sabato 15 novembre 2014

INSEGNANTI A FIRENZE il 23 novembre

A Firenze, che non è solo la città di Renzi, ma una delle capitali della Cultura italiana, ci sarà il 23 Novembre una manifestazione dei docenti italiani indetta dalla GILDA degli insegnanti.
"Caro Renzi e cara Giannini, la buona scuola la stiamo già facendo noi!"

"Ai continui attacchi che questo Governo sferra contro i docenti - dichiara Rino Di Meglio segretario della GILDA - bisogna rispondere con tono forte e deciso. Nel piano Renzi-Giannini ci sono aspetti che riteniamo devastanti per la scuola pubblica italiana, primi fra tutti l´assunzione diretta degli insegnanti da parte dei dirigenti scolastici, la carriera basta su mansioni burocratiche e il disconoscimento dell´anzianità di servizio. La scuola pubblica statale non può essere gestita come un´azienda privata".
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6 commenti:

  1. "La scuola pubblica statale non può essere gestita come un´azienda privata".

    Guarda un po', invece io ritengo che tutta la Pubblica Amministrazione dovrebbe essere gestita come una azienda privata. La ragione è duplice, da una parte la necessità ovvia di puntare almeno al pareggio di bilancio, dall'altra la considerazione che quando si paga un servizio si desidera ottenere un livello qualitativo della prestazione che sia proporzionato. Possiamo discutere se quanto paghiamo per le varie prestazione della Pubblica Amministrazione sia più o meno adeguato, quello che però non si può discutere è il livello qualitativo della prestazione che è scadente o molto scadente.

    Per dirne una, l'Italia ha una media di studenti per insegnante che è sopra la media europea ma la preparazione degli studenti italiani è sotto la media, disastrosa al Sud.

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  2. “Secondo i dati Ocse, siamo il Paese che investe meno (in percentuale alla spesa pubblica) sull'istruzione - appena il 9 per cento, rispetto al 13 per cento dei paesi Ocse e al 12 per cento dei 21 paesi Ue - e l'unico a tagliare i fondi nel corso degli ultimi anni.
    In Italia circa 1 su 7 (14%) tra i 17enni aveva già abbandonato la scuola (la media Ocse per il 2012 è stata del 10%).
    Il diploma di scuola superiore è diventato in poco più di un decennio appannaggio di due ragazzi su tre: il 72 per cento degli studenti ha il diploma di maturità, mentre nel 2000 soltanto il 59 per cento dei 25-34enni risultava diplomato. I laureati durante lo stesso periodo sono raddoppiati anche se le cifre restano molto basse: nel 2012 il 22 per cento dei 25-34enni era laureato.
    Se nel tempo la situazione è migliorata l’Italia resta nel gruppo di coda dei Paesi Ocse: terzultima in fatto di diploma e quartultima come numero di diplomati. Resta un grave problema l’insegnamento della matematica: in media un laureato italiano ha le stesse competenze matematiche di un diplomato in Finlandia, Giappone o Olanda.”

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  3. Di cose che non vanno nella scuola italiana ce ne sono tante. Ci sono stato dentro per trentuno anni e potrei fare un lungo elenco. Ricordo però che molti dei rimedi che furono messi in atto la fecero peggiorare.
    Occorre che per ognuno dei problemi si vada a fondo e che si tenti un’analisi approfondita. Quando si dice che ci sono troppi insegnanti ad esempio necessità vedere perché, e vengono fuori più motivazioni: nelle elementari ci sono tante scuole in piccoli comuni montani (e questo è un bene mantenerle); nelle medie e nelle superiori si insegnano tante materie inzeppando l’orario degli alunni e con risultati modesti perché si va a danno dell’approfondimento (questo pessimo investimento è aumentato con diverse riforme).
    Quando si parla di supplenze ad esempio ci sono molti luoghi comuni. Un venticinque anni fa appena un docente era assente veniva trovato il supplente, poi si disse che non serviva; il rimedio fu quello di inviare in sostituzione il primo insegnante disponibile dell’istituto anche se era di un’altra materia; il risultato è stato la perdita secca di ore nella specifica disciplina mai più recuperate nei fatti. Oggi pare che si voglia continuare verso questo tipo di finta soluzione.
    Uno dei deficit della scuola italiana è stato quello dell’insegnamento della lingua inglese e rispetto a questo problema le soluzioni prospettate sono: insegnamento della lingua a partire dai primi anni delle elementari e materne, più ipotesi di insegnamento di una materia in inglese all’ultimo anno delle superiori. Entrambe le soluzioni escludono la fascia di mezzo, la più importante. Meglio forse aumentare le ore di inglese nella fascia di mezzo, migliorare il metodo, e consolidare le competenze in questa lingua straniera.
    Riguardo al deficit di matematica, che fa rilevare l’indagine Ocse, occorre chiedersi bene cos’è che non va. Ci sono docenti, anche molto bravi in matematica, che non hanno un buon metodo d’insegnamento. Molti allievi con difficoltà in matematica passano nella classe successiva grazie ai buoni risultati in altre materie; nella classe successiva non coprono le lacune pregresse e vanno avanti in un modo di numeri sempre più misterioso. Probabilmente può servire: cambiare metodo, creare livelli di apprendimento, organizzare veri periodi di recupero.
    Una cosa poi di cui si parla poco è l’insegnamento professionalizzante. Molte materie professionali, negli istituti tecnici, occupano un considerevole numero di ore ma la gran parte dei programmi non sono calibrati su quello che lo studente andrà realmente a fare come professione e si rivelano come una perdita reale di tempo.


    Sulla formazione dei docenti poi si parla a mode; si è tanto discusso di una preparazione adeguata da maturare nelle università e in rapporto con periodi di tirocinio nelle scuole. Oggi non è più di moda parlarne perché con il bubbone della disoccupazione intellettuale salterebbe tutto l’impianto. Si preferisce parlare di reclutamento fatto dai presidi nell’ambito della scuola dell’autonomia. Tale rimedio, che in qualche sporadica scuola potrebbe dare un buon risultato, nella sua generalità diventerebbe un vero e proprio disastro; approssimazione e clientelismo gareggerebbero alla grande. Attualmente il reclutamento si fa attraverso i titoli di studio e i concorsi, è uno straccio di riconoscimento del merito che non va abbandonato finché non si trova un altro buon riconoscimento del merito.
    La scuola non è un’azienda perché non è facile misurare il prodotto, e il prodotto lo si può vedere negli anni e nella complessiva maturazione degli individui; ciò non toglie che sono utili i tentativi di misurazione, vanno però studiati con molta attenzione.

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  4. Io direi invece che la scuola non è una azienda perché l'azienda punta al profitto e per farlo cerca di cavare il sangue dalle rape dipendenti, la scuola invece, come tutta la Pubblica Amministrazione, esiste per dare da lavorare al maggior numero di disoccupati possibile e per farlo non può per definizione selezionare il personale ne tanto meno misurarne la performace e prendere delle misure correttive.

    Ovviamente ci sono le eccezioni. Nella mia lunga parentesi studentesca ho incontrato anche insegnanti capaci e insegnanti volenterosi. Purtroppo erano eccezioni che confermavano la regola, quella di insegnanti che fanno quel mestiere solo perché lo Stato gli garantisce un posto di lavoro garantito.

    Un'altra considerazione ovvia: se gli studenti sono mediamente impreparati, quando diventano insegnanti saranno ancora mediamente impreparati. Cosa ancora più notevole se si pensa che la maggior parte delle assunzioni viene operata al Sud dove l'impreparazione media è più grave. Quindi si innesca necessariamente una spirale negativa.

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  5. Errori si aggiungono ad errori per ridurre la scuola allo sfacelo e il corpo insegnanti alla disperazione. Non sono e non sono mai stata un'insegnante. Ma basta vedere come si è trasformata la scuola pubblica nel corso degli anni.

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    1. C'è ancora molto di buono nella scuola italiana, ma ci sono molti compiti da fare e non solo per gli alunni; per gli insegnanti, per dirigenti scolastici, per i genitori, per il ministro ed gli altri organi dello Stato, Compiti che debbono essere svolti e prima di svolgerli occorre riflettere e studiare. Compiti che debbono essere svolti uno alla volta e ben eseguiti, non si può pensare di svolgerli tutti insieme. Ma purtroppo ritorna in campo l'idea della grande riforma che risolve tutto
      come con una bacchetta magica.

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