domenica 13 gennaio 2013

Vescovi, Cassazione, gay, partiti, e un bambino


Attorno alla recente sentenza della Cassazione si sono affollati la stampa dei Vescovi, dichiarazioni di esponenti di vari partiti, ed altri articoli di stampa a iosa.
Ecco arrivano i Vescovi della Cei con il loro quotidiano Avvenire:
"E' una sentenza ambigua che crea sconcerto".
"Per esperienza comune la nascita di un bambino scaturisce dall'unione tra un uomo e una donna e comporta la cura da parte dei genitori".
"Il punto più sconvolgente della sentenza - scrive il giornale - è che considera il bambino come soggetto manipolabile, attraverso sperimentazioni che sono fuori dalla realtà naturale, biologica e psichica, umana e che non si sa bene quanto dovrebbe durare".
 Intanto la Cassazione non dà orientamenti per nuove leggi,  fa riferimento alle leggi esistenti dandone una interpretazione rispetto ad uno specifico caso. Il bambino aveva già una madre naturale, si trattava di riconoscere l’affetto della madre e le necessarie cure che poteva rivolgere al proprio figlio,  e la Cassazione ha riconosciuto tale diritto tutelato dalle leggi del nostro Stato. Se la madre, separata dal precedente marito,  non si è messa a convivere con un altro uomo ed ha scelto di convivere con una donna non si può considerare dismessa dal ruolo di madre. Il ruolo della madre naturale resta prevalente e la Corte non ha considerato immorale la convivenza tra le due donne e non l’ha considerata pregiudizievole per la cura da dedicare al bambino;  la decisione della Cassazione nel caso di specie, e con l’applicazione delle norme già in vigore, non fa una grinza; ma non si può considerare come un precedente legislativo in materia di adozione.
  Il potere legislativo deve  riflettere su questo caso perché un ragionamento su diversi casi specifici può aiutare a non prendere delle cantonate per eventuali leggi future.   
 Facciamo l’ipotesi che un bambino che vive con due donne (di cui una è la madre naturale) rimanga orfano per morte della madre naturale. Cosa accadrebbe? Con l’attuale legislazione il giudice dovrebbe dichiarare il bambino adottabile da una coppia considerata regolare. Il riconoscimento del matrimonio gay delle due donne potrebbe permettere la continuazione del vincolo affettivo con il bambino che in qualche modo si è determinato.
 In materia di adozione penso che debba essere fatta una distinzione tra adozione ex novo ed adozione per continuità affettiva: l’adozione per continuità affettiva va riconosciuta nell’interesse del bambino e del suo diritto individuale; e può, a mio avviso,  essere fatta anche da un singolo familiare e non necessariamente una coppia;  può essere un parente prossimo come un convivente ma che deve essere in grado sull’onore di poter adempiere a tale compito. Il giudice dovrebbe accertarsi della continuità affettiva e della volontà e capacità di farsi carico dell’adozione.
 Riguardo alle adozioni ex novo la legge può considerare cosa si intende per migliore condizione educativa, può riconoscere l’adozione a coppie gay a seconda dei costumi della società stessa, ma non può fare a meno di considerare la diversità di fatto tra l’uomo e la donna. La maternità della donna pone una condizione di fatto: per natura, la donna è procreatrice e se sceglie di portare a termine una gravidanza si trova ad essere madre di fatto (indipendentemente dall’esercizio di un pene o di una provetta). La società non può non riconoscere la madre di fatto, ne deriva che tra coppie gay formate da due donne e coppie gay formate da due uomini esiste una condizione diversa di fatto.
 Riguardo al padre va fatta una riflessione ulteriore: è padre chi ha cura di un figlio; è padre la madre stessa naturale; è padre il padre stesso a seguito di un matrimonio o di un riconoscimento; può essere padre un’altra donna o un altro uomo che si prende cura del bambino sull’onore; deve essere padre la società stessa che deve prendersi cura del bambino e anche del necessario aiuto da dare a un padre individuale. L’esercizio della paternità, che pare diventato debole nella nostra società,  va ricondotto ad un esercizio di responsabilità sull’onore individuale e ad un esercizio di responsabilità sull’onore collettivo della società stessa.
13/01/13 francesco zaffuto
Immagine – una scena dal film di Chaplin “Il monello”,  all’umile tavola stanno seduti il monello e il padre di strada.