venerdì 14 ottobre 2011

Ma una banca può fallire?


ma una banca può fallire?
La domanda è cruciale oggi con l’impero delle banche in caduta e con gli stati che corrono a salvarle.
Ma ci sono due risposte a questa domanda.
Risposta uno - Una banca non può fallire.
La banca esercita la mediazione del credito e fondamentalmente lavora con mezzi non propri. I propri mezzi (o capitale proprio) spesso sono esigui e possono bastare alle strutture immobiliari, mobiliari, attrezzature informatiche; per tutto il resto lavora con i soldi degli altri.
Prende denaro a deposito e lo dà a chi chiede un prestito. Concede a chi deposita un tasso di interesse basso e chiede a chi vuole un prestito un tasso di interesse più alto, da questo differenziale di interesse paga gli oneri del personale e altri oneri legati al suo servizio e ottiene dei profitti. I suoi costi e i possibili profitti sono ben misurabili. Una banca che valuta bene le garanzie che offrono le persone fisiche e le aziende che chiedono un prestito, e che soprattutto nel concedere prestiti non si lega a pochi clienti non può fallire. Per trovarsi in difficoltà una banca debbono trovarsi in difficoltà in primo luogo buona parte dei clienti che avevano ottenuto un prestito. La buona amministrazione per una banca richiede il cosiddetto sventagliamento del rischio di solvibilità su un vasto numero di clienti distribuiti possibilmente in diversi settori e con adeguate garanzie. Una banca inoltre nel concedere il credito ai clienti deve ben valutare che le scadenze dei propri depositi siano in corrispondenza con le scadenze stabilite per i prestiti, qualora si viene a creare una sfasatura la banca viene a trovarsi in difetto di liquidità. Di conseguenza depositi con scadenze a lungo termine possono dare luogo a prestiti a lungo termine e depositi a breve termine o liberi come i c/c possono dare luogo a prestiti a breve termine. Nei fatti le banche, anche per i depositi immediatamente liquidabili come i c/c, provvedono a fare degli studi sul comportamento medio dei propri depositanti e calcolano una giacenza media; se ad esempio i depositanti mediamente lasciano in deposito 1.000.000 di euro per tre mesi la banca si può esporre nel concedere prestiti con scadenze che non vanno oltre tre mesi. Ma una mancanza di liquidità può sempre accadere e una banca non può dimostrare ai depositanti una incapacità di rispettare quanto stabilito dai patti contrattuali di deposito. Per far fronte a una possibile mancanza di liquidità le banche possono porre rimedio destinando a riserve di liquidità parte dei fondi raccolti con i depositi; ma più cospicue sono le riserve e meno introiti ricavano dalla possibilità di concedere prestiti, di conseguenza il comportamento prudenziale limita gli affari e i profitti e gli appannaggi dei dirigenti bancari spesso legati agli stessi profitti. L’esercizio prudente del credito non può portare al fallimento di una banca, la cura doverosa di chi lavora con i soldi degli altri impedisce ogni ipotesi di fallimento.
Risposta due: la banca può fallire
Se la banca nel concedere prestiti si lega a pochi clienti, l’insolvenza di un grande cliente può diventare difficoltà di insolvenza per la banca. Se una banca non chiede sufficienti garanzie i casi di insolvenza dei clienti possono diventare insoluti definitivi ripercuotendosi sulla banca. Se una banca non crea una corrispondenza tra i tempi concessi per i prestiti e i termini per i depositi può trovarsi in condizione di mancanza di liquidità e dare un pessimo segnale ai propri clienti depositanti che potranno a catena richiedere il ritiro dei depositi. La mancanza di prudenza nei fatti può portare al fallimento di una banca con ripercussioni di screditamento di tutto il sistema bancario. La grave crisi iniziata negli USA nel 2008 aveva origine in un comportamento non prudente delle banche, molti istituti di credito avevano imboccato la strada delle operazioni pericolose e a rischio confidando in una economia in crescita e in continua espansione; ma in molti casi l’eccessiva esposizione al rischio derivava da comportamenti colpevoli, per aumentare il livello dei profitti si emettevano titoli fasulli e non assistiti da reali garanzie che venivano venduti ad altre banche.
Alla stessa mancanza di liquidità le banche spesso sopperiscono non solo con le proprie riserve ma chiedendo prestiti in denaro ad altre banche per tempi brevissimi di pochi giorni, questa tipologia di prestito tra banche in questi anni è andata in crisi perché le stesse banche non si fidano tra loro, evidentemente si conoscono bene.
Inoltre le banche spesso utilizzano l’impiego delle riserve per l’acquisto di titoli dello Stato, considerando questo un impiego sicuro di facile e rapido disinvestimento anche se poco redditizio; una difficoltà dello Stato che ha emesso i titoli può di conseguenza riflettersi sullo stesso sistema bancario.
I rimedi antichi e la corsa moderna alle grandi concentrazioni bancarie
I rimedi per affrontare il rischio bancario sono in gran parte decollati dopo la grande crisi del 1929. In Italia l’Istituto centrale “Banca d’Italia” è stato delegato dallo Stato al controllo delle altre banche, limiti sono stati posti sul rischio concentrato su un singolo cliente, sulle riserve, e sullo stesso esercizio del credito imponendo il cosiddetto modello inglese che distingueva tra credito a breve e credito a lungo termine.
Negli anni 90, per favorire la concentrazione bancaria, il modello inglese è stato abbandonando per passare alla cosiddetta Banca Universale capace di operare nelle diverse tipologie del credito; si è prodotto così un concentrato di poche grandi banche private e la dismissione degli istituti di credito pubblici. Il modello “potente” si è rivelato fragile nella sua struttura ma nel contempo così forte e capace di orientare la politica.
Se si vuole evitare il disastro
Le banche che non hanno operato con la necessaria prudenza non vanno aiutate, vanno NAZIONALIZZATE senza oneri per lo Stato. L’esercizio del credito deve essere misto: privato e pubblico. L’esercizio del credito deve essere sottoposto a un controllo che ponga limiti stringenti sul rischio bancario. Le banche di affari (che prestano denaro a poche imprese) debbono essere ben distinte dalle altre banche e i clienti debbono essere ben consapevoli che quando si rivolgono alle banche d’affari lo fanno a loro rischio e pericolo.
Lo Stato deve pagare il suo debito ricorrendo a una imposta patrimoniale capace di far pagare a chi ha accumulato ricchezza in questi anni. Non possono pagare le conseguenze gli strati sociali deboli, non solo perché già vivono in difficoltà ma anche perché questa scelte fermerebbe ancora di più la domanda con un conseguente aumento dei fenomeni recessivi.
14/10/11 francesco zaffuto