lunedì 20 febbraio 2012

L’art. 18 e tempi di applicazione


Mentre i sindacati e il governo stanno continuando la difficile trattativa sul mercato del lavoro, i politici tra sabato e domenica sono entrati a gamba tesa nel dibattito. Spunta Veltroni; chi ha la pazienza di leggere il suo intervento per tentare di capire cosa c’entra Freud, faccia pure:
Ma la sonata di Veltroni è la solita: diminuire i diritti per dare qualche diritto agli altri privi di diritti.
L’art. 18 lo possiamo leggere cento volte e scopriamo che si tratta di diritti limitati che andrebbero allargati a tutti altro che diminuiti. Un buon imprenditore, rispettoso dei suoi lavoratori come persone umane, non ha certo paura dell’articolo 18, la possibilità di licenziare per giusta causa è abbastanza evidente. Quello che fa paura agli imprenditori, a quelli piccoli che preferiscono restare sotto i 15 dipendenti e a quelli stranieri, sono i tempi della giustizia; tempi che fanno paura anche agli operai. Si può arrivare anche a sei anni di attesa per una sentenza definitiva.
Anche in altri paesi esistono protezioni contro il licenziamento senza giusta causa ma sicuramente non esistono i tempi italiani.
Mi scuso un po’ per la lungaggine di questo post, ma quando si affrontano argomenti procedurali purtroppo il discorso si complica.
Ecco l’art. 18 della Legge 300 del 1970
1. Ferme restando l'esperibilità delle procedure previste dall'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro
Dalla lettura dell’articolo si evidenzia una tutela che non copre tutti i lavoratori e che lascia fuori le piccole imprese.
Per l’applicazione dell’articolo 18, bisogna fare riferimento alla procedura previste dalla legge 604, tra l’altro recentemente modificata con la legge 4 novembre 2010 n. 183.
A questo link potete prendere nota di testo e ultime modifiche.
Vediamo nello specifico i tempi: il datore di lavoro manda una lettera di licenziamento è si limita a dire che trattasi di giusta causa, non ha bisogno di specificare con attenzione i motivi; poi il lavoratore ha 15 giorni di tempo per chiedere i motivi, e l’azienda si scomoderà a dettagliare i motivi ; poi il lavoratore ha 60 giorni di tempo per impugnare il licenziamento e depositare un atto ufficiale. Dopo l’atto di deposito possono passare 260 giorni per arrivare a un tentativo di conciliazione. Dal mancato tentativo di conciliazione da dimostrare con un atto, si arriva alla richiesta al Giudice che deve essere fatta entro altri 60 giorni. Se abbiamo sommato tutte le date si può arrivare anche al tempo massimo di 395 giorni, prima ancora di scomodare il giudice.
Si dimostra in qualche modo che l’inserimento del tentativo di conciliazione ha allungato notevolmente i tempi anche se ha diminuito i casi di ricorso al giudice.
Passati i 60 giorni dal mancato tentativo di conciliazione il Giudice può mettere a ruolo la causa, secondo i propri impegni e qui può succedere di tutto con tempi che possono variare da un Tribunale all’altro a seconda dell’affollamento. Ci saranno poi i tempi per le audizioni, presentazioni di istanze e così via … Se in due anni si arriva alla prima sentenza bisogna accendere il cero a qualche Santo. Ma la storia non è finita; anche se la decisione del giudice di primo grado ha valore immediato, si può sempre fare appello per una nuova sentenza che potrebbe ribaltare tutto. Dopo la sentenza in Appello, su un buon suggerimento di qualche Legale, si può iniziare un ricorso in Cassazione. La Cassazione come tutti sanno è una sola, sta a Roma e concentra tutte le cause degli insoddisfatti delle precedenti sentenze. Quanti giorni saranno passati, o meglio quanti anni?
ALLORA, NON SI TRATTA di eccessi di tutela dell’ Art. 18 ma dei tempi della giustizia.
Credo che sia POSSIBILE una riforma dei tempi lasciando in vita la prerogativa di ricorrere al giudice, nella mia follia avanzo delle proposte:
Intanto obbligo all’azienda di inserire subito tutti i motivi della sua giusta causa nella lettera che invia al lavoratore e si risparmiano i primi 15 giorni. Istituire presso l’ufficio del lavoro una sezione di conciliazione come pubblico arbitrato e con valore giudiziale di prima istanza, lavoratore e imprenditore dovranno rivolgersi a questa unità di conciliazione obbligatoriamente e deve essere emesso entro due mesi dal licenziamento un atto di conciliazione o di mancata conciliazione. L’atto di mancata conciliazione potrà essere sottoposto al giudice del lavoro che pronuncerà la sua sentenza nei due mesi successivi e la sua sentenza avrà carattere di appello. Alla sentenza del Giudice si potrà fare ricorso solo per problemi di legittimità; infine eliminazione della competenza della Corte di Cassazione di Roma in materia di lavoro; e se viene sollevato un problema di legittimità si pronunci una sezione lavoro della corte di Cassazione appositamente costituita su base regionale.
Con qualche assunzione di personale competente negli uffici del Lavoro, con qualche giudice in più, e con qualche limitazione di stipendio ai giudici cassazionisti regionali la riforma potrebbe essere varata nell’interesse di tutti.
Penso che possano essere d’accordo con le mie follie i lavoratori e gli imprenditori; mi diranno che sono un folle alcuni sindacalisti, alcuni avvocati, alcuni magistrati, e diversi politici.
In ogni caso mi sento di augurare la buona riuscita della difesa dell’art. 18 ai lavoratori che in questa battaglia sono la parte più debole.
20/02/12 francesco zaffuto
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Immagine stilizzata del numero 18

13 commenti:

  1. Il mio commento è un abbraccio, e ho detto tutto.
    Ciao.

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  2. Insomma, da quello che scrivi, si dovrebbe intervenire sulle procedure che vengono disciplinate altrove, e non richiederebbero pertanto la modifica dell'articolo 18.
    Il punto mi pare però il significato simbolico che questo articolo ha assunto.
    Per un governo come quello Monti, è fondamentale la capitolazione del sindacato su questo punto, perchè ciò che relamente Monti propone non sono aggiustamenti tecnici, ma una nuova ideologia, quella liberista che a quanto pare è condivisa da una parte consistente dello stesso PD.
    Ne vedremo delle belle nei prossimi mesi.

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    1. penso anch'io che ci sia la volontà di piegare quel minimo di forza dei lavoratori, già malconcia.
      ciao

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  3. Mister Veltron ha perso un'occasione per tacere...

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    1. ciao Sandra,
      hai detto bene Mister, mi ricorda il personaggio di Sordi " perché io so amerikano del kansas city"

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  4. Non so se Veltroni ha letto "Totem e tabù" di Freud. Dovrebbe comunque sapere che in quel libro c'è un tabù insopprimibile.

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  5. Azzeccato il commento di Alberto!

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  6. Ti posso dire per esperienza diretta che nel caso di licenziamenti i tempi lunghi della giustizia fanno sin troppo comodo a tutti gli imprenditori.

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  7. Difendiamo insieme i nostri diritti contro la nuova schiavitù.

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  8. Il problema, secondo me, sta nel fatto che non hanno alcuna intenzione di accorciare i tempi della giustizia e non solo nel campo del lavoro. I tempi, oltretutto, sono allungati anche a causa delle tante leggi inutili che varano ogni anno per "aggiustare", di volta in volta, i loro interessi personali. Se non cambiamo gli abituè del Parlamento abbiamo poca speranza di vedere i nostri diritti rispettati.

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