Visualizzazione post con etichetta pane. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pane. Mostra tutti i post

lunedì 4 aprile 2016

Panama Papers ed il forziere dei nostri santi

Una talpa, illuminata dal desiderio di sacra verità o sacra vendetta, rivela i file segreti di oltre 200 mila società offshore create dallo studio Mossack Fonseca di Panama.
Certo,  lo sapevamo che le Isole Caimans e Panama erano paradisi fiscali e luoghi di riparo per ogni sorta di tesaurizzazione privata;  ma vedere i nomi di quelli che hanno il tesoro fa un certo effetto.
Chi si aspettava che un Putin e un Camerun non si fidassero di affidare i loro tesoretti alla Russia e alla Gran Bretagna. Ad essi si aggiungono alti dirigenti cinesi, il presidente ucraino Poroshenko,  il re dell'Arabia Saudita, Salman bin Abdulaziz Al Saud e il sovrano del Marocco Mohammed VI.  E la lista dei nomi promette di ingrossarsi a dismisura. Una grande internazionale della fuga dei capitali,  per evitare il fisco nel proprio paese e per costruirsi una buona e sempre possibile residenza lontana dal proprio paese; mentre magari nel proprio paese si gioca a fare la parte degli integerrimi e si perseguitano i piccoli evasori.
 Accanto a questi isospettabili uomini politici non mancano uomini delle mafie e del cartello del traffico di droga. Non mancano rispettabili industriali che si sono stancati di fare gli imprenditori e che preferiscono il parassitismo finanziario. Non mancano poi gli arricchiti fortunati  che,  per loro qualità e per le regole del mercato,  sono stati pagati in modo esorbitante per le loro prestazioni: manager, calciatori, artisti, mediatori di affari ecc..
 Fra poco ci diranno che, tranne qualche caso problematico,  poi in fin dei conti,  era tutto regolare e lentamente tenderanno a stendere un velo fino alla totale dimenticanza, e ricominciare come se nulla fosse.
 Ma questo bubbone che sta facendo marcire il pianeta non è solo un fatto di frode e di evasione, è proprio un bubbone prodotto dalla grande ricchezza non investita e tesaurizzata. Anche il cosiddetto denaro guadagnato onestamente,  ma in modo esorbitante, va a fare parte della massa di capitale finanziario tesaurizzato, investito in speculazioni finanziarie e che non dà alcun  impulso a investimenti produttivi.
  In un mondo che abbonda di ricchezza e di spreco si stende e spande la miseria diffusa dei diseredati;  con il problema ancora insoluto  della fame di bambini denutriti  che fa arricciare il cuore.
 Una volta c’era la lotta di classe, o almeno si parlava di lotta di classe; oggi ci sono le appartenenze di religione, di razza, di etnia. Su queste appartenenze ci hanno soffiato come su un fuoco sulla paglia gli stessi grandi speculatori; non possiamo e non dobbiamo mai dimenticare l’appoggio dato dagli USA all’integralismo islamico negli anni ottanta. Sono riusciti a creare un’altra realtà, ed ora è diventata così grande che gli è quasi scappata di mano. Si parla di guerre sante con i forzieri del tesoro ben tenuti al riparo; ci sarà sempre un Hotel di lusso per ricchi in qualche isola con il mare incontaminato, mentre il resto del mondo brucia nelle fiamme della guerra e della miseria.
 Ad una internazionale dei miliardari si può solo rispondere  con l’ Internazionale dei diseredati capace di superare i conflitti  religiosi ed etnici, altrimenti è la fine.
 Nessuna nostalgia però del passato, perché se guardiamo nel passato scopriamo grandi errori: il comunismo statalista ha fallito nel suo compito; il socialismo riformista si è fatto fagocitare dallo stesso capitalismo finanziario.
  L’etica dell’uomo nuovo non si può costruire con prediche e neanche con tappe forzate. Va amata la libertà di ogni singolo uomo ma va data dignità ai bisogni essenziali di ogni singolo uomo;  va costruito faticosamente un cammino di uguaglianza preservando beni essenziali come l’aria, l’acqua e la terra.
 Non c’è una sola ricetta miracolosa;  ogni uomo che ha un’idea e una ricetta la sveli e la condivida, non abbia paura di confrontarla, non si faccia prendere dalla superbia esercitata con la parola;  la parola serve per comunicare ed  è l’unico bene umano prezioso con cui cercare la verità.
Francesco Zaffuto

mercoledì 26 giugno 2013

Brasile: in crisi panem et circenses

« ...duas tantum res anxius optat panem et circenses »
« ...[il popolo] due sole cose ansiosamente desidera pane e i giochi circensi »

Così  Giovenale descriveva il popolo romano. Imperatori e governi “democratici” hanno tenuto questa massima come possibile strumento di governo del popolo: pane quanto basta, anche se non sufficiente a liberarsi dalla miseria,  e poi giochi, tifo e sport agonistico. Nella nostra epoca moderna il calcio ha ben sostituito i giochi del  Colosseo;  i nuovi gladiatori non rischiano la vita anzi sono dei piccoli miliardari da imitare; il popolo nei megastadi deve sognare e dimenticare.
 Ma la rivolta in Brasile ci dice che il popolo può anche volersi  liberare dall’inganno dei giochi, è sceso in piazza contro gli sprechi di miliardi per la costruzione di nuovi stadi e contro i super pagati gladiatori. Il popolo ha chiesto i diversi aspetti del pane: ,  i trasporti pubblici a prezzi accessibili a tutti,  la tutela della salute, la scuola, la casa e anche un po’ di companatico di buona qualità.
Il popolo del Brasile ha fatto un bel goal contro l’inganno.

l’opinione della Fifa
immagine – bandiera del brasile durante le recenti manifestazioni  ritaglio fotografico  da La Stampa


sabato 27 aprile 2013

ma dov’è il Bangladesh?


Ormai conosco ogni pelo dei capelli di Enrico Letta.

Voglio oggi chiedermi

dov’è il Bangladesh?

Da mercoledì

sappiamo ben poco (certo i nostri media erano tutti impegnati sui capelli di Letta)

eppure 300 o 400 persone sono rimaste intrappolate a Dacca nel crollo di un edificio che si sapeva che doveva cadere - forse 300 sono già morti

http://www.repubblica.it/esteri/2013/04/26/news/bangladesh_dacca_ancora_200_persone_sotto_macerie-57476013/

Stavano là, e molte di queste persone erano solo delle ragazzine

che lavoravano 12 ore al giorno

per un euro al giorno

Lavoravano a confezioni che vengono vendute in Europa come grandi marche e a caro prezzo. Si tratta di sfruttamento; ma sfruttare quelle povere ragazzine non sono certo i disoccupati europei, che sono disoccupati per lo stesso sfruttamento di quelle ragazzine. Come si chiama tutto ciò? Oggi non lo so, un tempo Marx lo chiamava capitalismo.

27/04/13 francesco zaffuto

mercoledì 24 aprile 2013

Il 25 aprile 2013 dei disoccupati


Domani è il 25 aprile anniversario della liberazione

la liberazione fu possibile per la Resistenza

Domani è il 25 aprile

ma non c’è la liberazione

siamo occupati da un sistema finanziario

che ci soffoca.

Siamo occupati dall’ipocrisia

che ci soffoca.

Siamo occupati

da tutti quelli che pur stando bene

si lamentano.

Siamo resi sterili nel dolerci

del nostro dolore.

Dobbiamo addirittura resistere

al lamento dei nostri medici

resistere alle loro cure.

Siamo occupati

nel nostro essere disoccupati.

Ci hanno fatto credere che il lavoro

era tutto

per farci sentire inutili

abbattuti

mentre ci rubavano il pane.

Resistere

resistere

resistere

cercare la verità

rovistando

tra le macerie delle menzogne.

sabato 9 febbraio 2013

Reddito di cittadinanza e disoccupazione



Nel post precedente Ma come creare lavoro?  si evidenziavano tre tipologie di interventi necessari in materia di lavoro:
interventi per fare aumentare il lavoro;
interventi che riordinano il mercato del lavoro e che contrastino il lavoro in nero e precario;
interventi di welfare per tutti i disoccupati.
Considerato che impazza il dibattito politico preelettorale, cerco di affrontare il terzo punto: un welfare per tutti i disoccupati.
L’Italia, nonostante le raccomandazioni della Comunità europea non ha introdotto un reddito minimo garantito di sopravvivenza per i cittadini che si trovano in condizioni di estrema necessità, nonostante i suicidi e i tassi altissimi di disoccupazione.
Qui qualche link:
 Eppure nel nostro paese esiste un articolo della Costituzione che così recita:

Art. 38.
Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L'assistenza privata è libera.

Pare evidente che siamo fuori dell’Europa e fuori dalla nostra Costituzione.
Se si vuole essere europei ed applicare la nostra Costituzione,  in Italia sono necessari due istituti:
il reddito minimo di cittadinanza (o come lo si vuol chiamare di sopravvivenza) per tutti i cittadini in gravi difficoltà;
e l’indennità di disoccupazione data a tutti coloro che sono disponibili al lavoro, anche a quelli che lo stanno cercando per la prima volta.
Le risposte più generalizzate per giustificare il non fare sembrano  essere:
non ci sono i soldi,
poi se ne approfittano e non cercano lavoro.
 Intanto a livello politico non è stato mai fatto uno studio sui costi che potrebbero essere generati dai due istituti.
 Riguardo al reddito di cittadinanza,  i soldi necessari non sono poi tanti se tale reddito viene dato ai cittadini veramente bisognosi,  rapportato alle reali condizioni di bisogno, e se viene assegnato tramite i Comuni con molta cura.
 Riguardo all’indennità di disoccupazione per tutti i lavoratori disponibili al lavoro addirittura nel nostro paese manca un’anagrafe pubblica del collocamento, anzi l’avevamo ed è stata cancellata da precedenti governi. Con gli strumenti di informatizzazione oggi esistenti può essere realizzata in poco tempo.
Le aziende dovrebbero attingere obbligatoriamente alle liste di collocamento pubbliche, con il criterio di scorrimento a partire da chi sta in stato di disoccupazione da più tempo,  per almeno il 70% del personale da assumere;  e la chiamata diretta la potrebbero fare solo per il rimanente 30% (questa percentuale di chiamata diretta è già abbastanza alta per soddisfare le esigenze delle aziende di un personale di fiducia).
 Tutti i lavoratori in attesa di occupazione e iscritti alle liste di collocamento pubbliche verrebbero a percepire un pagamento per la disponibilità al lavoro una percentuale x della paga base stabilita per legge come minima sul territorio nazionale. Anche ai lavoratori che si iscrivono per la prima volta e non hanno avuto occupazioni precedenti va riconosciuta detta indennità. Il pagamento della disponibilità verrebbe sospeso in caso di rinuncia alla chiamata a lavoro per un periodo di tempo x  fino alla nuova iscrizione e con perdita della precedenza in graduatoria di attesa.
 Questi due istituti sono necessari ed urgenti, si tratta del pane,  per la sopravvivenza dei cittadini in difficoltà e per la sopravvivenza del paese Italia che non si può trasformare in un paese selvaggio e desertificato nella coscienza.
 I soldi ci sono: niente TAV, niente province, niente aerei di guerra, niente superstipendi a parlamentari e manager pubblici, niente superpensioni,  niente evasione, niente mazzette.
 09/02/13 francesco zaffuto

E qui qualcosa sull’Europa non realizzata in Italia  testo della raccomandazione 92/441 CEE pubblicato anche sulla Gazzetta ufficiale.
Ogni lavoratore della Comunità europea ha diritto ad una protezione sociale adeguata e deve beneficiare, a prescindere dal regime e dalla dimensione dell'impresa in cui lavora, di prestazioni di sicurezza sociale ad un livello sufficiente. 
Le persone escluse dal mercato del lavoro, o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi, e che sono prive di mezzi di sostentamento devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti adeguate alla loro situazione personale.

poi …
(12) … il Parlamento europeo, nella sua risoluzione concernente la lotta contro la povertà nella Comunità europea (5), ha auspicato l'introduzione in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d'inserimento nella società dei cittadini più poveri; 
anche 
…
il Comitato economico e sociale, nel suo parere del 12 luglio 1989 in merito alla povertà (6), ha anch'esso raccomandato l'introduzione di un minimo sociale, concepito ad un tempo come rete di sicurezza per i poveri e strumento del loro reinserimento sociale
E dunque … l’Europa raccomanda a tutti gli stati membri: 
di riconoscere, nell'ambito d'un dispositivo globale e coerente di lotta all'emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare di conseguenza, se e per quanto occorra, i propri sistemi di protezione sociale ai principi e agli orientamenti esposti in appresso.
e poi
senza limiti di durata, purché il titolare resti in possesso dei requisiti prescritti e nell'intesa che, in concreto, il diritto può essere previsto per periodi limitati, ma rinnovabili

Immagine – Quarto Stato – Giuseppe Pellizza da Volpedo

lunedì 21 gennaio 2013

Trinità di parole


Mi avete invitato alla vostra tavola ma non c’era pane per me
Mi avete invitato alla vostra tavola e non avete permesso che io portassi un dono
Mi avete invitato alla vostra tavola e non mi avete permesso di parlare
Forse non mi avete invitato alla vostra tavola
ci sono solo capitato per caso e non mi avete riconosciuto
 Il nodo del nostro vivere è la nostra vita stessa, e possiamo vivere insieme se esiste il riconoscimento dell’uomo. Non sto facendo un discorso teologico, voglio solo dire che abbiamo bisogno di tre parole e di tre sostanze per potere stare insieme in questo mondo, nella società e nel paese: PANE – LAVORO – LIBERTA’, tre parole di uguale peso e sostanza e tra loro non scindibili.
Se manca la sostanza di queste tre parole non c’è riconoscimento dell’uomo, non c’è società, ci sarà solo la selvaggia legge della violenza.
Non si può cominciare da altre parole e da altre sostanze, perché le altre parole e sostanze sono solo la derivazione di queste tre parole.
 La prima parola PANE  è materica (contiene l’acqua e il pane stesso, altri elementi essenziali del cibo, un riparo dal freddo e la cura della salute) fa riferimento al riconoscimento dei bisogni fisici essenziali del corpo.
 La seconda parola LAVORO è insieme materica e spirituale, contiene in sé l’aspetto materico della paga che si tradurrà in pane e quello spirituale del riconoscimento dell’Io operante in atti.
 La tersa parola LIBERTA’ è spirituale, contiene il riconoscimento dell’Io desiderante e pensante che deve stare in equilibrio con gli altri; dalla stessa parola libertà possono derivare altre parole che attengono tutte all’equilibrio  nella libertà, penso  che possano essere: Uguaglianza, Giustizia, Fratellanza, Laicità, Pace, Felicità.
 Ogni uomo politico che si presenta per farsi carico della cosa pubblica deve  rispondere in merito alla sostanza delle tre parole, pane, lavoro e libertà
 Cosa sarà fatto per chi non ha mezzi per sopravvivere in questa società?
 Cosa sarà fatto per fare in modo che ognuno possa contribuire con un lavoro?
 Cosa sarà fatto per avere un equilibrio tra libertà individuale e interesse collettivo?
 Se qualcuno ci promette durante una campagna elettorale  che non ci farà pagare il bollo auto diffidiamo di lui e anche di noi stessi perché la nostra mente vacilla. La negazione del pane e del lavoro o anche lo stesso silenzio su queste parole evidenziano che non sarà compresa la parola Libertà.
 L’immagine proposta fuori testo è la trinità dipinta da Andrej Rublev http://www.internetica.it/rublev.htm, ovviamente c’entra ben poco con questa mia breve dissertazione che non ha nulla di teologico, ma cercare di capire qualcosa delle cose che ci circondano in terra è la premessa per capire oltre. (f.z.)
Post collegati in questo blog
Pane ......Lavoro . .....Libertà ..... 
Uguaglianza ….. Giustizia .... Fratellanza ..... Laicità ….. Pace ..... Felicità

sabato 15 settembre 2012

Importare pane dalla Svizzera a € 1,80 al Kg.


Le persone che vivono in Lombardia di solito quando vanno in Svizzera approfittano per fare il pieno di benzina, le forti accise che gravano sulla benzina italiana determinano da sempre questa convenienza. Per il resto tutto in Svizzera costa più caro … eppure, strano a dirsi, il pane costa molto ma molto di meno di quanto costa a Milano: € 1,80 al Kg.
Le due pagnotte che vedete riprodotte in fotografia le ho comprate oggi pomeriggio in un supermercato di Lugano, sono due pagnotte di mezzo chilo ciascuna ed ho pagato CHF 2,20 che corrispondono al cambio di oggi a € 1,80 al Kg (vedi scontrino allegato).

La farina non è di certo regalata, la mano d’opera e i costi di commercializzazione in Svizzera sono più alti che in Lombardia; in Svizzera i salari sono ben più elevati, eppure il pane costa meno. Come si spiega questo mistero? Come si spiega il mistero del pane milanese, quello comune (la michetta) venduto a € 2,70 nei supermercati; e spesso il pane comune non si trova ed occorre comprare una tipologia di pane non comune; il cosiddetto pane speciale che è solo una qualsiasi pagnotta di pane pugliese venduta a € 4,60 al Kg. Il mistero non sta nel pane Svizzero ma penso proprio che sia nel pane lombardo su cui grava sicuramente una elevata speculazione. Il pane è un alimento essenziale quotidiano di tutte le famiglie, il caro pane incide in modo costante sul magro bilancio dei lavoratori italiani, si dessero una regolata le autorità prefettizie per fermare questa speculazione, cercassero di essere almeno un po’ svizzeri una volta tanto.
15/09/12 francesco zaffuto

domenica 25 settembre 2011

PAURA


esprimo solidarietà e faccio girare questo post
di Marigo Giandiego
Ci ho messo un poco per fare questo post. Ci ho pensato a lungo…il rischio era di fare leva sul pietismo, parlandovi di me. Fare il piagnisteo è davvero l’ultimo dei miei desideri.
Ancora una volta vi voglio dire, tranquillizzandovi, che non vi sto chiedendo niente. State tranquilli alla fine di questo post non dovrete nemmeno fare un sms da un euro.
Non vi chiedo nemmeno un’adesione, solo vorrei parlare e descrivere questa“sensazione”, questo “dolore”, pechè lo scrivere per me sta diventando come il respirare, un’attività normale, vitale, quasi automatica, anche se nessuno sembra volermene riconoscere la capacità ( per un poco di tempo ho accarezzato l’idea di farne il mio lavoro, di sentirmi poeta e scrittore ma pare che non sia possibile, se non hai fatto un passaggio televisivo o non sei figlio di…). Quindi non temete e soprattutto non moralizzatemi addosso, non cercate, maliziosamente, retroscena, non ci guadagno nulla. Non mi viene in tasca niente da tutto questo.
Ho paura, volevo dirlo!
Non l’ho avuta nemmeno quando il mio mondo e crollato e mi si è infranto addosso, togliendomi tutto…casa, lavoro, ogni garanzia…sino alla mia credibilità, distruggendomi la vita.
Non l’ho avuta le migliaia di volte che ho sfidato lo stato…il potere, il sistema.
Non l’ho avuta nemmeno il giorno in cui l’infarto mi ha portato sull’orlo della morte.
Oggi ho paura!
Paura del domani che non vedo più, che non dipende più da me e dalle mie forze, nemmeno nell’apparenza dell’illusione quotidiana. Mi è stato tolto il futuro. Tutto il mio agitarmi, il mio agire, il mio scrivere. Il mio stesso pensare, oggi e sempre di più domani diviene marginale…ininfluente, inutile. Molte parole di conforto, retoriche e vuote, potrebbero essere sprecate. Molti potrebbero dirmi “non mollare” oppure che so “resisti”…non tocca più a me, la società mi ha buttato ai margini…senza speranza di rientrare…ed ora mi racconta che è colpa mia se sono lì, che sono inutile…che sono un peso. Che tutto il mio percorso, una vita intera, altro non è stato che un fastidio…un’inutile avvicendarsi di giornate.......


martedì 14 settembre 2010

Pane


La Sinistra e le parole.
La prima parola: Pane



Per la sinistra occorre cominciare dalla prima parola: PANE


La parola Pane.
Alla parola Pane si lega la storia della stessa sinistra.

Pane: come cibo essenziale per il nutrimento e come mezzi minimi per la sopravvivenza. Nel pane si possono comprendere i vestiti e una casa per ripararsi dal freddo.

Pane come necessità di sopravvivenza per tutti.

Pane come sopravvivenza per tutti significa trovare il giusto welfare all’interno del nostro paese. Il pane deve derivare dal lavoro; ma a chi è sprovvisto di un reddito e non è condizione di lavorare (per difficoltà fisiche o per mancanza di richiesta sul mercato del lavoro) va assicurato il minimo per la sopravvivenza. Lo Stato con la sua fiscalità, gli imprenditori e i lavoratori con la contribuzione obbligatoria, debbono costruire i fondi per questa indispensabile mutualità.

Non è possibile che in Italia, paese con una grande presenza sindacale che si ispira ad aspetti confederali, non si sia arrivati ad una indennità di disoccupazione in grado di assicurare il cosiddetto PANE per i lavoratori disoccupati. Gli uffici studi di CGIL, CISL e UIL dovevano operare giorno e notte fino a trovare una soluzione di welfare per risolvere il problema.

I politici di sinistra delle amministrazioni locali debbono farsi carico di affrontare i più estremi problemi di indigenza. Chi si costruisce una baracca deve essere rispettato ed aiutato a trovare una casa, e non scacciato con bonifiche di polizia come se fosse un insetto.

La necessità di sopravvivenza per tutti è rivolta all’uomo in quanto singolo essere e agli uomini come addizione necessaria di tutte le singole entità. Di conseguenza Pane per tutti significa INTERNAZIONALISMO, significa lotta contro la fame nel mondo, responsabilità nei confronti di tutti gli esseri umani. Essere di sinistra non può significare guardare solo al proprio Comune o Stato, significa farsi carico del destino di sopravvivenza del singolo uomo e di tutti gli uomini. Oggi, una lotta per il Pane per tutti deve portare la sinistra ad interessarsi dell’Africa come problema internazionale da affrontare con carattere di priorità. Solo in questo modo si possono mitigare i processi migratori determinati dalla miseria, dalle guerre e dalle dittature locali. Una politica internazionalista per il pane per tutti porta verso la pace.

Pane come ordine di priorità economica.

Pane come ordine di priorità economica significa interessarsi dell’ambiente: la terra, le acque dei fiumi e dei mari, dove si generano le risorse alimentari del mondo. La terra non va impoverita con fenomeni di supersfruttamento o con estensive destinazioni ad uso non agricolo; il mare va visto come la più grande riserva alimentare autorigenerantesi; le acque dei fiumi come fonte primaria di ricchezza da conservare in tutta la loro limpidezza.

Pane come ordine di priorità economica significa interessarsi della politica alimentare nazionale e internazionale: considerare l’agricoltura come cardine economico di riferimento; sviluppare con ogni possibilità l’imprenditorialità in agricoltura; sviluppare le conoscenze nel campo delle tecnologie agricole; fondare scuole ed indirizzi di studio in campo agrario; non fare deperire i centri e i comuni agricoli e farli diventare centri propulsivi di iniziative. Invertire per quanto possibile il cosiddetto centro di attrazione delle grandi città. Salvaguardare e sviluppare la cultura delle tradizioni contadine.

Pane liberato


Le aziende che lavorano nel campo agricolo, specie le piccolissime aziende agricole a conduzione familiare, hanno bisogno di essere liberate dal costante ricatto della grande distribuzione. Occorre una vigilanza sul capitalismo commerciale che si dedica agli ammassi di beni agricoli con prezzi estremamente bassi all’origine e prezzi estremamente alti verso il consumatore (spesso si insediano in questo processo anche organizzazioni criminose). In particolari situazioni va valutato anche un intervento pubblico nella gestione degli ammassi.

Va favorita la piccola proprietà fondiaria agricola e stimolata verso nuove iniziative produttive: possibilità di commercializzare liberamente i propri prodotti e possibilità di avviare aziende di prima trasformazione del prodotto agricolo; il tutto senza eccessive pastoie burocratiche. Vanno organizzati mercati liberi per i prodotti agricoli su base comunale e provinciale.

Nei comuni agricoli i braccianti debbono essere inseriti in liste di collocamento pubbliche comunali per evitare fenomeni di capolarato. Gli stessi lavoratori sprovvisti di cittadinanza italiana che si vogliono impiegare come braccianti debbono inserirsi in liste pubbliche presso i comuni. Non mancano mezzi informatici per rendere funzionali le liste pubbliche e se si trova un lavoro per qualche impiegato comunale in questa direzione si tratta di un investimento proficuo in agricoltura.

Libera impresa nel settore agricolo, sviluppo dell’associazionismo e della mutualità tra piccoli agricoltori, assegnazione di fondi incolti del demanio pubblico a lavoratori disoccupati che vogliono iniziare un’attività agricola, riforestazione di determinati luoghi del territorio. Intervento pubblico per le regole e per la sorveglianza contro la criminalità. Credito e finanziamento alle piccole aziende agricole, buon uso delle risorse comunitarie.
14/09/10 francesco zaffuto
.
Link alle parole

torna all’introduzione
.
(immagine “la mano sinistra” fotografia © liborio mastrosimone http://libomast1949.blogspot.com/)

mercoledì 6 gennaio 2010

Il pane, lo spreco e le colpe


06/01/10


E’ bastata un’inchiesta del Corriere della Sera sullo spreco del pane a Milano ed è venuto fuori un pullulare di dichiarazioni di intellettuali e cardinali.
L’inchiesta del Corriere è consultabile alla pagina web
http://www.corriere.it/cronache/10_gennaio_03/pane_buttato_9daa83c8-f842-11de-bb47-00144f02aabe.shtml

L’inchiesta metteva in risalto soprattutto quello che accade a Milano: il pane in rimanenza che viene buttato dagli stessi fornai poiché diventa pane raffermo ed invendibile il giorno successivo.
I negozi dei fornai a Milano sono delle specie di boutique del pane, trovare il pane comune è quasi impossibile, il prezzo per le diverse tipologie spesso supera i sei euro al chilo.
Comprare il pane nelle boutique del pane è un lusso, la maggior parte delle famiglie milanesi per sopravvivere cercano di comprare il pane nei supermercati e guardando con attenzione il prezzo al chilo (poiché anche nei supermercati è facile superare i 4 euro al chilo). In pratica a Milano (e credo in molte città d’Italia) ci sono due fette di popolazione: quella che compra il pane come nutrimento e quella che compra il pane per “sfizio” (scegliendo tra dieci o venti gusti e forme). Nonostante il pane sia fatto sempre e solo di farina , il cui costo non va oltre i 40 centesimi di euro, i fornai riescono, con il miracolo della manipolazione artistica a portare il pane perfino ad 8 euro al chilo.
I fornai di Milano il pane preferiscono buttarlo e ben si guardano di abbassare i prezzi; basterebbe che abbassassero i prezzi verso sera e molto di quel pane potrebbe entrare nel consumo delle famiglie milanesi. Nei fatti la scelta di buttare il pane fatta dai fornai milanesi è una scelta consequenziale alla volontà di tenere elevato il prezzo dello stesso pane.


La maggior parte degli interventi di intellettuali e cardinali sono stati incentrati sulla colpa dello spreco delle famiglie in generale e sulla fame nel modo come se il mezzo panino finito nella spazzatura fosse la causa diretta della fame nel mondo.

Il mezzo panino salvato dal sacco nero non si trasforma immediatamente in un aiuto al terzo mondo per sollevarsi dalla fame. Sono necessari altri elementi: chi ha risparmiato sul pane deve in qualche modo fare arrivare le sostanze di quel risparmio ai diseredati (altrimenti il risparmio è solo a beneficio del suo reddito) e gli organismi statali di questi accorti consumatori debbono comportarsi in modo coerente sul piano degli aiuti internazionali.


Gli aiuti internazionali per affrontare il problema della fame nel mondo non possono tradursi nel fare arrivare i rimasugli di una sovrapproduzione di beni di consumo (quasi avariati) in quei paesi. Il terzo mondo non potrà sollevarsi con i nostri rimasugli donati in modo caritatevole. I paesi del terzo mondo hanno necessità di aiuti immediati indipendentemente dal lento cambiamento dei nostri stili di vita ed hanno la necessità di avviare una loro produzione e una loro autonomia sul piano tecnologico. Questi interventi rivestono un carattere di urgenza e pare che di questa urgenza non ci vogliamo far carico, lo dimostrano gli scarsi risultati dell’ultimo convegno della FAO a Roma.

post di questo blog : Porco mondo o mondo cane, deludenti i risultati de...l convegno Fao di Roma


Dobbiamo tener conto altresì che il maggior carico della fame nel mondo lo creiamo in Africa con gli atti di rapina delle multinazionali , basta guardare il caso del Delta del Niger.

La questione di una educazione per evitare gli sprechi è sicuramente utile e rilevante, perché la produzione cerealicola se non viene in qualche modo limitata e cadenzata nel tempo porta a un impoverimento delle terre (un vecchio uso nelle campagne era quello di seminare un anno grano ed un anno fave per fare riprendere energia ai terreni).

Link dell’ intervista a Borlaug http://it.wikisource.org/wiki/La_fame_del_Globo/2

Ma l’educazione contro lo spreco non può essere improntata ad una episodica campagna di colpevolizzazione, deve diventare una sistematica campagna di educazione. Non ci vuole molto tra l’altro per cambiare il nostro stile di vita, basta dedicare un minimo di tempo e di attenzione alle cose che facciamo quotidianamente: non comprare pane in eccesso, quello che resta lo si può congelare e se diventa raffermo può essere utilizzato per gustose ricette. Le antiche casalinghe non buttavano certo il pane raffermo e in cucina si facevano dei veri miracoli del gusto: dalle polpette ai canederli, dalla panzanella alle minestre toscane. Basta scorrere su internet e trovare un’enorme quantitativo di preziose ricette.
francesco zaffuto

ricette sul pane raffermo
http://www.cucinare.meglio.it/pane_raffermo-p1.html

canederli

polpette di carne


http://www.cucinacalabrese.org/ccRicette/ccRicetteSchede/ccricettecarne/rca_polpettecarne.htm

polpette di melenzane
http://www.misya.info/index.php/2007/06/20/polpette-di-melanzane.htm

(immagine “spaventapasseri in campo di grano” acquarello © francesco zaffuto link Spaventapasseri)

martedì 17 novembre 2009

Porco mondo o mondo cane, deludenti i risultati del convegno Fao di Roma


17/11/09

Riguardo al convegno della FAO a Roma possiamo dire: porco mondo o mondo cane? Né l’uno e né l’altro, perché i porci e i cani sono innocenti.
Ma gli uomini sono colpevoli perché dotati di quell’accidente chiamato intelligenza.

Non si capisce perché di fronte al problema della fame nel mondo l’intelligenza scompare: restano le sceneggiate dei leader, le chiacchiere e perfino le barzellette
Come si può accettare che si parli di dimezzamento del problema della fame del mondo a partire dal 2015? Appena arriva mezzogiorno tutti ci prepariamo per andare a mangiare. Possiamo accettare che ci dicano: oggi non si magia, prova a tornare nel 2015 e forse ti diamo mezzo piatto di riso?
Per arrivare almeno al dimezzamento entro il 2015, il segretario generale della Fao nel convegno, ha ribadito la necessità di investire 44 miliardi di dollari l'anno per lo sviluppo agricolo nel Sud del mondo, una piccola somma rispetto ai 365 miliardi di dollari destinati nel 2007 dai Paesi Ocse a sostegno dei rispettivi agricoltori e ai 1.340 miliardi di spesa militare registrata nello stesso anno. Se confrontiamo questa necessità con il piano di stanziamento di 20 miliardi di dollari in tre anni predisposto dal G8 dell'Aquila è veramente poca cosa. Allora al Convegno non si sono trovati neanche i fondi per il dimezzamento entro il 2015.
E’ un problema irrisolvibile? Il Papa nel suo intervento ha detto : "E' necessario maturare una coscienza solidale, che consideri l'alimentazione e l'accesso all'acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni". Ed ha concluso l’intervento dicendo: "Non è possibile continuare ad accettare opulenza e spreco, quando il dramma della fame assume dimensioni sempre maggiori!".
Tanto per parlare di spreco si possono citare i dati diffusi dalla Coldiretti (nella stessa giornata era in atto a Roma una protesta degli agricoltori italiani): nei paesi sviluppati ben il 30 per cento del cibo acquistato finisce nella spazzatura, solo in Italia restano invenduti nei retrobottega dei punti vendita 240mila tonnellate di alimenti per un valore di oltre un miliardo di euro, che potrebbero sfamare 600.000 cittadini con tre pasti al giorno per un anno. Ad essere gettati nel bidone sono non solo gli avanzi quotidiani della tavola ma anche prodotti scaduti o andati a male come frutta, verdura, pane, pasta, latticini ed affettati.
Bene quello che ha detto il Papa e bene quello che hanno detto gli agricoltori, ma su spreco ed opulenza è opportuno fare chiarezza, come è opportuno fare qualche precisazione sulle responsabilità.
La riduzione individuale dello spreco delle famiglie occidentali non si traduce automaticamente in alimenti che possono arrivare a chi soffre la fame. Se una casalinga individualmente sta attenta al consumo ed evita sprechi quotidiani ci sarà un riflesso positivo nella sua economia domestica ma non si traduce immediatamente in cibo per gli affamati dell’Africa, a meno che versa in un c/c destinato a una qualche società umanitaria tutto il risparmio degli sprechi. Come non possiamo risolvere i problemi della fame nel mondo con gli avanzi e i cibi scaduti.
La riflessione sugli sprechi deve sicuramente portarci a comportamenti più corretti all’interno delle nostre economie per evitare assurdi sperperi; ma la questione non si traduce in una automatica risoluzione del problema della fame nel mondo.
Riguardo poi all’opulenza occorre veramente chiarezza; l’opulenza non può essere considerata quella di un impiegato americano che si trangugia tre panini con l’hamburger e due coca cola; quella non è l’opulenza, è solo l’effetto della miseria di un povero disgraziato che comincerà ad ingrassare e si rovinerà il fegato.
La vera opulenza è quella dei ricchi occidentali ed orientali che frequentano i migliori ristoranti e che curano l’immagine con diete appropriate; si spostano in auto di lusso tra i migliori hotel, approdano con le loro barche e con i loro harem in porti esclusivi, spostano i loro capitali da una banca all’altra per tutti gli angoli del mondo o si fanno una banca per conto loro.
Occorre guardare con chiarezza alla “soverchieria” che domina il mondo e indicare con chiarezza le responsabilità. La concentrazione della ricchezza e la continua imitazione dei ricchi nei loro comportamenti è il tarlo che sta distruggendo l’umanità; la distrugge nel fisico e la distrugge nei sentimenti.
La chiesa ha un esempio da seguire: San Francesco, può mettersi subito all’opera.
Gli uomini di cultura hanno la responsabilità di non sollevare ogni giorno sul piano culturale il problema della fame e della soverchieria e si dedicano solo alle loro fisime esistenziali.
I politici debbono considerare che sono loro i primi responsabili tecnici della fame nel mondo, il loro operare e il loro non operare ha un riflesso diretto e immediato. La questione fame nel mondo va posta come il primo dei problemi da risolvere da ora, e non rinviabile al 2015. Non si tratta di utopia, si tratta di necessità.
I politici debbono individuare energie e metodi e non può bastare un periodico convegno annuale di un qualche organismo internazionale.
C’è il primo aspetto urgente di derrate alimentari da reperire e distribuire insieme all’aiuto sanitario, e tale aspetto va legato ad almeno altri due aspetti:
- istruzione e tecnologia per avviare centinaia di migliaia di piccole imprese agricole
- fare in modo che gli aiuti in denaro non vadano a foraggiare gruppi di affaristi locali.
Può bastare un fondo mondiale alimentato da una sorta di Tobin tax (giusto come la prevedeva lo stesso premio nobel).
Può bastare un cinque per mille in tutti i paesi ricchi, destinato veramente ed esclusivamente al problema della fame.
Può bastare che per un solo anno non si spenda per armamenti e si è risolto il problema della fame nel mondo; non ci sono attenuanti. Mondo boia!
francesco zaffuto

questo argomento è stato trattato in questo blog anche con i post

UN ALTRO G20 in Scozia, le exit strategy e le pia...ghe umane

OBAMA - AFRICA - G8

Tra noi: uno su sei non mangia

Dove non c’è crisi: intermediazione bancaria nel c... commercio armi

Draghi: la crisi si abbatte sui paesi poveri

(immagine – “l’età dell’argento” acquarello © francesco zaffuto link dalle Metamorfosi di Ovidio)