mercoledì 3 novembre 2010

Laicità




La Sinistra e le parole, settima parola: Laicità


Laicità

Laico origina dal greco λαikòς - del popolo, estensione del termine λαός, laós - popolo e contraddistingueva l'appartenente alla moltitudine degli uomini in contrapposizione agli appartenenti a una comunità chiusa.
La parola laicità si coniuga con la parola libertà e implica che le leggi valgono per tutti gli uomini e che il diritto di libertà del singolo uomo venga posto in cima alla scala gerarchica dei diritti.
Laicità oggi va intesa come bene per tutti, come metodo di lavoro per affrontare la cosa pubblica, come garanzia degli oppositori, come garanzia di tutte le fedi religiose, come garanzia per le libertà individuali e come garanzia per la libertà di associazione.
La laicità rivolta alle istituzioni dello Stato deve dare garanzie di rappresentatività alle maggioranze e alle minoranze, deve essere rivolta alla costruzione di un modello istituzionale che permetta l’alternanza nei poteri.
La tentazione dei gruppi dominanti più forti è quella di operare sulle leggi di tutti per adeguarle a proprio favore e alla propria visione dell’esistenza; la laicità combatte questa tentazione per costruire condizioni di equilibrio sociale.

Delle tre entità sociali



Una laicità moderna deve essere consapevole dell’esistenza di tre entità che compongono il sociale e l’uomo stesso: l’entità economica, l’entità politica, l’entità culturale. Queste entità vanno viste nella loro preziosa separatezza. Quando queste tre entità tendono a mescolarsi tra loro o quando una di esser tende a prevalere sulle altre, si genera confusione e malessere sociale. Sono come tre colori che vanno tenuti separati per potere fare in modo che possano esprimere tutta la loro intensa cromaticità, se vengono mischiati si ottiene solo un uniforme grigiore. Nella Storia abbiamo diversi esempi di prevalenza di una delle tre entità che hanno prodotto società grigie e pervase dal malessere sociale.
La prevalenza dell’entità culturale può portare a società autoritarie e totalitarie. Il culturale tende ad incidere sui comportamenti morali, si pone come guida nel pensare, ed è un fattore educativo per gli uomini e per la società; ma se il culturale detiene tutte le leve del potere sociale può diventare oppressivo per i comportamenti umani. Gli esempi storici in Europa di stati dominati dal pensiero religioso ci hanno fatto conoscere fenomeni gravissimi di persecuzione come l’inquisizione. Ancora oggi esistono in diverse parti del mondo stati dominati dall’integralismo religioso che non riconoscono basilari diritti umani.
La prevalenza dell’entità economica porta a società apparentemente libere ma nei fatti autoritarie e corrotte. Il prevalere dell’entità economica tende a corrompere tutto: cultura, politica, e tutte le istituzioni dello stato, pur mostrando una apparente laicità. La storia pullula di esempi di questa prevalenza: nel passato i centri del potere economico coincidevano con i grandi proprietari di terre, nella storia moderna la proprietà industriale e finanziaria si è sostituita in quel ruolo di comando. I potentati economici più forti tendono a mantenere i loro privilegi e le loro rendite di posizione, si mostrano liberali in apparenza ma impediscono che si vengano a costruire istituti sociali che permettano l’alternanza dei poteri, possono arrivare a difendere i loro interessi ricorrendo anche alle armi e al delitto. Nelle società a entità economica prevalente, il colpo di stato spesso viene usato come ultima ratio per la difesa dei privilegi (abbiamo avuto esempi tragici nella seconda metà del novecento nel Sud America, come il Cile e l’Argentina).
La prevalenza dell’entità politica porta a società apparentemente ordinate ma totalitarie e capaci di soffocare le libertà individuali. L’esempio storico moderno più pregnante l’abbiamo avuto con gli stati comunisti nel mondo e con il fascismo in Italia. La politica rinuncia al suo ruolo di mediatrice degli interessi sociali, costruisce gerarchie statali di controllo e un sistema di privilegi per se stessa. L’entità politica può esercitare il suo controllo sull’economico e sul culturale, mostra però di temere soprattutto un culturale autonomo perché può avanzare critiche al suo sistema e per evitare ciò diventa persecutrice della libertà di pensiero.
Avere consapevolezza storica dei danni della prevalenza di una entità sociale e riuscire a prefigurarli può servire per costruire un ordinamento statale laico dove ci sia equilibrio tra l’economico, il politico e il culturale.

Dell’autonomia del culturale e del politico



L’autonomia deriva anche da un quantitativo di beni a disposizione. Se si fa riferimento ai beni le tre entità (economico, politico e culturale) diventano disomogenee nelle forze poiché i beni sono solo prodotti o detenuti dalla entità economica. L’entità economica può essere quella dei grandi capitalisti come può essere quella di tutti i cittadini che privatamente possiedono limitati beni. Lasciare che l’economico finanzi come vuole la politica e la cultura, può sembrare laico e liberale, ma nei fatti significa determinare il controllo dei potentati economici su cultura e politica. Se in qualche modo non vengono posti degli istituti di equilibrio l’entità economica tenderà sempre ad avere il peso maggiore.
Lo stato con l’imposizione fiscale riesce a destinare alle sue istituzioni un ammontare di entrate che possono affluire in modi diversi alla entità politica o alla entità culturale. Fare affluire beni all’entità politica attraverso alti stipendi e privilegi economici crea una forma di privatizzazione della politica che determina ancora una volta un maggior peso dell’entità economica. Le stesse elargizioni fatte in sede politica ai soggetti culturali con criteri discriminatori determinano nei fatti limitazioni di autonomia della cultura. Misure come: la destinazione dell’otto e 5 per mille e il finanziamento pubblico ai partiti attraverso le stesse espressioni di voto, facendo ricorso a meccanismi dove si esplicita una volontà popolare, hanno un carattere più generalizzato e meno discriminatorio; vanno ripensate e corrette per gli aspetti più contraddittori, ma sono da prendere in considerazione per il metodo.

Della centralità del Parlamento



Il Parlamento nazionale deve essere nei fatti l’unica sede legislativa per l’approvazione di leggi con valore su tutto il territorio nazionale. Le leggi per essere approvate vanno discusse tutte nel merito dal Parlamento e non debbono essere approvate con voto di fiducia; il continuo ricorso al voto di fiducia tiene in ostaggio la stessa maggioranza dei parlamentari riducendoli a sudditi di una ristretta oligarchia. Le leggi che implicano più materie debbono essere esaminate e approvate distintamente; fermo restando il vincolo che una legge che implica una uscita finanziaria deve avere la precisa corrispondenza in una entrata finanziaria certa.
La fiducia del Parlamento al Governo va intesa come complessiva fiducia del fare e non deve essere chiesta in relazione all’approvazione di specifiche leggi; il determinarsi di maggioranze diverse in Parlamento in relazione all’approvazione di leggi non implica la caduta del Governo. Il Governo deve accontentarsi del suo ruolo propositivo, esecutivo e di coordinamento e rispettare il ruolo del parlamento in materia legislativa. La fiducia al Governo va posta solo al momento dell’insediamento al Governo, non va più richiesta in relazione all’approvazione di specifiche leggi e può essere tolta con espressa sfiducia complessiva che preveda l’espressa richiesta di insediamento di un nuovo governo con una nuova maggioranza.

Della rappresentatività



Una democrazia improntata alla laicità deve garantire la rappresentatività delle maggioranze e delle minoranze, la governabilità, e l’alternanza tramite nuove convocazioni elettorali. La legge elettorale è una legge chiave di garanzia della democrazia parlamentare, non può essere determinata solo da coloro che hanno vinto precedenti elezioni.
Il Parlamento deve raccogliere attraverso la rappresentatività tutto il dibattito politico presente nel paese. La legge elettorale deve permettere l’elezione su base territoriale di candidati rappresentativi del territorio e deve anche permettere l’elezione su base nazionale di candidati rappresentavi di correnti di pensiero. Un gruppo politico che sul territorio nazionale raccoglie 500 mila voti deve necessariamente avere una rappresentanza in Parlamento; il limite percentuale per la rappresentatività nel parlamento del 4% è un gravissimo danno alla democrazia rappresentativa, determina un peso superiore per i localismi, isola i gruppi politici diffusi sul territorio nazionale dal dibattito politico parlamentare e determina la crescita di una politica extraparlamentare.
La rappresentatività politica si coniuga attraverso simboli e persone, il cittadino nel votare deve sempre poter esprimere la preferenza anche per la persona. Il criterio della non eleggibilità dopo il secondo mandato è un buon criterio che può assicurare un minimo di rotazione per le cariche parlamentari e di governo. Gli ex parlamentari non più eleggibili potranno contribuire nel dibattito politico attraverso partiti e centri di studio politico, ne avrebbe un beneficio la politica in generale che non può ridursi solo all’occupazione di un seggio in Parlamento.
L’istituto della doppia Camera in Italia è stato ereditato dal regime monarchico per giustificare i privilegi di casta della camera alta; oggi è una inutile duplicazione dell’organismo legislativo. Può bastare una sola camera con non più di 500 deputati, tutti eletti; le cariche a vita di ex presidenti e personaggi illustri vanno eliminate (i personaggi illustri possono sempre avere un peso nel dibattito se riescono ad influenzare con la loro saggezza il dibattito politico in sede culturale o possono sempre fare ricorso a una elezione).
L’introduzione in Italia di una doppia camera come il senato delle regioni potrebbe comportare:
- il solito ritardo nell’approvazione definitiva delle leggi;
- conflitti di competenza tra le due camere (l’idea di affidare a questo nuovo senato le leggi in materia economica è assurda; le leggi economiche hanno grandi riflessi sul sociale, e le leggi sociali e di costume hanno grandi riflessi in economia);
- un deterioramento del tessuto nazionale unitario (la sedia in senato sarebbe vissuta come una particolare rappresentazione di localismi).
Tutta la grande parte dei deputati di una sola camera, eletti con criteri territoriali, basta ed avanza per rappresentare le istanze locali.

Della divisione dei poteri e della governabilità

Un premio di maggioranza in seggi a un partito o coalizione vincente va a detrimento del criterio della rappresentatività; può essere utile per assicurare un minimo di uniformità di indirizzo e di stabilità di governo, ma non deve essere così elevato al punto di stravolgere il criterio della rappresentatività (le recentissime vicissitudine politiche italiane dimostrano che i premi di maggioranza non assicurano di per sé la solidità delle maggioranze; la solidità dipende sempre dalla unità degli intenti).
Una elezione a parte del presidente dell’esecutivo non è la soluzione miracolistica per determinare l’unità degli intenti. La questione di rilievo è sempre la salvaguardia della funzione legislativa del Parlamento; anche in Francia e in USA, dove vige una repubblica presidenziale, quando in Parlamento esiste una maggioranza diversa il presidente accetta nei fatti il suo ridimensionamento. La repubblica presidenziale non può intendersi come libertà di fare per chi è stato eletto presidente. Per la storia del nostro paese, dove passate esperienze, dal fascismo ad oggi, hanno mostrato una propensione dell’esecutivo ad espandersi, è preferibile un limitato premio di maggioranza in Parlamento.
Della necessaria autonomia del potere giudiziario si è accennato in qualche modo alla parola Giustizia.

Dell’autonomia amministrativa e del federalismo



Il federalismo si intende quando stati autonomi sono tenuti insieme da un patto federale. In una realtà come quella italiana, unità dalla lingua, dalla cultura, da una religione diffusa su tutto il territorio, da interessi economici dipendenti e con una storia di unità legislativa di 150 anni, parlare di federalismo è quantomeno improprio; si tratta nei fatti di una necessaria ampia autonomia amministrativa che può spaziare dalla fiscalità all’amministrazione del territorio.
Riconoscendo il Parlamento nazionale come unico organo legislativo l’autonomia degli enti territoriali è una autonomia delegata anche se ha un rilievo di carattere costituzionale.
Le unità amministrative autonome vanno intese in forma moderna e avendo come riferimento l’evolversi delle necessità del territorio, oggi si possono individuare in Italia: Regioni, Comuni, Aree Metropolitane. Le regioni come riferimento ad un ampio territorio con una sua tradizione culturale; i Comuni come riferimento ad un limitato aspetto territoriale e ad una tradizione storica culturale; le Aree Metropolitane come riferimento ad una realtà territoriale strutturale di fatto ed in evoluzione che va affrontata con logiche di moderna amministrazione.
Le province, fatte salve quelle province autonome che possono assurgere a ruolo di vere e proprie regioni (es. Bolzano e Trento), sono organismi obsoleti, i poteri delle province vanno delegate alle regioni che possono a loro volta individuare un loro decentramento territoriale che può coincidere o non coincidere con le stesse vecchie province. Dalla scomparsa di province e prefetture si avrebbe un beneficio in termini di snellimento della macchina amministrativa statale; anche molti piccoli comuni vanno accorpati per vicinanza in uniche unità amministrative comunali.

Della scuola



La scuola accomuna in sé problemi relativi alla Laicità, alla Libertà e alla Uguaglianza. E’ una specie di punto di incontro di tre necessità.
Se sotto il profilo della libertà si deve garantire la possibilità di fondare scuole private; si deve avere la consapevolezza che laicità, uguaglianza e libertà sono compiutamente affrontate da una scuola pubblica. Le scuole private per la loro stessa natura di parte tendono ad essere poco laiche proprio perché intendono portare avanti un progetto orientato su alcune specifiche scelte culturali e i singoli insegnanti delle scuole private debbono accettare il progetto orientativo. Anche gli stessi eccessi di integralismo delle scuole private sono limitate dall’esistenza nei fatti di una grande scuola pubblica.
Nella scuola pubblica italiana fino ad oggi la laicità è stata assicurata dando uno spazio alla religione ben distinto dal corpo delle materie insegnate e facendo sì che non pesassero in modo preponderante particolari correnti culturali; la libertà di insegnamento è stata posta nello stesso dettato costituzionale; l’uguaglianza è stata affrontata assicurando una quasi gratuità fino alle scuole medie superiori.
La Sinistra deve difendere la scuola pubblica e potenziarla.
L’accesso alla docenza nella scuola pubblica non può essere definito da metodi cooptativi (metodo che può essere usato nelle scuole private); per il carattere pubblico della scuola va assicurata la forma concorsuale (o per esami o tramite graduatorie di merito) sulla base dei titoli di studio, di ricerca, e sul riconoscimento di acquisite esperienze professionali.
L’autonomia culturale riconosciuta alla scuola pubblica (compresa l’Università) non deve essere la scusa per avviare un processo di privatizzazione; il centro di autonomia della scuola pubblica non può essere altro che il collegio docenti o il senato accademico.
La scuola pubblica a livello nazionale e regionale non può essere affidata solo all’autorità politica ministeriale e regionale; essendo la scuola un organismo che fa riferimento alla cultura l’aspetto della sua autonomia deve esprimersi anche a livello nazionale e regionale. Sono necessari un consiglio nazionale e uno regionale per la scuola pubblica in grado di esprimere pareri su programmi, indirizzi di studio, scelte didattiche e organizzative; tali organi debbono essere elettivi e rappresentativi dei docenti della scuole e delle università.

Per una informazione libera e laica


La libertà della divulgazione del pensiero è un diritto che prescinde dalla stessa laicità, il portatore di un pensiero non laico ha il diritto a poterlo divulgare allo stesso modo del portatore di un pensiero laico. La laicità deve essere di riferimento per gli spazi dell’informazione e di divulgazione del pensiero. La laicità deve fare in modo che partiti, potentati politici ed economici ed anche potentati culturali non vengano a detenere spazi tali da determinare posizioni di dominio e atti ad escludere soggetti individuali e associazioni minoritarie.
Chiunque deve esser libero di poter fondare un giornale o uno strumento informativo o di divulgazione del pensiero. Uno stato laico deve favorire la crescita degli strumenti di comunicazione eliminando ostacoli burocratici e impedendo fenomeni di concentrazione.
Oggi per una informazione libera e laica va garantito a tutti il libero accesso a internet, vanno ampliate le possibilità di creare nuovi canali televisivi a nuovi soggetti; e la televisione pubblica, lungi dall’essere privatizzata o ridimensionata, deve permettere nei suoi spazi l’accesso a una molteplicità di soggetti politici e culturali.
03/11/10 francesco zaffuto

Link alle parole

Pane ......Lavoro . .....Libertà ..... Uguaglianza

Giustizia .... Fratellanza

Pace ..... Felicità

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7 + 2 nove parole per la Sinistra

(immagine “la mano sinistra” fotografia © liborio mastrosimone http://libomast1949.blogspot.com/)

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