mercoledì 3 aprile 2013

Statevi Muti


Statevi muti (se la m è minuscola) significa statevi zitti. Ma in Italia la parola pare che serva non per dialogare ma solo per fare rumore: ecco come esordisce dal suo giornale il tal Belpietro “Per il dopo Napolitano finora sono stati proposti solo nomi di parte o avanzi di Prima o Seconda Repubblica. Ma una personalità di prestigio in grado di rompere gli schemi e apprezzata nel mondo intero c'è: il grande Maestro d'orchestra”.
Ci sta addirittura chi ha pensato di postare una petizione online per candidare Muti a Presidente della repubblica.
 Perché strappare alla musica chi sa fare musica?
 Perché considerare la politica come un mestiere che può fare chiunque, come se non fosse mettere mano a un delicatissimo meccanismo che lega i destini del paese?
 Perché quando si parla di cultura la politica ignora la cultura, ma è pronta a servirsi di essa per ammantarsi di nuovi vestiti che possano abbagliare e luccicare?
 Ricordo che il maestro Muti ha sempre rimproverato la politica di scarsa sensibilità verso la musica classica: ignorata nei programmi scolastici delle scuole, destinata in angoli ristretti dei programmi televisivi per fare spazio a stupide fiction; ora improvvisamente la politica si ricorda della musica.
 Economia, politica e cultura debbono stare nel loro ambito,  aiutarsi a vicenda con le loro preziosità per il bene del paese e non diventare una poltiglia indigesta da dare ai cittadini italiani già malandati.
 Dall’ingresso in politica di un potente uomo dell’economia come Berlusconi, quale bene ne ha avuto l’Italia?  A cosa è servito fare assessore  alla cultura il musicista Battiato e che senso ha chiamare ora Fiorello per ricoprire il suo incarico?
Che senso ha avuto dare tanti voti a Grillo (tra l’altro qualcuno mio) se oggi è incapace di formulare una proposta politica di medio periodo per permettere il varo di alcune misure urgenti per la disoccupazione e le imprese in difficoltà.
 Se ci sono persone che nel mondo della cultura hanno fatto e studiato politica approfonditamente  allora ben vengano in politica, ma non solo perché sono note.
 La politica deve essere onestà, ma anche studio, sensibilità per il sociale, esperienza come in tutte le attività; siamo in un paese dove chiedono quando cerchi un lavoro esperienza anche per aiuto cuoco, fare pulizie, battere alla cassa; e poi siamo disposti a dare tutti destini del paese a chi non ha mai dimostrato alcuna esperienza in politica. Tutto quel discorso fatto dai “rottamatori “ può essere accettato solo per assicurare l’alternanza nei ruoli di potere e la formazione di nuovi quadri,  ma non per cancellare la necessità dell’esperienza.
Per quanto riguarda i giornalisti politici, prima è bene che studino e poi possono parlare di politica; altrimenti ... muti.
 03/04/13 francesco zaffuto
Immagine – una chiave di violino