sabato 2 febbraio 2013

Lavori umili, disoccupazione, immigrazione e studio


 Tra i commenti al post precedente Quando una falsità è indecente , quello di Sari evidenziava la questione lavori umili e stranieri, riporto in corsivo il commento:
Politici e datori di lavoro, dicono, da anni, di non trovare personale italiano perché solo gli stranieri si adattano a fare certi mestieri. Sarà vero in parte, ma in larga misura c'è il fatto che gli stranieri accettano senza battere ciglio contratti capestro, senza orari e senza paga certa, gli italiani non lo fanno e se a volte accettano di firmare buste paga di 1000 euro per riceverne sono 700 è per disperazione. 
Il progetto di lavoro conta su questa disperazione per ridisegnare i contratti di lavoro? Mah.
 Direi che questa contraddizione, evidenziata nel commento,  ha già ridisegnato tutto il mercato del lavoro  in Italia e in questi anni di crisi economica (in particolare dal 2009 ad oggi) si sono sentite le ripercussioni più forti.
 La mancanza liste di collocamento pubbliche, a cui fare riferimento per una percentuale obbligatoria di assunzioni,  ha dato ai datori di lavoro il potere di decidere sui disoccupati come se la propria azienda fosse uno Stato sovrano in mano a un dittatore assoluto. Lo stesso impoverimento degli organici degli ispettorati del lavoro e le loro mansioni di controllo ridotte hanno permesso l’espandersi del lavoro in nero, senza contribuzione e senza garanzie per gli infortuni..
 L' "esercito di riserva"  della disoccupazione ha sempre compresso i salari, ma l’arrivo in Italia di tanti disperati da altre parti del mondo ha ampliato l“esercito di riserva facendolo diventare internazionale e immenso.
 Lo Stato è stato assente o persecutorio nei confronti degli immigrati: assente quando c’era di imporre ai datori di lavoro un comportamento garantista per i lavoratori immigrati e persecutorio nei confronti di coloro che per disperazione venivano a cercare lavoro in Italia. Un esempio è stato quello della legge Bossi/Fini,  di fare entrare regolarmente solo chi ha un contratto di lavoro;  ma il contratto di lavoro è deciso esclusivamente dagli stessi datori di lavoro senza alcun riferimento a liste di disoccupazione di attesa;  il datore di lavoro si sceglie il polacco (o il turco) come e quando vuole.  
 Gli stessi sindacati confederali hanno la colpa di non aver proposto regole di assunzione che richiamassero la necessità delle liste di attesa per i disoccupati.  Una normativa che avesse obbligato i datori di lavoro a rivolgersi a liste di collocamento pubbliche non avrebbe permesso di bypassare i lavoratori italiani; e gli stessi lavoratori stranieri sprovvisti di cittadinanza avrebbero potuto iscriversi in apposite liste di attesa senza rivolgersi direttamente al potere assoluto aziendale.
 L’avere lasciato mano libera ai datori di lavoro ha prodotto queste contraddizioni; contraddizioni che purtroppo stanno provocando malessere ed anche un larvato razzismo che si diffonde in strati poveri della popolazione italiana. Ben vengano i lavoratori stranieri ma con gli stessi diritti e paghe dei lavoratori italiani.
 In qualche modo è vero che da circa quindici anni alcuni lavori sono stati rifiutati dagli italiani, l’elevarsi del grado di scolarizzazione ha avuto una sua influenza; i giovani italiani diplomati e laureati che cercavano lavoro, in prima battuta, tentavano di trovare un lavoro corrispondente al ruolo sociale sperato in relazione agli studi più o meno lunghi.  
 Attualmente solo i giovani che hanno una preparazione scientifica o una preparazione professionale spendibile sul mercato del lavoro trovano una collocazione appropriata,  tutti gli altri si rivolgono alla ricerca di un impiego generico, ed è proprio l’impiego generico che ha avuto una forte flessione. Lo Stato e gli enti pubblici non assumono e anche le imprese private hanno sostituito diverse mansioni impiegatizie con nuove tecnologie; di conseguenza la grande massa di diplomati, di maturati nei licei, e di laureati in lauree umanistiche restano senza opportunità di lavoro. Non solo esiste la difficoltà di doversi riadattare verso altre professioni o verso lavori umili, ma esiste anche la difficoltà di trovare gli stessi lavori umili per chi ha un titolo di studio. Se un laureato cerca un lavoro umile, non lo trova, deve nascondere di essere laureato e non è facile mostrare in un curriculum precedenti esperienze di lavoro;  viene pertanto fiutato e scartato. I datori di lavoro vedono i giovani con un titolo di studio non adeguati ai lavori umili, perché possono continuare a cercare alternative migliori, perché possono pretendere paghe e diritti, perché non riescono ad adeguarsi ai livelli di schiavitù spesso richiesti e al livello di rischio infortuni spesso richiesto. Se si aggiunge che in molti casi i lavori umili sono in nero e senza alcuna contribuzione la frittata è fatta.
  Chi ha studiato rischia di essere più penalizzato degli altri, in Italia, non trova un lavoro adeguato ai suoi studi e non trova un lavoro umile. Investire nello studio significa: anni di lavoro, elevate tasse universitarie, assenza di contribuzione, ritardo di ingresso nel mondo del lavoro. Non è un caso che sia arrivata la crisi delle iscrizioni alle università, i dati che sono stati recentemente diffusi dal Cun  sono eloquenti: in dieci anni gli immatricolati sono scesi da 338.482 (2003-2004) a 280.144 (2011-2012), con un calo di 58.000 studenti (-17%). Negli ultimi tre anni il calo è stato del 4%: dal 51% nel 2007-2008 al 47% nel 2010-2011.
 Il lavoro è il malato più grave nel nostro paese e necessita di tre tipi di cure: interventi per fare aumentare il lavoro; interventi che riordinano il mercato del lavoro e che contrastino il lavoro in nero; interventi di welfare per tutti i disoccupati. Ma tutte queste cure debbono ispirarsi al principio della solidarietà: dividere equamente il pane e il lavoro che già esiste.
 In questa campagna elettorale ho sentito parlare poco e male sul lavoro e sono molto preoccupato.  Per quello che posso continuerò scrivere di lavoro su questo blog, ma non credo che ci saranno candidati al Parlamento che leggeranno questo blog.
02/02/13 francesco zaffuto

Immagine – foto da “Tempi moderni” – l’operaio Chaplin un po’ visto male in fabbrica per i suoi strani comportamenti.