martedì 28 febbraio 2012

Quella ricchezza che non produce ricchezza


Un luogo comune che ci vogliono fare digerire per forza è quello che: la ricchezza produce ricchezza per tutti e sviluppo.
Cerco di spiegare la cosa a me stesso e di solito provo ad essere semplice.
Un’impresa x produce un valore: parte di questo valore può essere destinato alle retribuzioni di chi ha lavorato nell’impresa; parte di questo valore può essere destinato ad essere investito nella stessa impresa; parte di questo valore può essere destinato a superpaghe di manager e utili che vengono distribuiti agli azionisti. Le due parti di valore (quella destinata alle retribuzioni e quella destinata al reinvestimento) tendono a portare avanti il meccanismo propulsivo di produzione e consumo. I lavoratori tenderanno a consumare totalmente i salari (al massimo ne tengono una parte accantonata per consumi successivi o per il problema casa). Salari molto depressi e insicurezza nella continuità del lavoro frenano i consumi e possono nel lungo periodo innescare fenomeni di recessione di tutto il sistema economico.
Andiamo ad analizzare ora quella ricchezza (che possiamo chiamare terza parte) che va a compensare manager e azionisti; se questa ricchezza è molto elevata è capace di determinare fenomeni di tesaurizzazione che portano i capitali ad allontanarsi dall’investimento produttivo e dallo stesso meccanismo della domanda dei beni.
Vediamo il comportamento che può avere un manager con un appannaggio retributivo di 500 mila euro netti l’anno; ce ne sono tanti nel privato e parecchi nello Stato. Una parte di quella ricchezza è destinata a normali consumi come per le altre famiglie; un’altra parte è destinata a consumi di lusso e va a incrementare una produzione di nicchia ma in ogni caso sempre funzionale alle meccaniche produttive anche se perverse; un’altra parte (quasi la metà) tende ad essere tesaurizzata (tende a diventare capitale finanziario). I modi di tesaurizzazione sono molteplici: oro e metalli preziosi; investimento immobiliare (con relativa spinta in alto dei prezzi delle case); fondi di investimento e pensioni private (che portano capitali ai grandi investitori che faranno il bello e il cattivo tempo nelle speculazioni di borsa); depositi presso banche nazionali e spesso verso banche straniere per cercare forme di godimento del capitale in altre parti del mondo; investimenti in titoli di Stato (dove si va incrementare il ricorso al debito che gli Stati trovano più facile rispetto al ricorso alle imposte).
Più grande è questa terza parte di ricchezza e sempre più grande diventa la sua capacità di creare squilibri finanziari. Solo una minima parte di questa ricchezza ritorna verso le aziende come investimenti produttivi in altre aziende, spesso si tratta di investimenti in borsa di breve periodo che aumentano gli stessi squilibri.
Non voglio dare lezioni a nessuno, ma provate a pensarci con molta pacatezza.
28/02/12 francesco zaffuto
Immagine – un forziere con ori – forse dei pirati