giovedì 18 novembre 2010

il suicidio di un imprenditore e quello di un operaio



Il 2009 e il 2010, anni di crisi, le cronache ci hanno riportato diversi casi di suicidio di imprenditori e di lavoratori. Le motivazioni individuali che portano al suicidio sono diverse da caso a caso ed è difficile affrontare un argomento così drammatico; ma nei suicidi di questi di questi imprenditori e lavoratori (in questi anni di crisi) sono rintracciabili alcune costanti: la perdita del lavoro, probabile fallimento della ditta, difficoltà economiche, perdita del ruolo sociale.
Si tratta di uomini che si sono sentiti avvolti dalla disperazione poiché la sorte aveva reso insopportabile la vita. Sorte che andava a contrastare con lo stesso tenace impegno che avevano profuso in tanti anni.

Per le scarne descrizioni giornalistiche cito due casi che presentano una particolare crudele affinità.
Treviso - 14 novembre 2010 - Titolare di una azienda calzaturiera, ha chiuso la propria esistenza gettandosi nelle acque del canale Brentella. Anni di sacrificio che vedeva bruciati nella spirale di difficoltà finanziarie insorte per via di ditte che ritardavano i pagamenti. È crollato davanti alla vana attesa di un credito di un milione di euro.
http://www.corriereadriatico.it/articolo.php?id=126747&sez=CRONACHE

Frosinone - 19 settembre 2009 - Laureato in matematica e fisica ma da anni precario e con un’occupazione da muratore, si è tolto la vita dopo essere stato licenziato dalla ditta edile nella quale lavorava. L’uomo, 49 anni, ha deciso di farla finita sparandosi un colpo al petto. Da otto anni si arrangiava con lavori saltuari, contratti a tempo determinato presso il Comune e presso alcune ditte in attesa della chiamata per l’insegnamento.
http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/sora-precario-si-uccide-dopo-il-licenziamento-due-lauree-ma-faceva-il-muratore-103682/

In entrambi i casi abbiamo: impegno, fatica, sorte avversa, mancato riconoscimento sociale dei propri sacrifici; l’imprenditore di Treviso poteva essere tirato fuori dalle difficoltà con un credito senza interessi da strozzinaggio; il lavoratore di Frosinone da un lavoro retribuito regolarmente.
In ambedue i casi la sorte è determinata da una organizzazione sociale selvaggia, capace di distruggerti nonostante tutta la fatica prodigata e che arriva a chiamarti fallito come essere umano. Società che continua a propinare luoghi comuni come: non arrenderti mai; la fortuna aiuta gli audaci; chi non risica non rosica. Il successo negli affari o il trovare un lavoro molto redditizio, spesso dovuti a mera fortuna, vengono spacciati come qualità superiori dell’uomo.
Nella fortuna imprenditore e lavoratore sono due entità contrapposte; il primo dà lavoro e si accaparra del plusvalore arricchendosi, il secondo si deve accontentare di una retribuzione ai limiti sella sopravvivenza. Nella sfortuna diventano il primo fallito e il secondo disoccupato, una sorta di uguaglianza nella disperazione. Sono le regole di una società a capitalismo selvaggio tutta consacrata alla dea Fortuna.
La società può costruire strumenti per mitigare l’esercizio tirannico della fortuna, il lavoro è necessario che sia vissuto come una forma di partecipazione sociale e senza esclusione per nessuno. Nessuno chiami fallito un altro uomo, perché altrimenti siamo tutti falliti.
18/11/10 francesco zaffuto

( immagine - l'urlo di Edvard Munch)
.l’ argomento è stato affrontato in questo blog ai link

2 commenti:

  1. E' triste che la mancanza di denaro porti al suicidio. Ma è ancora più triste l'indifferenza in cui tutto questo si consuma.
    Ti auguro una buona serata

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  2. Già il fatto che una persona scelga il suicidio come unica soluzione ai suoi problemi, la dice lunga sul 'nostro' fallimento.
    Non sono tizio o caio, in prima persona, responsabili di questo fallimento: una vita spezzata in modo così amaro, è un fallimento collettivo.
    Che poi questi fatti siano quasi sottaciuti, come fossero una vergogna di chi ha fatto questa tragica scelta, fa capire che stiamo tornando indietro nel campo di una socializzazione che faccia capire che nessuno deve essere lasciato solo di fronte all'incalzare di eventi non imputabili a colpe personali.
    Sono situazioni ignorate, per la vergogna di chi le ha consentite.
    Sia l'imprenditore che l'operaio erano beni preziosi per la società: sono stati sperperati in nome di un regresso che avanza implacabile.

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