lunedì 11 gennaio 2010

L’effetto aliquote al 23 e 33 per cento


Cosa abbiamo per cena stasera? Due aliquote IRPEF del 23 e del 33 per cento, osserva bene nel piatto.
11/01/10

Con la disoccupazione in crescita, con il lavoro nero incontrollato che arriva a portare squilibri umani come quelli di Rosarno, l'ordine delle priorità doveva essere la riforma del welfare; e invece cominciano a parlare di riforma delle aliquote dell'IRPEF.
Anche sul piano fiscale la questione che era rimasta in sospeso era quella dell'IRAP; almeno sterilizzare quell'imposta dagli effetti del costo del lavoro, ed in invece si parla di IRPEF.
Ci sono le elezioni in arrivo: il welfare interessa circa il 10% o il 15% cento degli italiani (tra disoccupati, cassaintegrati, precari e lavoratori in nero), l'IRAP riveste un carattere di urgenza per un po’ di imprenditori in difficoltà; le aliquote IRPEF, invece, interessano tutti, la totalità degli italiani votanti che quotidianamente si lamentano per l’esosità delle imposte.
Il presidente Berlusconi, che pur in convalescenza sempre conta, fiuta l’aria delle prossime elezioni regionali, e decide con il suo intervento di spostare l'asse dei discorsi su un argomento che interessa tutti.
Si ripete la strategia delle ultime elezioni politiche, quella sull'ICI per la prima casa: era un'imposta che interessava tutti ed è stata tolta a tutti.
L’effetto della eliminazione dell’ICI sulla prima casa è stato:
- chi aveva un vecchio monolocale ha avuto un beneficio x;
- chi aveva cinque stanze in centro città un beneficio x+100;
tutti accontentati allo stesso modo e tutti hanno votato allo stesso modo.
Ora con l’effetto dell’annuncio di sole due aliquote per l’IRPEF tutti gli italiani votanti cominceranno a fare i conti. Cadrò nel 23 o cadrò nel 33? Ma che bello evito il 37!
Quando si fondò questa Repubblica si scrissero poche e chiare parole in materia di imposte e sono riportate nella Costituzione:
Art. 53.
Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.


Concorrere tutti in ragione della loro capacità contributiva, insieme al criterio della progressività, significa chiaramente che: il povero deve pagare anche lui qualcosa, un x; e i ricco deve pagare un x+100.
L’imposta IRPEF, per il suo carattere di imposta diretta sul reddito, è quella che può essere meglio regolata sull’effettiva ricchezza del cittadino; a differenza dell’IVA che è un’imposta sui consumi che grava anche sui generi alimentari e di prima necessità e che non tiene conto della ricchezza.
Se l’IRPEF, che è l’imposta base del sistema impositivo italiano che si può proporzionare alla effettiva ricchezza, viene articolata secondo la logica di Berlusconi abbiamo gli italiani divisi in tre fette:
- gli italiani poveri esonerati dal pagamento dell’IRPEF ed anche esonerati da ogni lamentela; ai quali si potrà dire “ma stai zitto te, lo sai quanto pago di tasse io”;
- la grande massa degli italiani al 23%; ben omologati in una strana eguaglianza dove chi guadagna 20.000 euro l’anno è uguale a chi ne guadagna 70.000.
- e la fetta di quelli del 33%; i ricchi finalmente salvati dalla mannaia delle imposte al 37 e 40 percento.
Non è questa la strada della giustizia impositiva, contribuzione di tutti e progressività comportano il ricorso a un ventaglio di aliquote che deve tenere conto dei vari stadi di ricchezza. Chi ha un reddito di poche migliaia di euro non è certo danneggiato se paga un 5% di IRPEF e può dirsi come tutti gli altri partecipe della contribuzione (tanto il suo esonero è solo fittizio perché paga l’IVA su ogni bene che acquista). Chi ha un reddito di 20.000 euro non può ricadere di punto in bianco nell’imposta del 23%, è giusto che la sua aliquota sia inferiore rispetto a chi ha redditi di 30 – 40 – 50 mila euro. L’assurda e finta semplificazione berlusconiana nei fatti va a colpire i redditi più bassi a vantaggio di quelli più elevati.
Sbagliano quelli che pensano che la riforma proposta da Berlusconi sia solo di fumo negli occhi, perché inapplicabile considerato che lo Stato ha necessità di incassare. Dal punto di vista delle entrate fiscali lo Stato si può reggere lo stesso perché ci sono tutte le altre imposte, IVA e bolli vari, e poi c’è il grande miracolo atteso: decollerà la magia del “Federalismo fiscale”, lo Stato delegherà alle Regioni e ai Comuni una capacità impositiva su case, auto, rifiuti ecc. ecc. ecc.. Con la tanto odiata IRPEF si incasserà di meno, ma gli incassi deriveranno da una pletora di imposte locali.
Se gli italiani si lamentano solo delle “tasse” , ed evitano di fare una riflessione concreta sui meccanismi delle imposte, continueranno a farsi del male.
francesco zaffuto

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(immagine “la mano nel piatto” fotocomposizione © liborio mastrosimone http://libomast1949.blogspot.com/)
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