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domenica 22 gennaio 2012

Con euro una s.r.l.


Provate a consegnare a vostro figlio, che cerca lavoro, un euro e ditegli che può fondare una s.r.l. con qualche amico di età inferiore a 35 anni e diventare imprenditore; chissà quale potrà essere la sua risposta.
Non voglio assolutamente biasimare il presidente Monti per questa scelta; ricordo che in un mio post di alcuni mesi fa, tra le tante cose per risolvere il problema lavoro, auspicavo un alleggerimento di tutte le procedure burocratiche che ostacolano l’iniziativa di lavoro autonomo.
Dire che questa misura di semplificazione non va bene diventa per me una cattiveria, un non giustificato antiMonti. VA BENE, MOLTO BENE!! Ma visto che è un bene semplificare nella fondazione di microimprese, non si capisce perché a 36 anni si debba complicare; è una specie di nonsense giuridico. Mi preme anche di chiarire che questa misura, se da sola, difficilmente può porre rimedio alla disoccupazione giovanile.
22/01/12 francesco zaffuto
immagine - un euro

sabato 21 gennaio 2012

I forconi e la Sicilia


Essendo siciliano tendo ad a diffidare dei siciliani; dagli anni cinquanta i siciliani hanno appoggiato con il loro voto le componenti politiche più retrive. Ma i siciliani, quando si svegliano dal lungo sonno della sopportazione, sono capaci di sommovimenti di grande portata; la Storia ci ricorda i Fasci siciliani della fine dell’800 e i Vespri siciliani del XIII secolo.
Cosa accade oggi in Sicilia per me che vivo lontano non è facile da capire e allora mi limito per la cronaca a inserire alcuni link sugli avvenimenti:
Nelle notizie riportate nei link c’è chi parla di infiltrazioni mafiose; riguardo alle possibili infiltrazioni in un movimento tutto è sempre possibile, ma che oggi esiste un movimento che affonda le radici nel malessere dell’isola è un fatto inoppugnabile.
Ma di cosa ha bisogno la Sicilia? Non certo della cura Monti; l’avere strozzato con le accise sui carburanti molte aziende e prepararsi ad un possibile innalzamento dell’IVA che continuerà a strozzarle non è la cura appropriata per risollevare l’economia. La Sicilia ha bisogno essenzialmente di lavoro; è il lavoro può nascere in qualche modo proteggendo e sviluppando l’economia locale.
Non è certo del rinvio delle competenze tra Monti e il governatore Lombardo che la Sicilia ha bisogno; lo stesso Lombardo si deve assumere tutte le responsabilità delle azioni che può svolgere nella pienezza dell’autonomia regionale e Monti di quelle su base nazionale.
Certo non è facile dare ricette; ma sentire che a Palermo si vendono i limoni e pesce della Spagna è una notizia quanto meno inquietante, eppure è la realtà. Se non si possono rivendicare barriere doganali, almeno è necessario promuovere tutta la produzione a km. 0 per favorire lo sviluppo della produzione locale.
21/01/12 francesco zaffuto
Immagine – antica foto di Bernardino Verro uno degli esponenti di punta del movimento dei Fasci siciliani della fine dell’800 - http://it.wikipedia.org/wiki/Bernardino_Verro

venerdì 13 gennaio 2012

Liberalizzazioni o concentrazioni


Il governo Monti sta mettendo mano alle liberalizzazioni, la parola liberalizzazioni fa ben pensare ma .... Quando in un mare chiuso pieno di pesci piccoli si liberalizza facendo entrare un pesce grande c’è da aspettarsi che si mangia i pesci piccoli; di conseguenza la scomparsa di tanti pesci piccoli non va certo a beneficio dell’incremento dei posti di lavoro.
Caso Taxi: aumentare le licenze tecnicamente può fare aumentare posti di lavoro e può avere anche come conseguenza la diminuzione del prezzo del servizio; ma dare la possibilità di avere più licenze di taxi gestite da un’impresa fa si che nel settore entri il pesce grande che mangerà tanti pesci piccoli e di conseguenza non ci sarà di certo un aumento di posti di lavoro.
Caso Benzinai: dare la possibilità di poter vendere benzina di diverse marche forse può aumentare la concorrenza e forse può fare diminuire di poco il prezzo; ma nei fatti solo pochissimi gestori potranno dotarsi di più cisterne e di più impianti di erogazione, potranno farlo grandi gestori vicino a ipermercati. Anche in questo caso il dispositivo pare fatto per i pesci grandi.
Caso Farmacie: aumentare le licenze per nuove farmacie è sicuramente una buona cosa per tanti giovani laureati che possono far valere il loro titolo; dare la possibilità ai supermercati di vendere le medicine non fa nientaltro che ridurre la presenza sul territorio delle farmacie. Anche qua un dispositivo per pesci grandi.
Caso Apertura Negozi: dare la possibilità di stare aperti giorno, notte e festivi non è certo una misura che puo fare comodo a un commerciante che gestisce da solo il proprio negozio; è abbastanza evidente che i grandi supermercati che potranno gestire con turni l’apertura potranno avere vantaggi da questi dispositivi. Nel settore commergio già i pesci grandi hanno fatto una strage, potranno continuarla.
Ora mister Monti, con il suo staf di studiosi, ha previsto con le liberalizzazioni quanti posti di lavoro aumentano o diminuiscono?
Le liberalizzazioni potrebbero dare anche nuovi posti di lavoro, ma occorrono limiti ai pesci grandi altrimenti si chiamano CONCENTRAZIONI.
13/01/12 francesco zaffuto
(immagine “Riforme” fotocomposizione © liborio mastrosimonehttp://libomast-digiart.blogspot.com/2011/01/ottenebrazione.html )
nota descrittiva dell'immagine per disabili visivi
Due mani si dispiegano su un fondo grigio, ogni avambraccio porta dentro gli occhi e parti del volto, ma il naso è posto nel palmo delle mani, di conseguenza nel palmo delle due mani ci sono due nasi. Data la simmetria dell’immagine potrebbe significare che ogni nuova riforma finge un cambiamento. Ma potrebbe significare: occhio alle riforme, soprattutto provate ad odorare bene perché l’occhio può ingannarvi.

giovedì 18 novembre 2010

il suicidio di un imprenditore e quello di un operaio



Il 2009 e il 2010, anni di crisi, le cronache ci hanno riportato diversi casi di suicidio di imprenditori e di lavoratori. Le motivazioni individuali che portano al suicidio sono diverse da caso a caso ed è difficile affrontare un argomento così drammatico; ma nei suicidi di questi di questi imprenditori e lavoratori (in questi anni di crisi) sono rintracciabili alcune costanti: la perdita del lavoro, probabile fallimento della ditta, difficoltà economiche, perdita del ruolo sociale.
Si tratta di uomini che si sono sentiti avvolti dalla disperazione poiché la sorte aveva reso insopportabile la vita. Sorte che andava a contrastare con lo stesso tenace impegno che avevano profuso in tanti anni.

Per le scarne descrizioni giornalistiche cito due casi che presentano una particolare crudele affinità.
Treviso - 14 novembre 2010 - Titolare di una azienda calzaturiera, ha chiuso la propria esistenza gettandosi nelle acque del canale Brentella. Anni di sacrificio che vedeva bruciati nella spirale di difficoltà finanziarie insorte per via di ditte che ritardavano i pagamenti. È crollato davanti alla vana attesa di un credito di un milione di euro.
http://www.corriereadriatico.it/articolo.php?id=126747&sez=CRONACHE

Frosinone - 19 settembre 2009 - Laureato in matematica e fisica ma da anni precario e con un’occupazione da muratore, si è tolto la vita dopo essere stato licenziato dalla ditta edile nella quale lavorava. L’uomo, 49 anni, ha deciso di farla finita sparandosi un colpo al petto. Da otto anni si arrangiava con lavori saltuari, contratti a tempo determinato presso il Comune e presso alcune ditte in attesa della chiamata per l’insegnamento.
http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/sora-precario-si-uccide-dopo-il-licenziamento-due-lauree-ma-faceva-il-muratore-103682/

In entrambi i casi abbiamo: impegno, fatica, sorte avversa, mancato riconoscimento sociale dei propri sacrifici; l’imprenditore di Treviso poteva essere tirato fuori dalle difficoltà con un credito senza interessi da strozzinaggio; il lavoratore di Frosinone da un lavoro retribuito regolarmente.
In ambedue i casi la sorte è determinata da una organizzazione sociale selvaggia, capace di distruggerti nonostante tutta la fatica prodigata e che arriva a chiamarti fallito come essere umano. Società che continua a propinare luoghi comuni come: non arrenderti mai; la fortuna aiuta gli audaci; chi non risica non rosica. Il successo negli affari o il trovare un lavoro molto redditizio, spesso dovuti a mera fortuna, vengono spacciati come qualità superiori dell’uomo.
Nella fortuna imprenditore e lavoratore sono due entità contrapposte; il primo dà lavoro e si accaparra del plusvalore arricchendosi, il secondo si deve accontentare di una retribuzione ai limiti sella sopravvivenza. Nella sfortuna diventano il primo fallito e il secondo disoccupato, una sorta di uguaglianza nella disperazione. Sono le regole di una società a capitalismo selvaggio tutta consacrata alla dea Fortuna.
La società può costruire strumenti per mitigare l’esercizio tirannico della fortuna, il lavoro è necessario che sia vissuto come una forma di partecipazione sociale e senza esclusione per nessuno. Nessuno chiami fallito un altro uomo, perché altrimenti siamo tutti falliti.
18/11/10 francesco zaffuto

( immagine - l'urlo di Edvard Munch)
.l’ argomento è stato affrontato in questo blog ai link

venerdì 9 luglio 2010

umanisti in azienda e umani in politica



Un
Master
per
umanisti
d'azienda
o
un
Corso
per
umani
in politica
Leggo su
http://archiviostorico.corriere.it/2010/luglio/07/ora_umanista_azienda_oltre_vecchi_co_9_100707064.shtml
che Angelo Panebianco
fonda un “Master per umanisti d’azienda”, presso l’Università di San Raffaele di Milano. Questi fortunatissimi laureati in lettere o in filosofia saranno 35 e tutti ben selezionati; per partecipare a questo corso dovranno avere come requisito essenziale l’ottima padronanza dell’inglese. Per un anno staranno ad ascoltare (...forse in inglese...) le lezioni di scienza politica di Panebianco, Martinelli, Somaini, Navaretti, Dassù ; e per finire, lezioni su come si legge un giornale economico di Oscar Giannino. Dopo un anno, alla fine del corso, alcuni di loro, fortunati tra i fortunati, tramite la benedizione di qualche santo, potranno partecipare ad un ulteriore stage presso aziende che valuteranno gli ultimi requisiti e capacità. Dopo questi stage forse qualcuno potrà essere assunto come umanista d’azienda e troverà un lavoro; uno di quei lavori dove dirigi gli altri e ti aspetti di essere pagato più degli altri.

S’io mi chiamassi Paneduro
fonderei un “Corso per umani nella politica”, presso il parco pubblico della mia città. Le lezioni si possono tenere se non piove e camminando (come nella antica scuola dei Peripatetici), a gruppi di 5 (un maestro e 4 allievi) e si potranno fare più corsi per ogni nuovo gruppo. Requisiti per l’iscrizione: buona conoscenza della lingua italiana e discreta conoscenza della Divina commedia e delle poesie di Carlo Porta e Gioacchino Belli.
5 materie
1) Rispetto della libertà e della dignità di ogni essere umano
2) Rispetto degli animali e della natura
3) Esercitazioni e meditazioni per non rubare
4) Esercitazioni e meditazioni per non esercitare potere e carisma
5) Esercitazioni e meditazioni per sviluppare la speranza nell’essere umano
Quando gli allievi si riterranno in piena coscienza formati potranno iscriversi a partiti e sindacati con l’alta qualifica di umani.
09/07/10 francesco zaffuto
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(immagine “si alzò per guardare le stelle” dalle Metamorfosi di Ovidio – acquerello © francesco zaffuto)

lunedì 5 luglio 2010

Sentirsi male




Sì, mi sento male, scopro di essere d’accordo con Tremonti.
Ecco le frasi.
Agli amministratori pubblici del sud:
«cialtroneria di chi prende i soldi e non li spende»
«scandalo pauroso prodotto dalle regioni meridionali» che «hanno speso solo un dodicesimo»
« non si può continuare con questa gente che sa solo protestare e non sa dare servizi per i cittadini»
Nell’agricoltura dice il Tremonti " è diverso da altri come l’industria, dove puoi spostare capitali e impianti. In agricoltura non si delocalizza. Se va giù per rimetterla in piedi ci vogliono decenni. Per fare l'agricoltore non basta la tecnica, serve esempio, storia, sapienza ed esperienza". Inoltre, ha aggiunto, "Produce cibo, che è la prima e più profonda forma di cultura, produce paesaggio che è identità e forma di valori. Se viene meno l’agricoltura si indebolisce l’anima del paese e di un popolo" E poi ancora "è la base di ogni altra attività economica e senza essa non esisterebbero né commerci né industria e quindi l'agricoltura è la vera origine della ricchezza delle nazioni". E ancora “ non si speri di trovare risorse dal credito o dai finanzieri perché le fortune pecuniarie sono ricchezze clandestine che non conoscono né re né patria". Infine “ Ci vuole equilibrio. Non credo alla follia del mercato applicato comunque e dovunque".


Mi sta accadendo qualcosa di strano, un conflitto di personalità molto grave, schizofrenia acuta, sono io Tremonti o Tremonti è me.


Datemi qualcosa per riprendermi, per favore, datemi un bicchiere d’acqua.

Sì, d’acqua...ora mi riprendo..... aahhh.


Ma, scusate... Tremonti non è il ministro del Governo che ha privatizzato l’acqua?
Ma per fare crescere frutti e ortaggi, non è necessaria l’acqua?
Il primo piano di sviluppo dell’agricoltura del sud non dovrebbe riguardare l’acqua? Non farla minimamente disperdere, canalizzarla bene, evitare sprechi, utilizzare bene perfino quella piovana come facevano i romani che non avevano tutta la nostra tecnologia.


Allora tutti quei soldi cominciate a spenderli bene per l’acqua. Datevi una mossa insieme Stato, Regioni e Comuni invece di fare regali ai privati.
Perché non lo fate?

Non sono Tremonti, non sono Tremonti. Eehhh... mi sono ripreso.
Quando si dice poi: che basta un bicchiere d’acqua.
05/07/10 francesco zaffuto

martedì 15 giugno 2010

Tremonti, la zavorra e l’art. 41

Ma cosa dice l’art. 41 della Costituzione, che secondo Tremonti determina la produzione di “zavorra e 1 km quadrato di regole”, (frase pronunciata il 13 giugno alla festa nazionale della Cisl a Levico Terme, in Trentino)????


Art. 41.


L'iniziativa economica privata è libera.


Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.


Il primo comma non pone alcun limite ed è chiaramente esplicito nel definire libera l’attività d’impresa.
Il secondo comma non pone limiti burocratici ma limiti per garantire altre libertà sociali. La libertà d’impresa non può distruggere le coste e il territorio; non si può certo considerare libertà d’impresa la produzione inquinante o l’istigazione alla prostituzione.
Il terzo comma parla di “programmi e controlli opportuni”.
Se fino ad oggi i Governi della Repubblica si sono sbizzarriti in controlli INOPPORTUNI, BUROCRATICI, INUTILI, STUPIDI, producendo 1 Km quadrato di regole l’anno, si può dare la colpa a questo terzo comma dell’art.41 della Costituzione?????????????
L’art. 41 è un articolo di carattere generale che afferma il principio di equilibrio tra libertà di impresa, altre libertà individuali e indirizzo sociale dello Stato. Come gli altri articoli della Costituzione poi fa riferimento alle leggi attuative. Se poi le leggi attuative in Italia hanno determinato privilegi per grandi imprese e strozzature burocratiche per le piccole imprese non è certo colpa di tale articolo.
Nonostante la necessità di controlli dell’art. 41 la campagna della Campania si è trasformata in un deposito di rifiuti tossici; un capitalista come Berlusconi si fece fare (durante la cosiddetta prima Repubblica) una legge per detenere tre canali televisivi (procedura che faceva impallidire gli USA, molto attenti alle concentrazioni monopolistiche).
Le migliaia di regole sono state capaci di proibire a un ragazzo di vendere per strada giornalini e fumetti di seconda mano e hanno lasciato mano libera a costruttori senza scrupoli.
Non è colpa dell’art. 41 Sig. Ministro Tremonti ma è colpa di una mentalità burocratica e predona che organizza regole per soffocare ogni piccola attività, poi inventa meccanismi di aggiramento delle regole, e infine assenza di controlli sulle infrazioni più gravi; il tutto ha determinato l’espandersi del lavoro nero e della conseguente evasione fiscale.
Ben venga la diminuzione delle regole e ben venga l’attenta applicazione di poche regole. Ma non si spacci l’art. 41 come un ostacolo al superamento della crisi economica. C’è da pensare che questa voglia di mettere mano alla Costituzione sia proprio un alibi per rinviare le necessarie riforme per uscire dalla crisi. Si può dare così la colpa alla Storia, ai comunisti, ecc. ecc..
15/06/10 francesco zaffuto

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(immagine “Giurlanno e gli ingranaggi della Storia” fotocomposizione © liborio mastrosimone http://libomast1949.blogspot.com/)
risposte su altri siti e blog
su
di Davide Gambardella

Mi trovo d'accordo con lei, il problema di carattere burocratico non è soltanto riconducibile all'art.41, come vuole far credere il ministro Tremonti. Ho tentato di sottolineare anche un altro aspetto, che riguarda il giro di vite che interesserà i lavoratori dipendenti. In sostanza il ministero cerca di responsabilizzare maggiormente le maestranze, ma non sappiamo fino a che punto saranno rigidi questi nuovi parametri che il Tremonti vorrà adottare. Sarà sulla stessa scia di BrunettA?

sabato 24 ottobre 2009

IRAP, ma...

24/10/09


L'Imposta regionale sulle attività produttive IRAP, è stata istituita con il decreto legislativo 15 dicembre 1997 n.446. L'Irap è stata istituita nell'ambito della riforma della finanza. Con la sua istituzione sono state soppresse: l'Ilor (Imposta locale sui redditi), l’ Iciap, imposta sul patrimonio netto delle imprese, la tassa di concessione governativa sulla partita Iva, il contributo per il servizio sanitario nazionale (tassa della salute), i contributi per l'assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi, il contributo per l'assistenza di malattia ai pensionati, la tassa di concessione comunale e la tosap.

L’IRAP colpisce il valore aggiunto che si è determinato con la produzione e la sua base imponibile si determina con:
Valore della produzione - costi deducibili
* ma tra i costi deducibili non vengono compresi: i costi per il personale fisso e occasionale, la svalutazione dei crediti e le perdite sui crediti, gli interessi passivi sui canoni di leasing.

L'imposta, sin dalla sua introduzione, ha suscitato notevoli polemiche.

Il punto più controverso è quello della non deducibilità del costo del personale; questo meccanismo grava in particolar modo sulle imprese ad alta intensità di manodopera riducendone la redditività rispetto ad imprese dove gli impianti sono preponderanti. Inoltre l'Irap spesso viene pagata dalle imprese anche in presenza di una perdita di esercizio andando ulteriormente a gravare sulle loro difficoltà.

L'imposta è stata oggetto anche di alcuni ricorsi alla Corte Costituzionale per presunti vizi di costituzionalità. Fino ad oggi la Corte ha respinto tutte le censure dei ricorrenti. Un altro intervento contro l'Irap è stato effettuato presso la Corte di Giustizia dell'Unione Europea che è stata chiamata a decidere se tale tributo fosse in realtà un duplicato dell'Iva. Il ricorso è stato respinto: in data 3 ottobre 2006 la Corte ha dichiarato la compatibilità dell'IRAP col diritto comunitario (sentenza 82/2006).
Sotto il profilo giuridico l’IRAP può essere anche accettata (lo Stato ha poteri ampi in materia fiscale e le decisioni in tale materia rientrano nelle sue competenze), ma quello che non si comprende è l’aspetto politico e sociale

La cosa più allucinante è che sia stata un’imposta inventata da un ministro di sinistra come Visco che oggi interviene nella polemica ricordando che “ L'Irap, e' stata introdotta ''come strumento di razionalizzazione e semplificazione di un sistema tributario deformato e distorto. Non è un'imposta sul reddito delle imprese, ma un'imposta su tutti i redditi riscossa dalle imprese per conto dello Stato. E' anche a prova di elusione''.

Certo i meccanismi di elusione per l’IRAP sono minori rispetto a quelli che gli imprenditori mettono in campo ai fini delle imposte sul reddito, ci sono meno scuse nelle stime di perdite e molte aziende che riescono ad occultare i loro redditi debbono sempre pagare qualcosa per l’RAP; ma non possono essere sottovalutate le critiche e il malessere prodotto dal questa imposta.
Le critiche maggiori all’IRAP sono sempre venute dalle piccole imprese e specialmente da quelle imprese marginali spesso in difficoltà, che si sono trovate a pagare l’IRAP anche in presenza di effettive perdite. Ma dovevano essere rivolte a Visco anche delle critiche ben più serrate dal mondo operaio e dalla sinistra: il meccanismo dell’IRAP spinge le imprese a diminuire le spese del personale aumentando le spese per i macchinari che sono sempre tutte deducibili; non è certo un meccanismo impositivo a favore dello sviluppo dell’occupazione.
L’IRAP sembra una imposta inventata, non da un ministro della sinistra, ma dalle aziende più grandi, che non hanno tanti problemi di marginalizzazione, che sono sempre propense a capitalizzare con nuovi investimenti in macchinari e tecnologie a tutto discapito delle aziende più piccole e marginalizzate.

Allora perché la sinistra con Visco inventa l’IRAP; perché trattasi di una sinistra che non ha il coraggio di mettere mano ad imposte patrimoniali, che ha voluto portare avanti il suo impegno di riforma del sistema fiscale ma che è stata sensibile alle istanze delle grandi e medie aziende.
Gli stessi sindacati non hanno osteggiato questa imposta perché l’hanno giudicata poco pericolosa per le grandi e medie aziende dove sono occupati i lavoratori più sindacalizzati, perché non andava a pesare sui pensionati e perché era lontana come meccanismo impositivo dalla percezione diretta che ne potevano avere i lavoratori dipendenti.
La stessa Confindustria per tanti anni, pur criticando l’imposta, non ha mai considerato la sua eliminazione come una questione principale.
Chi ha criticato ferocemente questa imposta sono stati i piccoli imprenditori marginali, gli artigiani, e a livello politico un partito come la Lega nord che trovava tra questi un fertile terreno di adesioni nel cosiddetto profondo nord. Oggi la stessa Lega però non vuole premere sull’acceleratore della eliminazione dell’IRAP e vuole attendere il completamento della cosiddetta riforma fiscale federale; l’IRAP, infatti, è un’imposta che crea un introito per le regioni che debbono decollare con la loro autonomia impositiva.
C’è da aspettarsi, dunque, che ogni riforma sull’IRAP sarà lenta, 38 miliardi non si sostituiscono facilmente e non si può certo mettere a rischio il servizio sanitario pubblico.

Ma a parte questo momento contingente sull'IRAP occorre fare una riflessione sull’intero meccanismo impositivo in Italia.
Riguardo alla differenza tra contribuzione obbligatoria per servizi specifici ed imposte generali per il mantenimento dello Stato credo sia meglio che venga lasciata una esplicita differenzazione.
Il contributo per il servizio sanitario è meglio che abbia una sua denominazione specifica, poiché trattasi non di una imposta generica per il mantenimento dello Stato e delle sue strutture centrali e periferiche, ma di un contributo per un servizio specifico che va evidenziato ai cittadini anche per la sua preziosità e per il suo obbligo di partecipazione, allo stesso modo dei contributi che vengono chiesti per l’assicurazione obbligatoria per la previdenza pensionistica.
Riguardo poi all’insieme delle imposte va fatto un discorso di equilibrio impositivo, le imposte debbono gravare su tre aspetti della ricchezza: quella del patrimonio (ricchezza che si è consolidata); quella del reddito (ricchezza che si produce nell’impiego dei mezzi di produzione e nel lavoro); quella del consumo (ricchezza che si evidenzia in atti di consumo). In Italia la politica fiscale ha preferito il reddito e il consumo; il reddito meno soggetto all’evasione è stato quello dei lavoratori dipendenti e questi hanno sopportato il peso più elevato dell’imposizione fiscale con la ritenuta alla fonte e con l’IVA sui prodotti come consumatori finali. In Italia, sia la destra che la sinistra non hanno voluto prendere in considerazione neanche lo studio di imposte patrimoniali; l’unica imposta patrimoniale che regge è l’ICI, tra l’altro fortemente attaccata dall’ultimo Governo; la stessa IVA, che tempi addietro veniva sventagliata con aliquote diversificate tra prodotti di lusso e beni di necessità, si è appiattita su una applicazione generica del 20%.
La modifica dell’IRAP o la sua eliminazione dovrebbe dare inizio a un regime impositivo più equo e non rispondere solo alla generica richiesta di pagare meno “tasse”. Si possono pagare meno "tasse" se si riducono le spese inutili: gli stipendi estremamente elevati di politici e burocrati di Stato; quelli di conduttori televisivi; quelli di Generali e Magistrati; eliminando i costi di amministrazione delle Province; dei piccoli comuni da aggregare in modo più efficiente; delle consulenze super pagate. Non si possono ridurre le tasse distruggendo servizi essenziali preziosi per la collettività: servizio sanitario, previdenza pensionistica, scuola pubblica, sicurezza. Infine, il dibattito sulle questioni fiscali deve essere reso comprensibile ai cittadini perché dalla confusione su questo argomento deriva la peggiore politica.
francesco zaffuto

(immagine “mha!....boh!” fotocomposizione © liborio mastrosimone http://libomast1949.blogspot.com/ )