno tutti precipitando a dichiarare la crisi dell’ istituto referendario.
Intanto l’istituto referendario in Italia non è andato in crisi con questa ultima consultazione referendaria, anzi specificatamente si è evidenziata un astensione consapevole, astensione prevista dallo stesso istituto referendario.
Il problema però esiste, sopratutto se si considera il costo per le votazioni.

Riformare il referendum?

A mio avviso, qualche modifica deve essere apportata all’istituto del Referendum ma senza snaturare l’istituto stesso, che ha mostrato la sua importanza in particolari momenti della vita politica del pese: ci sono stati referendum che hanno sancito l’assetto istituzionale dello Stato, la vocazione laica dei cittadini italiani, la vocazione ecologista.
Referendum istitutivo
Tra le proposte di riforma dell’istituto referendario ce ne è una in particolare: quella di istituire il Referendum istitutivo. In pratica dare la possibilità di chiamare gli elettori per istituire delle vere e proprie leggi con un Sì o con un No. Tale ipotesi viene presentata come una grande occasione di democrazia diretta. I fautori enfatizzano le caratteristiche di democraticità e indicano che diversi referendum abrogativi hanno avuto in qualche modo effetti istitutivi o imput per nuovi impulsi a legiferare. Se questo è stato vero in ogni caso si è sempre trattato di cancellazione di leggi o parti di legge e di imput dati al Parlamento per nuovi indirizzi e non di istituzione ex novo di leggi. Il Parlamento era sempre chiamato a completare la volontà popolare. Nel caso di referendum istitutivo i meccanismi possono essere ben diversi; vediamo di analizzarne i possibili gli effetti di referendum istitutivi.
Il Parlamento è l’istituto di democrazia delegata con il quale si intendono elaborare e varare le leggi. Le leggi sono frutto non solo di un Sì o di un No, sono soprattutto frutto di discussioni, di possibili aggiustamenti, spesso si compongono di diversi articoli, ogni articolo ha diversi commi e capoversi. I parlamentari durante l’iter di elaborazione ed approvazione posssono confrontarsi tra loro studiare a fondo i problemi connessi con la nuova legge ed esaminarli i tutti gli aspetti. Se non lo fanno ciò attiene alla loro debole etica e alla loro debole capacità. Il cittadino può eleggere dei parlamentari con etica e capacità più elevate. Ma in ogni caso per elaborare una legge occorre un dibattito tra vari componenti. Allora il referendum istitutivo nei fatti verrebbe a creare dei centri esterni di elaborazione e proposta rispetto al potere parlamentare, centri esterni che non hanno mai avuto un riconoscimento elettivo e ma che magari godono di una grande capacità mediatica. Questi centri esterni prepareranno una legge, la costruiranno in tutte le sue parti con tutti i suoi requisiti di articoli e capoversi e poi chiederanno sinteticamente alla volontà popolare un Sì o No. Il popolo, che non ha partecipato a nessun dibattito e a nessuna seduta elaborativa dovrebbe solo schierarsi sinteticamente. Nei fatti un simile istituto svuota la democrazia delegata, costruisce centri di potere che elaborano le leggi all’esterno del Parlamento e che si baseranno sul potere mediatico di giornali e televisioni per farla approvare dal popolo. Si riuscirà a dare la sensazione fittizia di una grande democrazia diretta, mentre nei fatti costruirà un grande potere di manipolazione. Immaginiamoci una iniziativa di legge per l’introduzione della pena di morte, magari dopo un grave delitto enfatizzato da tutti i mass media, un referendum di quel tipo potrebbe cancellare con un tratto di penna centinai a di anni di civiltà cristiana e di civiltà illuminista. Se poi, addirittura, per un referendum istitutivo non si prevede il quorum della maggioranza degli aventi diritto al voto possiamo arrivare a conseguenze nefaste.
Pertanto è meglio lasciare in vita il solo istituto di referendum abrogativo dove il Parlamento conserva la sua facoltà di elaborare ed approvare le leggi e dove il popolo si esprime per abrogare o orientare con una abrogazione parziale l’attività del parlamento.
Una particolare forma di referendum orientativo potrebbe essere posto solo dalla stessa maggioranza del Parlamento, come quesito di rilevanza fondamentale dove si ritiene importante sentire la volontà popolare; un po’ come nel caso del referendum istitutivo della Repubblica.
QuorumUna altra ipotesi di modifica dell’istituto referendario, che in questi giorni naviga nella mente dei politici, è quella di eliminare il quorum o di renderlo meno elevato con una percentuale. L’istituzione di un quorum elevato del 50 + 1 degli aventi diritto al voto fa riferimento a una democrazia a forte partecipazione popolare ed anche ad una democrazia dove l’elettore va a votare sempre e in ogni caso, anche quando non ha capito di che cosa si stia trattando. All’elettore che si astiene viene attribuito nei fatti un specie di scelta a favore della legge già in vigore anche se trattasi di una volontà non espressa. Non la volontà di lasciar fare a chi si esprime per un Sì o per un No, manifestando la propria intenzione di tirarsi fuori dalla diatriba, ma la volontà di essere in ogni caso tecnicamente per un No alla abrogazione della legge. Chi non si esprime non è indeciso e di conseguenza innocuo ai fini del quesito posto. Chi non si esprime è nei fatti a favore della legge. In pratica una sorta di proibizione ad essere indecisi o scettici; l’astensione vale sempre per il mantenimento della norma. Con un meccanismo di tal genere chi ha proposto il referendum abrogativo ha sempre l’handicap di avere a sfavore tutti gli indecisi, tutti gli impossibilitati a votare per le ragioni di malattia o varie, tutti gli scettici. Chi propone l’abrogazione parte sempre svantaggiato. Credo che in una corsa in qualche modo si debba avere almeno una parità nelle regole di gara.
Stabilito che il referendum possa essere solo abrogativo, lasciando al Parlamento la sua capacità di legiferare in fase istitutiva, stabilito che i cittadini sono liberi di votare o non votare: va lasciato al risultato la forza che si è determinata. Il cittadino indeciso e scettico conterà solo per la sua decisione di indeciso e di scettico e non come cittadino favorevole alla precedente legge. E’ corretto pertanto l’eliminazione di ogni quorum, la stessa soglia di stabilire una percentuale diversa come quorum (30 o 40 per cento) fa ricadere nuovamente in un meccanismo di disparità di trattamento tra i propositori dell’abrogazione e i sostenitori della vecchia norma. La mancanza del quorum avrebbe un effetto benefico sulla politica attiva e scoraggerebbe l’adattarsi sul cosiddetto silenzio.
Cosa sarebbe accaduto a questo referendum senza il meccanismo del quorum? Credo che avrebbe vinto lo stesso il no, ma sarebbe stata una vittoria ottenuta con estrema limpidezza, con una precisa distanza dagli indecisi e dagli scettici. Scettici e indecisi hanno diritto di esprimere la loro astensione ma questa astensione non può essere a beneficio della sola parte non abrogazionista.
Numero delle firmeUn’altra proposta di modifica dell’istituto referendario è quello di volere elevare i numero di firme necessario per la richiesta istitutiva del referendum. 500 mila firme non sono poche da raccogliere, ma è pure vero che il costo di un consultazione referendaria è molto elevato. La consultazione referendaria dovrebbe avere un carattere eccezionale, provocata da una sfasatura tra decisioni del Parlamento e volontà popolare. Dovremmo avere un Parlamento così sensibile alla volontà popolare e capace di promulgare leggi condivisibili dove tale sfasatura dovrebbe avere il carattere di un caso abbastanza remoto. Invece a quanto pare non è così, addirittura è stata approvata la legge di soglia del 4% che esclude molte minoranze dal Parlamento ed esclude la capacità di proposta di tanti cittadini. L’esclusione di tante minoranze dal parlamento porta in qualche modo alla corsa verso l’istituto referendario. Se poi viene elevata la soglia della raccolta delle firme viene negata alla minoranza ogni possibile capacità di proposta, neanche in termine abrogativo, fatto molto negativo che può solo fare aumentare la disaffezione per la politica e il disagio sociale ed esistenziale, disagio che può sfociare anche in forme di lotta al di fuori delle regole democratiche.
La possibilità di portare da 500 mila a un milione le firme, per fare diventare l’istituto referendario un evento eccezionale, è un ipotesi che va coadiuvata con l’eliminazione della soglia del 4% per esprimere una rappresentanza parlamentare, altrimenti è un ulteriore ostracismo contro le minoranze.
In ogni caso la raccolta delle firme deve poter iniziare dopo il parere favorevole al quesito da parte della Corte Costituzionale, per evitare una raccolta a vuoto delle firme. Per evitare che un eccesso di quesiti vengano sottoposti alla Corte, si potrebbe prevedere centomila firme per la proposta di quesito e poi il completamento della raccolta di firme dopo il parere positivo della Corte

Ricapitolando: un no senza equivoci al referendum istitutivo che crea centri di potere al di fuori dell’istituto parlamentare, una eliminazione del quorum, un innalzamento del quantitativo di firme ma solo ripristinando la rappresentatività delle minoranze in Parlamento.
francesco zaffuto

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(immagine “mha!....boh!” fotocomposizione © liborio mastrosimone http://libomast1949.blogspot.com/ )

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