mercoledì 27 maggio 2009

Il Re Sole merita un nobel

27/05/09
Il Re Sole passa qualche sabato nella sua villa in Sardegna, con un teatro privato, con un attracco per le grandi barche, con cantanti, con uomini illustri, con leccapiedi vari, con il nutrito stuolo di guardie del corpo. Possiamo meravigliarci se ama anche contornarsi di vezzose ragazze che con il loro sorriso illuminano la sua vecchiaia? Ragazze disposte a sorridere a lui e ai suoi amici in cambio di una speranza di collocazione nel mondo della TV o dello spettacolo. No, non possiamo meravigliarci di questo comportamento del Re Sole.Il problema è: che il nostro Re Sole è un Re elettivo.Tra pochi giorni i sudditi potranno dire quanto amano il Re Sole, quanto si identificano con lui.Se i sudditi lo voteranno, nei fatti sognano di comportarsi come lui; come già fanno da quindici anni.Quell’essere discretamente capaci di vendere il proprio prodotto o il proprio valore è il sogno di tanti piccoli imprenditori e lavoratori. Quell’essere fortunati, come il nostro Re Sole, è il sogno di uomini e donne, vecchi e vecchiette, che sfregano ansiosamente il gratta e vinci.I comunisti potrebbero appropriarsi delle mie cose, della mia fortuna. Ma, se le cose non ce l’hai, se la fortuna non ce l’hai, e se i comunisti non ci sono.
Non la pensa nello stesso modo di tanti italiani la moglie Veronica.
A prescindere, da ogni commento sulle vicende familiari di Berlusconi, una riflessione complessiva della moglie Veronica Lario è da considerare come qualcosa che riguarda tutti noi italiani e il nostro futuro (viene riportata dal Corriere): «Bisogna spec­chiarci in questo Paese, vederlo per quello che è in realtà. Un Paese nel qua­le le madri offrono le figlie minorenni in cambio di un'illusoria notorietà. Un Paese in cui nessuno vuole più fare sa­crifici perché tanto la fama, i soldi, la fortuna arrivano con la tv, col Grande Fratello. Che futuro si prepara per un Paese così?»
http://www.corriere.it/politica/09_maggio_04/veronica_limiti_maria_latella_fb8da8c6-386c-11de-a257-00144f02aabc.shtml
MA I PIU' VICINI FANS DEL RE SOLE il 26/05/09 iniziano addirittura la raccolta di firme per il premio nobel, naturalmente per la pace.

ecco la campagna:


"Oggi crediamo che, anche, l’Italia meriti di ricevere tale riconoscimento, e di essere degnamente rappresentata da Silvio Berlusconi, per il suo indiscusso impegno umanitario in campo nazionale ed internazionale.Il 26 maggio, alle ore 10:30, presso Piazza Colonna in Roma il Comitato della Libertà che sostiene la candidatura di Silvio Berlusconi darà avvio alla raccolta delle adesioni.La raccolta delle adesioni alla candidatura italiana si concluderà il 16 gennaio del 2010 in Amalfi."

Un sito appositamente costruito

http://www.silvioperilnobel.it/

Una delle grandi motivazioni....dal sito

Nel 1992, scoppia il caso giudiziario di Tangentopoli ed un’intera classe politica viene azzerata.
Poichè il Paese rischiava di finire nelle mani delle Sinistre, che prospettavano un futuro illiberale e di povertà, il 26 gennaio 1994, Silvio Berlusconi annuncia la sua decisione di voler abbandonare la sua attività imprenditoriale, per dedicarsi interamente alla politica e per contrastare la possibile dittatura silenziosa della gioiosa macchina da guerra, messa in campo da Achille Occhetto, segretario del Partito Democratico Comunista Italiano.

La campagna promozionale su Panorama (giornale dello stesso proprietario...)

http://blog.panorama.it/italia/2009/05/14/il-nobel-per-la-pace-2010-a-berlusconi-un-comitato-si-e-gia-attivato/#condividi

il forum

http://forum.panorama.it/viewtopic.php?id=21657

Certo un premio può anche meritarlo, ma bisogna inventare una sezione molto particolare.

francesco zaffuto
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(immagine “venerazione” matita © francesco zaffuto link Altre allegorie)

sabato 23 maggio 2009

Mauro Rostagno è stato ucciso dalla mafia


23/05/09

(foto Mauro Rostagno)

Una notizia pubblicata dall’ansa di oggi rende giustizia all’immagine di Mauro Rostagno
Era approdato in Sicilia per inseguire un sogno: costruire la comunità chiamata “Saman” .
Mauro Rostagno è stato una delle menti più vivaci del ’68; uno dei primi a rendersi conto che bisognava percorrere nuove strade dopo la crisi del movimento. La strada dell’inseguire il mito della rivoluzione aveva portato il movimento verso gli scenari del terrorismo; Rostagno imbrocca risolutamente la strada della non violenza e si rivolge anche ad una riflessione sul pensiero orientale. Ma non lo fa nel chiuso di una stanza, lo fa secondo il suo modo di essere, costruire una comunità presente sul sociale; sceglie la terra della Sicilia per questo suo nuovo sogno. Si scontra subito nel trapanese con gli interessi della mafia; ma Rostagno non indietreggia, diventa direttore di una emittente televisiva privata e denuncia quotidianamente le collusioni tra mafia e politica. Il 26 settembre del 1988 Mauro Rostagno viene ucciso. Tutto fa pensare a un delitto di mafia, ma invece si insinuano dei dubbi. Diversi servizi giornalistici nazionali (anche televisivi) insinuano il dubbio che il delitto potesse essere maturato all’interno della stessa comunità: interessi non precisati, gelosie o altre possibili piste di antagonismo intellettuale. Troppo forte, un uomo come Rostagno, simbolo del movimento del ’68, ucciso dalla mafia.
Oggi, a quasi ventuno anni dalla morte, un perizia balistica mette in luce la matrice mafiosa del delitto.
Ma se oggi parlo a qualcuno di Rostagno, difficilmente trovo qualcuno che sappia chi sia. I dubbi e la lentezza della giustizia avevano offuscato l’immagine forte e instancabile di Mauro Rostagno. Ci resta il dovere di ricordarlo.
francesco zaffuto

il link e l’articolo ansa del 23/05/09

http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_963847722.html

PALERMO - L'omicidio di Mauro Rostagno sarebbe stato deciso ed eseguito da capimafia trapanesi. L'inchiesta della polizia di Stato ha portato alla conclusione che furono i boss ad ordinare l'agguato la sera del 26 settembre 1988, uccidendo così il giornalista-sociologo, uno dei fondatori della comunità Saman. Il gip del tribunale di Palermo, Maria Pino, ha emesso due ordini di custodia cautelare su richiesta dei pm della Dda, Antonio Ingroia e Gaetano Paci. I provvedimenti riguardano Vincenzo Virga, già capo del mandamento mafioso di Trapani, attualmente detenuto a Parma, indicato come il mandante, e Vito Mazzara, accusato di essere l'esecutore materiale, detenuto a Biella. I due indagati avrebbero proceduto in concorso con il vecchio capomafia trapanese, Francesco Messina Denaro, deceduto durante la latitanza, e padre di Matteo, ricercato da 16 anni. Il provvedimento è stato emesso dal gip in seguito ai risultati delle indagini condotte della Squadra mobile di Trapani, con il supporto di nuovi accertamenti balistici del Gabinetto regionale di polizia scientifica di Palermo. L'analisi sui tre bossoli trovati sul posto dell'agguato ha accertato che erano stati sparati dalla stessa arma utilizzata all'epoca in altri delitti di mafia nel trapanese.L'ordine di uccidere Mauro Rostagno sarebbe dunque partito dai vertici della famiglia mafiosa trapanese, in particolare da Vincenzo Virga, considerato il mandante, mentre Vito Mazzara è indicato come l'autore materiale dell'omicidio. Sul delitto del sociologo-giornalista, che da un'emittente televisiva privata, di cui era direttore, denunciava le collusioni fra mafia e politica, hanno anche parlato i collaboratori di giustizia Vincenzo Sinacori e Francesco Milazzo, entrambi ex capimafia trapanesi. Con questa indagine, che riscontra molte similitudini con il modo di operare dei sicari che avevano messo a segno altri delitti all'epoca, viene scartato una volta per tutte il sospetto di una pista interna alla comunità Saman. Rostagno, coniugando cronaca e denuncia, movendo forti ed esplicite accuse nei confronti di esponenti di Cosa nostra e richiamando in termini di speciale vigore l'attenzione dell'opinione pubblica, aveva toccato diversi uomini d'onore e generato nell'ambito del contesto criminale un risentimento diffuso.

lunedì 18 maggio 2009

A venti anni da Tienanmen



18/05/09


Sono passati 20 anni.
La notte del 3 giugno 1989
l'esercito iniziò a muoversi
verso Piazza Tienanmen,
verso il massacro di una speranza di libertà.
Vi ripropongo alcune immagini ancora reperibili su youtube, del massacro del 4 giugno; tra queste immagini quelle rimaste memorabili del piccolo uomo che ferma la fila dei carri armati, piccolo uomo rimasto anonimo che è diventato il simbolo della ricerca della libertà del XX secolo che ormai ci sta alle spalle.
http://www.youtube.com/watch?v=9-nXT8lSnPQ&feature=PlayList&p=7817F56AB06C2C52&index=1&playnext=2&playnext_from=PL

http://www.youtube.com/watch?v=O4xtkpO7ZqU&feature=PlayList&p=7817F56AB06C2C52&index=0&playnext=1

http://www.youtube.com/watch?v=XJBnHMpHGRY&feature=PlayList&p=7817F56AB06C2C52&index=2&playnext=3&playnext_from=PL

Il 13 maggio 1989 duemila studenti si insediarono nella grande piazza Tienanmen: chiedevano una legittimazione, criticavano la corruzione del Partito ed il ritorno al conservatorismo da parte di Deng Xiaoping, chiedevano libertà, riforme politiche democratiche, inneggiavano a Gorbaciov leader della svolta in URSS, innalzavano una enorme statua di cartapesta alta 10 metri chiamata Dea della democrazia, erano presenti tra di loro anche comunisti libertari che cantavano l’Internazionale. La protesta continua nei giorni successivi, durante la visita di Gorbacev, il 16 ed il 17 maggio; i manifestanti sono molto di più; si cominciano ad avere notizie di espansione della protesta giovanile anche in altre città della grande Cina. Il Comitato permanente dell'Ufficio politico del PCC, impone la legge marziale. Zhao Ziyang, uno dei membri del Comitato, che si era opposto alla legge marziale, tenta con una mossa disperata il 20 maggio di convincere i manifestanti a desistere dall’occupazione della piazza, esponendosi anche personalmente (nei giorni successivi sarà arrestato). I manifestanti non si arrendono. Nei primi giorni l'esercito incontrò una forte resistenza da parte della popolazione e la situazione rimase in una pesante attesa per 12 giorni. Deng Xiaoping prese la decisione finale: in quanto Presidente della Commissione militare, fece pervenire alle truppe l'ordine di usare la forza.
Quanti sono stati i morti e i feriti? Ancora oggi nessuna verità per quella cronaca. Il governo cinese parlò inizialmente di 200 civili e 100 soldati morti, ma poi abbassò il numero di militari uccisi ad "alcune dozzine". La Croce Rossa parlò complessivamente di 2.600 morti e 30.000 feriti. Altre testimonianze parlano 3000 morti, le più alte stime fecero salire il bilancio a 12.000 morti. Nei giorni che seguirono cominciò una caccia feroce ai dissidenti, i numeri degli arresti e degli esiliati non venne mai reso pubblico, la stampa cinese fu messa a tacere.
Da un articolo del Corriere del 17 maggio 09, apprendiamo che Zhao Zhiyang ha pubblicato un libro di memorie; ma ancora oggi permangono silenzi intorno a circa trenta persone che tuttora giacciono in carcere per quei fatti.
http://bibliogarlasco.blogspot.com/2009/05/tienanmen-un-mistero-lungo-20-anni.html

Deng nell’assumersi la responsabilità dell’intervento armato dell’esercito disse che era comunque riuscito a salvare il socialismo; nei fatti ha salvato il capitalismo-comunista una sorta di minotauro moderno.
Del ricordo del massacro di Piazza Tenammen in Cina oggi pare essere rimasto ben poco; forse il ricordo cova inespresso dentro l’anima di tanti giovani cinesi che vivono nel paese del COMUNISMO- CAPIALISTA . Si, in Cina si è conciliato l’inconciliabile, comunismo e capitalismo; ma non all’insegna della libertà, bensì all’insegna della dittatura del partito unico e all’insegna di una repressione impressionante (i dati sulla pena di morte in Cina sono di circa 1700 esecuzioni l’anno).
Eppure se a venti anni di questo anniversario ne aggiungiamo altri venti, arriviamo ad un altro anniversario che ci riporta a quaranta anni fa, alla Cina nel pieno della cosiddetta rivoluzione culturale, alla Cina di Mao Tse-tung . Una Cina che era arrivata con la sua propaganda culturale fino in Europa. Nel movimento del ’68, si poteva essere più o meno filocinesi, ma in ogni caso si guardava alla Cina di Mao con molta attenzione. La cosiddetta rivoluzione culturale giungeva come una novità, una specie di speranza visibile della possibile realizzazione del comunismo. La propaganda cinese era abbastanza diffusa, i giornali patinati con grandi foto, parlavano di esperienze di Comune nelle campagne. Pareva qualcosa di diverso che allontanava dal grigiore sovietico, una specie di comunismo possibile che allontanava gli spettri dell’Ungheria e della Cecoslovacchia. Era così grande questa speranza che faceva passare sopra il criticato culto della personalità e sulle folle stereotipate ed osannanti vestite tutte allo stesso modo. Eppure c’era qualcosa che doveva pur far pensare: il partito comunista cinese criticava l’URSS di revisionismo, e propugnava la successione ideologica: Marx , Engels , Lenin, Stalin, Mao. Il baffo di Stalin era la continuità tra Lenin e Mao, ciò doveva pur far pensare che la strada autoritaria di Stalin era condivisa. Eppure il mito di un comunismo cinese realizzabile trionfava il Italia e in Europa; perfino diversi trosckysti abbracciarono l’ipotesi maoista; dal ’68 al ’71 in Europa, la crescita dei gruppi filocinesi è notevole.
Ma nel 1971 arrivò una notizia particolare dalla Cina: la scomparsa di Lin Piao in circostanze misteriose. La spiegazione ufficiale fu che Lin Piao, stava pianificando un colpo di Stato ai danni di Mao, ed, una volta scoperta la congiura, aveva tentato la fuga e l’aereo con cui fuggiva è misteriosamente caduto. La stringata verità ufficiale della fine di Lin Piao mostrava tutta la fragilità della speranza di costruzione del comunismo in Cina. Gli anni successivi ci fanno arrivare le più disparate notizie, la rivoluzione culturale viene descritta come un movimento di esagitati in grado di bruciare libri ed opere d’arte, in grado di mettere al bando la cultura occidentale compreso Beethoven. Vengono evidenziati, con notizie molto vaghe, gli eccessi della Banda dei quattro, la stella di Mao pare adombrarsi, torna in auge Zhou Enlai e dopo di lui l’astro nascente sarà Deng Xiaoping.
Di quel comunismo pare restare solo il partito come grande moloch burocratico e grande contenitore di ogni idea di destra e di sinistra, e a capo del grande partito il nuovo astro Deng Xiaoping che indica la nuova linea: "Pianificazione e forze di mercato non rappresentano l'essenziale differenza che sussiste tra socialismo e capitalismo. Economia pianificata non è la definizione di socialismo, perché c'è una pianificazione anche nel capitalismo; l'economia di mercato si attua anche nel socialismo. Pianificazione e forze di mercato sono entrambe strumenti di controllo dell'attività economica." (John Gittings, The Changing Face of China, Oxford University Press, Oxford, 2005.). Sinteticamente questa è la nuova dottrina di Deng.
Lasciare arricchire una nuova classe borghese diventa la linea condivisa del grande partito, molti burocrati cominciano ad avviarsi verso un’altra carriera, quella di privati imprenditori. Ma a questa libertà di impresa non seguono le riforme democratiche e neanche riconoscimento delle libertà civili.
Gli studenti di piazza Tienanmen chiedevano, libertà, democrazia ed alcuni di loro cantavano l’Internazionale; hanno avuto un massacro e un capitalismo autoritario.
La speranza della costruzione di una GIUSTIZIA SOCIALE (che può anche essere chiamata socialismo o anche in altri modi) deve partire dal valore della LIBERTA’. E’ questa la lezione che possiamo ricavare dalla Storia del XX secolo.
francesco zaffuto
(immagine “il tramonto dell’ideologia” © francesco zaffuto link Altre allegorie)

sabato 16 maggio 2009

Il punto sulla crisi

16/05/09


I dati della caduta del Pil nei vari paesi d’Europa sono oggi (16/05/09) riportati dagli organi di stampa.

La caduta del Pil in Italia segna un - 5,9% su base annua e la Germania non è da meno. http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/05/Pil-Italia-Eurozona-Germania.shtml?uuid=0ebd0a96-417c-11de-bcb6-e2592521560f&DocRulesView=Libero In Europa i paesi dell’est, nuovi arrivati nella comunità europea, hanno dati ancora più sconfortanti. http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?art_id=729723 In Africa la crisi sta determinando 27 milioni di nuovi poveri. http://africa.blog.ilsole24ore.com/2009/05/crisi-in-africa-27-milioni-di-nuovi-poveri.html Di fronte a questi dati abbiamo: chi prevede l’uscita dalla crisi solo dal 2010 (governatore della Banca Europea....e altri) chi ha già visto qualche dato positivo di uscita dalla crisi sulla base dei dati delle autostrade e delle poste (Tremonti ....e forse pochi altri) chi considera la crisi come un fatto soprattutto psicologico (Berlusconi....e forse qualche altro...). Che il capitalismo Americano ed Europeo possa uscire dalla crisi dal 2010 (come sostiene il governatore della Banca Europea) è un’ipotesi realizzabile; ma di quanti disastri è lastricata la strada di questa crisi bisogna prenderne atto. Se non si prenderà atto di questi disastri l’uscita dalla crisi servirà solo a riproporre il precedente modello di cattiva salute, con possibili ricadute in futuro ancora più gravi. Questa crisi mondiale ha caratteristiche particolari: - una grande massa di capitale finanziario non investito nella produzione che ha scelto la strada della pura speculazione finanziaria ; - un eccesso di produzione di beni non assorbibili dalla domanda (chi ha mezzi è già saturo di beni e comincia a stancarsi di essere un consumatore); - una domanda di beni drogata dai prestiti al consumo (chi non ha mezzi chiede beni che non può pagare ed è disposto a impegnarsi con mutui di lungo periodo per il bene casa); - aumento di rapporti di lavoro non stabili (che frenano la domanda di più famiglie); - una carente mutualità degli Stati (che porta a incertezze su pensioni, salute, scuola, destinando a risparmio forzato buona parte dei redditi); - una povertà diffusa a livello planetario con flussi migratori di vasta portata. Questa crisi accade anche in un periodo storico particolare: - avviene dopo la crisi delle economie chiamate comuniste (URSS che crolla alla fine degli anni ottanta e Cina che sceglie la strada di uno sviluppo capitalistico autoritario); - avviene dopo venti e più anni di liberismo reganiano che ha imperato in America e che stava travolgendo anche tutta l’Europa (se l’Europa ha oggi una crisi meno grave di quella americana lo deve all’avere ancora conservato alcuni istituti di mutualità di Stato); - avviene in un contesto di crisi culturale dell’occidente e di una espansione di idee fondamentaliste; - avviene in un contesto di guerre diffuse nel pianeta e di corsa verso gli armamenti di nuovi stati; - avviene in un contesto di perdita di credibilità di un istituto importante come l’ONU, messo in crisi spesso da decisioni autonome dei paesi più importanti. Per le motivazioni che si è tentato di elencare si può arrivare alla conclusione che la crisi assume particolari caratteristiche di gravità. Se si ha consapevolezza di tale gravità si possono trovare una serie di rimedi, altrimenti ci sarà solo una illusione di guarigione. Proviamo a fare un elenco di possibili rimedi. La precedente crisi del sistema sovietico e l’attuale crisi del liberismo reganiano ci possono portare alla considerazione che: il potere statale non può soffocare l’economia con i suoi interventi e nel contempo deve intervenire nell’economia per riequilibrare le distorsioni e per creare la necessaria mutualità che stabilizza la domanda. Alla grande massa di capitale finanziario non investito vanno tranciati i paradisi fiscali e le possibilità di pura speculazione finanziaria; in modo che il capitale finanziario possa essere indirizzato o a investimenti produttivi o a prestiti agli stessi stati ad interessi quasi zero. Oltre ai paradisi fiscali vanno combattute tutte le forme di investimento illegali, il traffico internazionale di droga e tutte le forme di lavoro in nero. Gli stati debbono indirizzare la produzione verso nuove tipologie di beni non inquinanti, a basso impatto ambientale e interamente riciclabili nella produzione di nuovi beni. Solo così si potrà evitare che l’espansione della nuova produzione mondiale, che si metterà in moto con l’uscita dalla crisi, non venga a creare una crisi del pianeta sul piano delle energie e delle possibilità di vita. La domanda dei beni deve essere sostenuta da salari reali e il ricorso al prestito per il consumo deve essere ridotto al massimo; le politiche degli stati debbono tenere presente che il fattore casa incide sulle famiglie e sul territorio e di conseguenza e rilevante per lo stesso assetto dello Stato. I rapporti di lavoro debbono essere prevalentemente stabili, e tutte le necessarie forme di flessibilità nel lavoro debbono essere assistite da un welfare sufficiente per la sopravvivenza nei periodi di disoccupazione. La mutualità degli stati in materia di pensioni, salute, scuola, creano sicurezza e stabilizzazione nella domanda interna dei beni; di conseguenza gli stati debbono considerare l’intervento in tali settori come aspetto essenziale dell’organizzazione della società. La povertà diffusa a livello planetario crea malessere nei poveri dei paesi sottosviluppati e crea malessere anche nei paesi ad economia avanzata; i flussi migratori rischiano di essere superiori alle capacità di accoglienza. Dallo sviluppo dei paesi poveri si può avere un beneficio economico collettivo di tutto il pianeta. L’Europa deve avere a cuore lo sviluppo dell’Africa. Di questo sviluppo ne possono godere i poveri dell’Africa e l’Europa stessa; sviluppo e non carità, di conseguenza formazione tecnica e capacità autonoma di produzione. Va ridata credibilità all’ONU e i paesi più importanti debbono impegnarsi in questa direzione. Non sono i G8 e i G20 il futuro del mondo, ma l’intera comunità degli Stati dal più povero al più ricco. Gli investimenti nel settore degli armamenti debbono diventare investimenti in tutela delle acque e in alimenti. E allora non uscita provvisoria dalla crisi; ma un’uscita reale dalla crisi epocale dell’uomo che ci ha dilaniato in guerre e ingiustizie; uscire dalla crisi diventando migliori di quello che siamo. francesco zaffuto (immagine – “Cassandra” olio su tela © francesco zaffuto )

domenica 10 maggio 2009

Notizie dal triangolo della morte Priolo-Augusta-Melilli

10/05/09
Dal blog di Beppe Grillo riprendo questa lettera allarmante di un cittadino di Priolo.
DEVONO CHIUDERE!
Ormai gli incidenti nel triangolo della morte Priolo-Augusta-Melilli si susseguono a ritmo continuo.
Il 5 maggio nube tossica su Priolo
8 maggio panico nella notte ad Augusta Priolo e Melilli per assordanti rumori provenienti dalla Isab Erg Nord.
Nessun notizia è apparsa su nessun giornale, chi sa qualcosa siamo solo noi che c'eravamo.
E' una situazione indecente e criminale.
Ci stanno uccidendo ad uno ad uno.
Nella mia famiglia, due morti per cancro: mia zia, negli anni ottanta, mio padre quest'ultimo novembre.
Ho saputo di giovani coetanei, ex compagni di classe o di giochi ammalati o morti di tumore ad appena 25 anni.E' un continuo in una percentuale che supera di molto la norma.
Ti lascio 2 link - you tube ... il primo è l'unica documentazione fredda e terribile di cosa abbiamo rischiato la scorsa notte:

Il secondo è il filmato ancora più agghiacciante di una nube tossica che attraversa la città di Priolo nella completa indifferenza del sindaco, delle autorità e di tutti i cittadini sottostanti, presenti alla festa del santo patrono.

Bisogna cambiare. Lamentarsi e chiedere che controllino e riducano le emissioni dall'inizio ad oggi ha dato solo loro la possibilità di prenderci per il culo
Saprai che la zona industriale Priolo-Augusta-Melilli-Siracusa insiste su una faglia altamente sismica ma stranamente solo la nostra zona è stata classificata come zona a rischio sismico 2 cioè pericolosa, ma non troppo per non poter ammettere la presenza delle raffinerie.
E allora? DOBBIAMO FARLI CHIUDERE! Aiutaci a bombardarli di merda questi accattoni assassini.
Meglio morire di fame, che morire di tumore!Ti chiedo una memoria continua, una presenza assidua sul tuo blog della nostra gravissima situazione che è una tra le più gravi ed scandalose di questo paese per indifferenza, omissioni, ignoranza e rassegnazione. ORA BASTA!
(Inserito da Antonio Ortisi nel blog di Grillo il 10/05/09)
(immagine – “teschio 1 a” tecnica mista © liborio mastrosimone http://libomast1949.blogspot.com/ )

sabato 9 maggio 2009

Maroni - La Russa e frutti del rapporto Italia – Libia

09/05/09

Con la visita di Gheddafi 10/11 giugno si consolidano ancora di più i rapporti Italia - Libia. Se si può essere soddisfatti di una stabilizzazione che chiude con il passato coloniale, non si può essere soddisfatti per la nuova alleanza contro i disperati dell'Africa. Il Governo italiano, l'Europa tutta e la stessa Libia debbono porsi il problema di come aiutare l'Africa . Dalla crisi mondiale si deve uscire con un programma di aiuti verso l'Africa, non aiuti legati al prolungamento di una lenta agonia, ma aiuti per l'autonomia dei popoli dell'Africa.

Una attenta analisi di Amnesty sulla Libia

http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2274

Segue il post precedente

(1 aggiornamento del 15/05/09 in fondo)
(2 aggiornamento del 16/05/09 - il Ministro La Russa dichiarazioni gravi sull'Alto commissariato dell'ONU - in fondo)
(3 aggiornamento del 16/05/09 - le proposte del Ministro Frattini alla UE)



L’Italia con il suo presidente Berlusconi è andata in Libia ed ha fatto ammenda per le colpe di Mussolini, ed ha pagato con una nuova mega autostrada che sarà realizzata con fondi Italiani. In cambio la Libia ha accettato di tenere a bada quella massa di disperati che da diverse zone dell’Africa si spostano nella speranza di mettere piede in Europa.



La cosiddetta azione di “respingimento” vantata da Maroni si realizza grazie agli accordi Italia-Libia.
Il lavoro impietoso nei confronti dei disperati dell’Africa lo faranno gli altri: “quello che poi succede negli altri Paesi non può essere una preoccupazione del governo italiano»; queste le parole del ministro Maroni, per lui l’Africa è lontana.
Dimentica il Maroni che una parte del disastro in Africa è stato costruito da noi e non in un tempo lontano; sono state le fabbriche di armi del Nord Italia e dell’Europa che hanno trovato un mercato per la vendita dei loro micidiali prodotti.



Quante di quelle armi, negli ultimi venti anni, hanno preso la strada dell’Africa, vendute a chi era disposto a tenere il potere anche con le stragi? Molti di quegli uomini neri, che tanto sconvolgono il sonno di Maroni, fuggono da zone di guerra, sono perseguitati da dittatori locali e da bande di assassini, cercano in Europa la possibilità di salvare la propria vita e quella dei propri figli.
Certo l’Italia non può assorbire un’ondata migratoria di vaste proporzioni, ma l’Italia e l’Europa tutta devono affrontare il problema di questa ondata migratoria e devono affrontare il problema Africa.
L’Africa che sta a due passi da noi va pacificata e aiutata nello sviluppo. Di questa pacificazione si deve fare artefice l’Europa con tutte le possibili azioni diplomatiche, impegnando la stessa ONU. La messa al bando alla vendita di armi è il primo passo necessario; l’assistenza per lo sviluppo deve avere come aspetto principale quello della formazione culturale e tecnologica di nuove generazioni di africani per costruire le competenze per l’autonomia ed l’emancipazione
Dallo sviluppo dell’Africa l’Europa può trarre un grande beneficio perché si può creare un nuovo vasto mercato; dalla miseria dell’Africa, l’Europa potrà solo avere l’arricchimento di alcune bande di speculatori e tutti gli effetti negativi di vaste ondate migratorie che potranno solo crescere con il crescere esponenziale della miseria e delle guerre locali. L’impietosa vittoria di Maroni ha il fiato corto: la Libia per qualche tempo terrà a bada i movimenti migratori dell’Africa, ma quando diventeranno un problema per la nazione libica ce li scaricherà addosso tutti in massa.
francesco zaffuto
1) Aggiornamento
sui respingimenti di Maroni, il parere dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), dell’ONU del 15 maggio 09

http://www.unhcr.it/news/dir/26/view/558/stop-ai-respingimenti-in-libia-55800.html
2) Aggiornamento
Per il ministro La Russa l’Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati politici non conta nulla

"L'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati conta come il due di picche, cioè un vero e proprio fico secco". Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, nel corso di un incontro elettorale a Milano, durante il quale ha duramente attaccato la portavoce italiana, Laura Boldrini, chiedendole "se non sia più umano intercettare i clandestini vicini alle loro coste per poi riportarli indietro, oppure portarli nel nostro Paese per poi rinchiuderli nei centri di accoglienza per mesi in attesa che vengano espulsi".
"La signora Boldrini - ha aggiunto la Russa - è disumana perché pretende che dei poveri disgraziati siano chiusi mesi e mesi in condizioni pessime. Forse la sua speranza è che una volta in Italia questi clandestini possano scappare dai centri. Il governo Berlusconi, e lui in prima persona - ha proseguito la Russa prima di partire per la Libia per partecipare a un incontro tra rappresentanti di cinque Paesi europei e cinque Paesi africani - è riuscito a fare ciò che nessuna prima era riuscito a fare, cioè trovare un'intesa con la Libia".

http://www.adnkronos.com/IGN/Politica/?id=3.0.3323293364
3 Aggiornamento
Le proposte del Ministro Frattini al commissario UE 1) – riconoscimenti in mare -

“....la nave che intercetta in alto mare una barca con 100 immigrati affida le verifiche al comandante che farà il primo screening e di dire: in questa barca ci sono 6 persone che potrebbero avere i requisiti”

Mentre sulla terraferma Maroni chiede addirittura 180 giorni, il capitano in mare dovrebbe risolvere tutto in pochi minuti???????????????

Altra ipotesi Frattini, un po’ meno estemporanea è quella dei consolati italiani
«Che nei paesi di transito (la Libia) o d’origine (la Nigeria) alle ambasciate o nei consolati italiani si va a chiedere asilo politico. A Tripoli c’è il consolato italiano. Così si risolve il problema».



(immagine “coercizione” fotocomposizione © liborio mastrosimone http://libomast1949.blogspot.com/ )

venerdì 8 maggio 2009

Dove non c’è crisi: intermediazione bancaria nel commercio delle armi


08/05/09

Nel corso
del
2008
sono
state
autorizzate
1.612
"transazioni bancarie" per conto delle industrie armiere, per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro (nel 2007 erano la metà, 882, per 1.329 milioni). Le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5%, in base al valore e al tipo di commessa.
La ‘regina' delle "banche armate" è la Banca Nazionale del Lavoro che, insieme a Bnp Paribas (di cui fa parte), ha incassato per conto delle industrie armiere 1.461 milioni di euro, soprattutto per operazioni relative ad esportazioni di armi italiane all'estero. Stanno in buona posizione anche: Intesa-Sanpaolo, Unicredit, Deutsche Bank , Societé Generale, Banco di Brescia.
"Da quando lo scorso anno, in fase di cambiamento di governo, è sparito, senza alcuna spiegazione, dalla Relazione della Presidenza del Consiglio il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito (v. Adista n. 51/08) è praticamente impossibile giudicare l'operato delle singole banche e valutare la rispondenza delle operazioni da loro effettuate alle diverse direttive che hanno emanato negli ultimi anni", spiega Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Disarmo ed ex coordinatore della campagna di pressione alle "Banche armate".
Leggi tutto su ......
http://www.adistaonline.it/?op=articolo&id=45242&PHPSESSID=8b71b562c573d1c1ae698ff9ac843fa0

Quando arrivano i barconi di disperati che scappano dalle terre martoriate dalla guerra, dobbiamo chiederci quanta di quella disperazione è frutto del commercio delle armi verso l’Africa e dei servizi di intermediazione bancaria per questi affari. (f.z.)
(immagine – “dopo la fine” acquarello © francesco zaffuto link Altre allegorie)

domenica 3 maggio 2009

Fiat-Chrysler – Spezzoni di uno strano socialismo

03/05/09
Che i lavoratori della Chrysler, insieme alle loro
organizzazioni, siano riusciti nell’immediato a salvare il loro posto di lavoro è sicuramente un risultato positivo.
L’accordo Fiat-Chrysler introduce grandi novità sul piano degli assetti societari; sembra una forma nuova di capitalsocialismo, dove lavoratori con i loro sindacati, i nuovi imprenditori con il loro management e Governo, stanno tutti insieme nella gestione di una nuova fabbrica.
Vale la pena di tentare una riflessione su questo accordo che nasce sull’onda della crisi del 2009.
Ci sarà, se tutto fila liscio, la cessione accelerata di tutti i beni di Chrysler alla nuova società; alla conclusione dell'operazione l’assetto societario della nuova società sarà il seguente.
- I lavoratori Chrysler, tramite il loro sindacato e i loro fondi pensione, parteciperanno nella nuova società con il 55% delle azioni. Dunque diventano, a loro spese, i maggiori azionisti ed accettano anche una serie di limiti su paghe e festività (ad esempio forti limiti agli straordinari (pagati solo dopo 40 ore settimanali) e la rinuncia a festività come i lunedì di Pasqua dei prossimi due anni).
- La Fiat viene a partecipare inizialmente con una quota del 20%
- La rimanente parte del 25% viene divisa tra Governo USA, Governo canadese e banche.
- L’assetto andrà cambiando e la Fiat al raggiungimento di determinati obiettivi commerciali potrà gradualmente ottenere un ulteriore 15%, fino al raggiungimento del 35%. Dopo questa operazione ai Governi americano e canadese resterebbe il 10%.
- Sempre alla Fiat viene concessa l’opzione di poter acquistare un ulteriore 16%, opzione esercitabile tra il primo gennaio 2013 e il 30 giugno 2016. Esercitando tale opzione la Fiat verrebbe ad ottenere (se ci trova dal 20013 una convenienza) il 51% della proprietà, diventando il maggiore azionista.
- Infine, immediatamente e per tutto il percorso fino al 2013, la Fiat viene ad esercitare attraverso il suo management il controllo tecnico e amministrativo della nuova società.
Questo strano spezzone di socialismo, che nasce con la crisi del 2009, si potrà concludere già nel 2013. Dunque, una specie di socialismo a scadenza che dura fino a quando durano le difficoltà; superate le difficoltà, quando ci potranno essere degli utili, il socialismo finisce: il socio di minoranza, padrone in pectore, avrà il privilegio di esercitare l'opzione ed acquistare il quantitativo di azioni necessarie per diventare socio di maggioranza. Può essere interessante sapere a che prezzo la Fiat potrà acquistare nel 2013, ma in questo momento sui giornali non si riesce ad avere una informazione più dettagliata sull'opzione.
francesco zaffuto
(immagine – “ultimo equilibrio” china © francesco zaffuto link Altre allegorie)

giovedì 30 aprile 2009

Lavoro e disoccupazione - retribuire la disponibilità al lavoro


30/04/09


Del riconoscimento del “valore lavoro” e della disoccupazione L’uomo con il suo lavoro è riconosciuto nella società non solo come singola esistenza ma anche per le sue azioni e per le sue capacità. In Italia il primo articolo della Costituzione riconosce il lavoro e lo considera come elemento fondante della stessa Repubblica (art. 1 - L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.). Nonostante l’enunciato costituzionale in Italia convivono buoni elementi di riconoscimento del “valore lavoro” insieme a forme gravi di disconoscimento. La necessaria condizione per poter riconoscere il “valore lavoro” si concretizza con la possibilità sociale data ad ogni uomo di potere esercitare un lavoro autonomo o dipendente. La condizione di disoccupazione, con il mancato riconoscimento delle proprie capacità crea a chi cerca lavoro un grande malessere. Se alla condizione di disoccupazione si somma anche la mancanza di mezzi per sopperire ai bisogni primari, l’insieme che si viene a creare è capace di dilaniare un singolo individuo e la stessa collettività. La condizione di disoccupazione emargina uomini e intere famiglie; crea sacche di attività ai margini della legalità; colpisce la vita affettiva; può provocare gravissimi squilibri psichici; e in casi estremi può portare al suicidio. La condizione di disoccupazione nel nostro paese esiste per tanti cittadini italiani, nonostante ci siano centinaia di migliaia di lavoratori stranieri; ed è più forte e più lacerante di quanto si possa credere. Non è solo misurabile con una percentuale perché si è aggravata sotto il profilo esistenziale. Se è vero che molti cittadini italiani cercano un lavoro meno umile, perché pensano di utilizzare un titolo di studio che hanno conseguito, è anche vero che, quando sono disposti a fare un qualsiasi lavoro manuale, non lo trovano perché spesso si tratta di lavoro in nero e massacrante; e chi offre una occupazione massacrante preferisce offrirla a lavoratori stranieri molto più facilmente ricattabili sul piano della disperazione. Nel nostro paese si è accettata la logica della ricerca del lavoro con il sistema più selvaggio del fai da te; le liste pubbliche di attesa nei fatti non sono più usate, essere disoccupati da più tempo non dà nessun requisito di precedenza; un lungo periodo di disoccupazione viene visto dal datore di lavoro come incapacità di adattamento. Nel nostro paese la disperazione di non trovare lavoro è un fatto privato anche se la Repubblica si fonda sul lavoro. Dei modi per affrontare la disoccupazione I modi per diminuire la gravità della condizione di disoccupazione involontaria sono molteplici, vanno percorsi tutti e non ci si può basare su una sola ricetta. Un primo modo è quello di diminuire il tempo di lavoro degli occupati per far sì che venga creata una nuova fonte di occupazione. Ma per far sì che tale modalità possa essere perseguita è necessaria la solidarietà dei lavoratori occupati e delle stesse imprese che offrono lavoro. I lavoratori occupati tendono a mantenere il proprio livello di reddito e ad aumentarlo, spesso sono più disponibili ad incrementi di lavoro straordinario piuttosto che vedere diminuito il reddito con un corrispondente aumento di tempo libero. Per un imprenditore che intende pagare complessivamente € 100 per ogni 10 unità di prodotto, potrebbe essere indifferente pagare un solo lavoratore che porta a termine le dieci unità o pagare € 50 due lavoratori che realizzano 5 unità di prodotto ciascuno. Ma purtroppo il problema non è solo matematico. La domanda che si pongono i lavoratori, quando si parla di riduzione di orario, è: possiamo con una retribuzione più bassa mantenere il nostro tenore di vita? La domanda che si pongono gli imprenditori è: possono più lavoratori con redditi molto contenuti diventare consumatori dei beni prodotti? Si viene pertanto a creare una reazione negativa alle diminuzioni di orario di lavoro perché: le aziende non sono disposte ad aumentare i costi, i lavoratori occupati non vogliono una diminuzione dei salari, e, infine, le stesse aziende preferiscono lavoratori con più accentuate capacità di consumo. Una drastica diminuzione del tempo lavoro viene di conseguenza a trovare diversi oppositori. Diventa praticabile solo in momenti particolari di crisi con i contratti di solidarietà, quando lo spettro del licenziamento comincia a gravare in modo generalizzato all’interno di un’azienda. In tempi normali la strada della diminuzione del tempo lavoro è percorribile solo gradualmente, con l’acquisizione, da parte dei lavoratori, di una consapevolezza della preziosità del tempo liberato dal lavoro; tempo che può essere dedicato alla famiglia, all’educazione dei figli, all’elevazione della propria cultura, ed anche a forme di lavoro autonomo. Un altro modo per diminuire la disoccupazione è quello di incrementare tutte le possibilità di lavoro autonomo, incoraggiando tutte le capacità creative. Creare e sviluppare, anche, la possibilità di utilizzo di una doppia fascia di lavoro: una parte dipendente e una parte autonoma, facendo in modo che i lavoratori che scelgono un lavoro a part-time possano dedicarsi agevolmente anche a un lavoro autonomo. Macroimprese che offrono lavoro dipendente e microimprese fondate sul lavoro autonomo sono elementi diversificati di una potenzialità produttiva, spesso le microimprese diventano esse stesse capaci di offrire nuove opportunità di lavoro. Ma il lavoro autonomo e la microimpresa debbono essere liberati, dalle barriere corporative, da intralci burocratici, e la stessa fiscalità deve essere semplice (spesso la complessità fiscale scoraggia più dell’entità fiscale). Un altro modo è quello degli interventi pubblici: attraverso organismi comunali, regionali e dello Stato, si possono utilizzare i lavoratori disoccupati per la costruzione di opere di pubbliche o per servizi di pubblica utilità, avendo cura che tali lavori vengano a comportare un reale beneficio per la collettività. La molteplicità d’interventi di pubblico interesse può essere la più varia. In particolare sono rilevanti investimenti nella produzione di energie rinnovabili e conservabili e nella la bonifica ecologica del territorio. Inoltre, lo Stato può investire sull’accrescimento delle conoscenze attraverso la scuola e la formazione; investimento nel fattore di produzione più prezioso, il fattore umano. Un altro modo per ridurre la disoccupazione è quello di rendere più umano e funzionale il lavoro a tempo determinato. L’introduzione di maggiore “flessibilità”, viene considerata una misura necessaria per le ristrutturazioni aziendali e per aumentare l’offerta di prodotti quando si verifica una maggiore richiesta di mercato; e viene altresì considerata come una potenzialità in grado di aumentare l’occupazione. L’uso dei contratti a tempo determinato, può avere una influenza positiva sull’occupazione ma se aumenta il ricorso a tali contratti gli effetti negativi diventano preponderanti. Nei contratti a tempo determinato e a progetto, il potere discrezionale di un mancato rinnovo, tiene in una condizione di soggezione psicologica il lavoratore, annulla ogni ipotesi di rivendicazione salariale di chi ha un contratto a tempo determinato e comprime le rivendicazioni salariali dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Sacche elevate di lavoratori precari frenano la stessa economia e la domanda interna; la propensione al consumo di questi lavoratori è estremamente limitata ed ha la duplice capacità di riflettersi anche in una riduzione dei consumi delle famiglie dei genitori dei lavoratori precari; l’incertezza di una retribuzione e l’incertezza previdenziale futura, non possono certo spingere la domanda interna di consumi. L’avidità di quegli imprenditori che speculano sul precariato si ritorce sulle aziende corrette e sull’intero sistema. Allora se la “flessibilità” è utile per le ristrutturazioni aziendali e per un maggior aumento della produzione in presenza di domanda di mercato, occorre rispondere coerentemente: ad una maggiore utilità deve corrispondere una maggiore retribuzione. Una maggiore retribuzione per il lavoro a tempo determinato scoraggia l’uso costante del lavoro precario e può stimolare gli imprenditori a trasformare i contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato. La parte di maggiore retribuzione per il lavoro a tempo determinato deve diventare contribuzione da devolvere all’INPS a fine di incrementare il fondo per la disoccupazione involontaria, in modo che il lavoratore a tempo determinato possa avere una indennità retributiva nei periodi di mancato impiego. Della retribuzione della disponibilità al lavoro Ma in caso di una mancanza di offerta di lavoro di pubblica utilità; in caso di difficoltà permanenti, pur perseguendo prioritariamente tutti i modi sopraesposti: lo Stato deve garantire un salario minimo di sopravvivenza. Questo salario o stipendio o paga, come lo si vuol chiamare, deve retribuire non tanto la cosiddetta disoccupazione ma “la disponibilità al lavoro”. Chi cerca un lavoro non dovrebbe essere più chiamato disoccupato, ma “lavoratore disponibile al lavoro”, una ricchezza umana in potenza per la stessa società che può essere utilizzata in modi diversi. La disponibilità al lavoro fa parte del “valore lavoro” e va riconosciuta dalla società. L’affermazione di un riconoscimento della “disponibilità al lavoro” necessità la fondazione di istituti atti a recepirla. La retribuzione della “disponibilità al lavoro” dovrebbe essere ancorata ad una effettiva dimostrazione di disponibilità attraverso l’iscrizione a più liste pubbliche di collocamento. Il costo complessivo di una retribuzione della disponibilità al lavoro, perseguendo insieme tutti gli altri modi di contenimento della disoccupazione, viene ad essere molto limitato. Una retribuzione alla disponibilità al lavoro che viene sospesa nei periodi di occupazione, ancorata alla effettiva reperibilità, con delle buone regole applicative e supportata da controlli per fare emergere il lavoro nero, non ha costi elevati e la società ne può trarre un beneficio economico e sociale. Il beneficio che ne può trarre la società è notevole: stabilizzazione della domanda interna di beni di consumo; diminuzione delle sacche sociali di illegalità; possibilità di fare emergere il lavoro nero con relativo aumento delle entrate fiscali. Quello che abbiamo oggi non è certo preferibile: una domanda interna instabile che genera crisi economiche di sovrapproduzione in tutti i settori produttivi; sacche elevate di illegalità che creano gravi problemi di ordine pubblico; malessere sociale diffuso. I fondi per la retribuzione della “disponibilità al lavoro” debbono provenire dalle imprese, dai lavoratori, e dallo Stato con la sua fiscalità complessiva; poiché vengono a beneficiare di questo istituto imprese, lavoratori e società nel suo complesso. In Italia la soluzione della Cassa Integrazione è stata una buona soluzione di difesa per i lavoratori delle aziende più grandi; questo mezzo va difeso, sostenuto e potenziato. Il nuovo istituto non deve essere visto in modo sostitutivo della Cassa integrazione, ma come un nuovo istituto di garanzia per i lavoratori delle piccole aziende che non hanno la copertura della Cassa, per tutti lavoratori precari, e per tutti quei lavoratori che pur volendo non riescono ad avere neanche un primo impiego. Non siamo nel campo delle utopie ma nel campo delle reali necessità a cui si può e si deve dare risposta. francesco zaffuto

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(immagine – “alla ricerca della libertà” china © francesco zaffuto)

lunedì 27 aprile 2009

Berlino: no alla Religione, meglio l’Etica per tutti


27/04/09

Con il referendum che si è tenuto ieri, 26/04/09, i berlinesi scelgono l’Etica come materia obbligatoria per tutti. L’affluenza alle urne è stata bassa, ma il quorum in Germania si raggiunge con il 25% degli elettori.
Il referendum, indetto dopo una raccolta di firme di "Pro Reli", organizzazione sostenuta dalle chiese e dalla Cdu (il partito della cancelliera) chiedeva ai berlinesi se volevano ripristinare la pari dignità dell'ora di religione con la lezione di etica. Attualmente a Berlino - capitale, ma anche città-Stato, uno dei sedici Bundeslaender - diversamente da altrove in Germania, l'etica è materia obbligatoria mentre la religione è disciplina facoltativa: chi la sceglie deve fare un'ora in più.


In pratica i berlinesi hanno fatto la scelta laica di un insegnamento di morale per tutti; è prevalsa l’esigenza di costruire un denominatore comune in una società multietnica. Le reazioni delle gerarchie cattoliche sono state di biasimo, ribadiscono che l’etica può derivare solo da un insegnamento religioso.
In Italia attualmente abbiamo le cosiddette tre possibilità di scelta tra: religione cattolica (sulla base del Concordato), materia alternativa (non ben definita e lasciata all’invenzione delle singole scuole), ed esonero di partecipazione. La diatriba in Italia è stata lunga ed ha investito diversi organi dello Stato; oggi c’è addirittura stanchezza rispetto a questo problema e all’orizzonte nessuno si prepara a riaprirlo. Ma il problema esiste e prima o poi sarà sollevato; forse a sollevarlo saranno le comunità di altre religioni che chiederanno come materia alternativa l’insegnamento della propria religione.
Vale la pena di ritornare a una riflessione su questo argomento.
La scuola nella sua specificità è acquisizione di conoscenze ed esercizio ad una attenta e libera riflessione, non indottrinamento. L’etica fa parte della riflessione filosofica dell’uomo, quindi la materia è Filosofia; introdurre una materia chiamata “Etica” ha in qualche modo il sapore di un indottrinamento. Le religioni fanno parte della Storia dell’uomo e quindi studiare le religioni significa studiare la Storia delle religioni; introdurre una materia chiamata Religione , anche per la sua accezione al singolare, ha il significato di voler puntualizzare una appartenenza. Volere essere rispettosi della finalità della scuola come accrescimento delle conoscenze nella libertà dell’uomo, può significare soltanto: introdurre Filosofia e Storia delle religioni come materie per tutti; ovviamente nei diversi gradi di approfondimento che possono richiedere i diversi ordini di studio. Ognuno nella società, poi potrà riunirsi e professare le proprie fedi nelle proprie chiese. La Storia delle religioni e la Filosofia, possono essere l’occasione culturale data ai giovani per osservare quanto c’è di comune nelle aspirazioni e nelle preoccupazioni degli uomini.
francesco zaffuto
(immagine – “papaveri rossi tra le colonne dell’Acropoli” foto © maria luisa ferrantelli)
rendo attivo il link proposto dal commento anonimo sottoriportato

giovedì 23 aprile 2009

POSTA – l’attenta conservazione della corrispondenza è un diritto costituzionale

23/04/09
Per più di nove mesi la posta nel milanese è stata anche abbandonata agli angoli delle strade, ciò è stato lesivo di un diritto costituzionale; la mancata custodia lede il diritto alla segretezza tutelato dall’art. 15 della Costituzione. Oggi è forse in arrivo qualche provvedimento; a Milano si revocano gli appalti ai privati.
http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/09_aprile_23/poste_caos_revocati_appalti-1501238389424.shtml

Occorre ritornare ai postini con la carica di “Ufficiali postali”, postini che siano professionalmente formati sulla delicatezza del loro compito.
Qualche mese addietro avevo mandato una mail al Presidente della Repubblica dove lamentavo il mancato rispetto dell’art. 15 della Costituzione, penso che non sono stato il solo ad evidenziare quello che stava accadendo nel milanese.


Alcune settimane dopo, ho ricevuto una raccomandata dall’Ufficio postale di Milano; considerato che io alle Poste non ho scritto alcun messaggio, desumo che la Presidenza della Repubblica sia in qualche modo intervenuta. Il funzionario mi scrive che io non posso lamentarmi, perché nella mia zona non ci sono stati disagi; però qualche ricevuta di ritorno ancora aspetto di riceverla. In ogni caso il problema non è solo personale, ma generale, e mi auguro che le Poste finalmente scelgano l’indirizzo giusto....


lunedì 20 aprile 2009

CRISI 2009 E DOMANDA INTERNA


20/04/09
Anche se l’articolo che segue ha un carattere generale lo voglio dedicare ai precari della scuola, che hanno sostenuto il sistema scuola per tanti anni con il loro lavoro senza un minimo riconoscimento sul piano morale ed economico, e che sono stati visti spesso come un peso sociale.

La domanda interna si contrae di fronte a un previsto malessere causato dal possibile protrarsi della crisi economica; si sottraggono porzioni di reddito prima destinati ai consumi per destinarli al risparmio. Il giusto comportamento prudenziale nei fatti può fare aumentare la crisi stessa. Per fare ripartire la domanda interna sono necessari aumenti reali di salari e stipendi e spostamento di nuovo verso i consumi di quella parte di reddito che prudenzialmente sta prendendo la via del risparmio. Proviamo a fare un elenco degli elementi che particolarmente incidono come stati di incertezza e che spingono ad un eccesso di prudenza e risparmio. La condizione di precariato nel lavoro incide nella flessione della domanda interna in maniera duplice: contiene i consumi del lavoratore precario e della sua famiglia (sempre che se la sia riuscita a costruire); e contiene i consumi della famiglia di origine (genitori del lavoratore precario). Il lavoro precario tende a frenare la domanda di beni di più famiglie. Altri elementi che tendono a frenare la domanda sono l’insicurezza nella previdenza pensionistica, nella salute, nell’istruzione per i figli; tali insicurezze portano ad accantonare parti di reddito che vengono devoluti a fondi assicurativi o a diverse forme di investimento obbligazionario. La funzione di mutualità dello Stato, della sua capacità assicurativa collettiva, tende a fare diminuire gli stati di incertezza e crea una domanda interna più stabilizzata. Non è un caso che l’origine della crisi del 2009 sia soprattutto americana, negli USA la funzione mutualistica dello Stato è stata estremamente limitata, il risparmio è affluito verso compagnie bancarie e assicurative private che erano stimolate a fare fruttare il risparmio operando sul credito e determinando la crescita di una domanda interna drogata. Una grande sostegno al finanziamento del credito al consumo è stato l’aspetto rilevante di questa droga. Per fare riprendere la domanda interna allora non basta la semplice misura alchemica della Banca Europea di ridurre i tassi, fare arrivare denaro a basso costo alle aziende per sostenere una produzione invenduta non porta da nessuna parte, fare arrivare denaro per aumentare il credito al consumo riporta alle stesse condizioni che hanno determinato la crisi. Certo la diminuzione dei tassi riduce la propensione al risparmio ed aumenta la circolazione del denaro, ma è solo come una buona bevanda calda quando si ha un forte stato influenzale. Per uscire dalla crisi è necessaria una alchimia complessa atta a far riprendere la domanda interna ed atta anche a stabilizzarla. Alchimia complessa che deve essere posta in essere dagli Stati. Si può tentare di fare un elenco di ingredienti: - indirizzare la produzione verso nuovi prodotti (qui possono venire in aiuto tutte le scelte ecologiste); indirizzare verso la produzione di beni utili che non accrescano il disastro ambientale e anche verso la produzione della cultura e dell’arte; - incrementare realmente salari e stipendi per evitare consumi assistiti dalla droga dell’indebitamento; - forte contenimento del lavoro precario e forme di sostegno alla disoccupazione involontaria; - sostegno per la prima casa di proprietà per evitare il ricorso a mutui che strangolano i redditi medio bassi; - investimento in opere di pubblica utilità (e in Italia la stessa opera di prevenzione antisismica può essere il migliore e più umano degli investimenti); - incrementare e non abbandonare la mutualità dello Stato in materia di previdenza, salute e scuola; Lo stesso presidente Obama vede oggi nell’espandersi di una mutualità dello Stato una misura anticrisi; e a maggior ragione gli Stati Europei, che sono stati investiti meno dalla crisi grazie alla loro mutualità, debbono accrescere e non abbandonare la mutualità dello Stato. francesco zaffuto

immagine – “ultimo equilibrio” china © francesco zaffuto link

altri articoli del presente blog collegati con l'argomento

LA CRISI 2009

TERREMOTO E ASSICURAZIONI


20/04/09

Le compagnie assicurative che fino ad oggi in Italia hanno preferito non assicurare le case per i danni causati dai terremoti, oggi fiutano un grande affare: “Una assicurazione obbligatoria per tutte le case d’Italia”. Stanno cominciando a studiare attorno a questa grande possibilità. Ecco come si esprime in proposito il presidente dell’Ania, Fabio Cerchiai ( da una articolo apparso oggi 20 aprile 09 sul Corriere della sera)
«Abbiamo calcolato che per un appartamento medio di 90-120 metri quadri l’assicurazione costerebbe, sempre ovviamente nella media, 15 euro al mese. Più o meno dai 100 ai 250 euro all’anno».
« Il tetto rimborsabile per ciascuna abitazione sarebbe di 150 mila euro. Il totale dei premi riscossi in un anno, ipotizzando una cifra media di 150 euro per ognuna dei 27 milioni di abitazioni civili esistenti in Italia, dovrebbe aggirarsi sui 3 miliardi e mezzo”.
«Secondo noi il modello francese è quello preferibile. Il primo livello vede in azione le compagnie assicurative che coprirebbero fino ad un certo ammontare, quindi entrerebbero in campo le società di riassicurazione e infine come assicuratore di terzo livello, cioè in grado di coprire i danni più ingenti delle eventuali catastrofi, per esempio sopra i 6 miliardi di euro, lo Stato. A cui comunque andrebbe nel frattempo una percentuale dei premi riscossi».
Le dichiarazioni di Cerchiai sono a ruota di quanto dichiarato dal ministro Brunetta (da un articolo apparso sul Messaggero
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=54267&sez=HOME_INITALIA&ctc=120&ordine=desc
«Non una nuova tassa, ma un modo per contrastare la miopia e l'egoismo dei singoli e delle istituzioni»:
«Abbiamo bisogno di qualcosa che ci incentivi ad essere virtuosi - dice il ministro. Il sistema assicurativo obbligherebbe invece alla responsabilizzazione di tutti: sia cittadini che enti locali sarebbero interessati a costruire bene per pagare meno l'assicurazione grandi rischi. Se le città fossero tutte assicurate sarebbero tutte più sicure, i governi locali sarebbero indotti a controllare e lo Stato, come garante in ultima istanza, pagherebbe di meno. L'assicurazione obbligatoria sarebbe un modo per contrastare la miopia e l'egoismo dei singoli e delle istituzioni».
Intanto sia chiara una cosa: pagare una assicurazione non implica nei fatti l’eliminazione di un rischio ma solo la copertura di un rischio. Gli incidenti stradali non sono evitati per l’esistenza dell’assicurazione obbligatoria, sono solo coperti dall’assicurazione; gli automobilisti continuano ad eccedere nella velocità e i morti ci sono lo stesso; diminuiscono gli incidenti in relazione ai divieti e ai controlli. La diminuzione delle vittime per causa terremoto si può avere solo adeguando i vecchi stabili con interventi antisismici e costruendo le nuove case con le migliori tecnologie antisismiche; il pagamento di una assicurazione può solo coprire i danni a chi è rimasto vivo. Se poi si vuole istituire un fondo assicurativo per le case in Italia non si capisce perché lo si debba dare in mano ai privati. Non si capisce perché dovrebbe far schifo pagare una “tassa” allo Stato per una forma assicurativa pubblica e dovrebbe essere meno indolore pagare un “premio” a delle compagnie private. Sappiamo tutti che le compagnie assicurative private vorranno in qualche modo guadagnarci e ci faranno pagare più dello Stato. Infine il rischio sismico in Italia non è uguale a quello che si può avere in Francia e in Germania e nei fatti andrebbe sempre a ricadere per la gran parte sullo Stato; allora ogni ipotesi di fondo assicurativo è meglio che sia pubblica.
francesco zaffuto
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(immagine – “angoscia del futuro” cera e china © francesco zaffuto link Altre allegorie)
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atricoli collegati in queto blog Angoscia del futuro - terremoto in Abruzzo

giovedì 16 aprile 2009

Fermiamo la produzione dei cacciabombardieri JSF

16/04/09
PER GLI ULTIMI AGGIORNAMENTI
AL 20 maggio 09
VAI AL SITO DI
http://www.unimondo.org/Notizie/Italia-al-via-la-campagna-Stop-agli-F35-una-spesa-da-15-miliardi-di-euro

In questi giorni il governo italiano sta chiedendo al parlamento il parere positivo alla continuazione della produzione di 131 caccia bombardieri Joint Strike Fighters che impegneranno il nostro paese fino al 2026 con una spesa di quasi 14 miliardi di euro.Si tratta di una decisione irresponsabile sia per la politica di riarmo che tale scelta rappresenta, sia per le risorse che vengono destinante ad un programma sovradimensionato nei costi sia per la sua incoerenza (si tratta di un aereo di attacco che può trasportare anche ordigni nucleari) con le autentiche missioni di pace del nostro paese.In un momento di grave crisi economica in cui non si riescono a trovare risorse per gli ammortizzatori sociali per i disoccupati e vengono tagliati i finanziamenti pubblici alla scuola, all'università e alle politiche sociali, destinare 14 miliardi di euro alla costruzione di 131 cacciabombardieri è una scelta sbagliata e incompatibile con la situazione sociale del paese.Sbilanciamoci chiede al parlamento di dare parere negativo alla prosecuzione del programma, destinando in alternativa una parte delle risorse già accantonate a programmi di riconversione civile dell'industria bellica e agli interventi delle politiche pubbliche di cooperazione internazionale, che la scorsa manovra finanziaria ha tagliato di ben il 56%.Con 14 miliardi di euro si possono inoltre fare molte altre cose in alternativa. Ad esempio si possono contemporaneamente costruire 5000 nuovi asili nido, costruire un milione di pannelli solari, dare a tutti i collaboratori a progetto la stessa indennità di disoccupazione dei lavoratori dipendenti, allargare la cassa integrazione a tutte le piccole imprese.Il parlamento faccia una scelta di pace e di solidarietà; blocchi la prosecuzione del programma. Destini le risorse alla società, all'ambiente, al lavoro, alla solidarietà internazionale.

VAI ALLA PAGINA DEL SITO Sbilanciamoci per aderire all’appello

http://www.sbilanciamoci.org/index.php?option=com_content&task=view&id=986
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(immagine – “dopo la fine” acquarello © francesco zaffuto link Altre allegorie)

mercoledì 15 aprile 2009

Appello per il Teatro e la Musica Classica in TV

post del 15/04/09
(la lettera che segue viene inviata automamente da singoli o da gruppi che ne condividono il contenuto)
Al Presidente della Rai Paolo Garimberti
SEDE RadioTelevisione Italiana
viale Mazzini 14
00195 Roma

Lettera aperta
Promuovere un appuntamento fisso settimanale in prima serata, in uno dei canali televisivi, da dedicare al teatro e alla musica classica
Sig. Presidente,
Lei certamente ricorderà che la televisione italiana nei suoi primi anni di vita si fece promotrice del teatro e della musica classica. Oggi, inseguendo gli indici di ascolto, gli interessi della pubblicità, l’imitazione delle reti private, ha relegato gli appuntamenti con il teatro e la musica classica ad impegno marginale, sporadico e in tarda serata. La televisione pubblica, nella sua fase iniziale, pur dotata di minori mezzi, ci mise in contatto con autori di teatro classici e moderni, ci diede l’opportunità di conoscere grandi interpreti; ancora oggi certe vecchie registrazioni sono considerate un patrimonio culturale e costituiscono fonti uniche di documentazione relativamente a grandi interpreti.
I cittadini italiani possono certamente fruire del teatro recandosi nei teatri e fruire della musica classica recandosi nelle strutture esistenti; ma Lei ben sa che il nostro paese è formato da grandi città dove esistono teatri e luoghi per fruire della musica, ma anche da tante piccole città e piccoli paesi dove non esiste alcuna struttura. Il ruolo di promozione culturale della televisione per il teatro e la musica classica è estremamente necessario. Inoltre, Sig. Presidente, un appuntamento fisso per il teatro e la musica classica in televisione diventa promozionale anche per tutti coloro che lavorano nel teatro e nella musica classica e può portare ossigeno a settori che soffrono per limitati investimenti. Sicuramente un impegno in tal senso troverà collaborazione nel mondo del teatro e della musica classica; in termini di spesa potrà costare anche meno di certi spettacoli che attualmente vediamo in televisione; in termini di crescita culturale avrà ricadute notevoli sui giovani e sulla scuola; può mettere in movimento processi culturali imitativi tra i giovani. Gli indici di ascolto andranno gradualmente a salire; il gusto per la cultura si affina attraverso la fruizione della cultura stessa.
I cittadini che pagano il canone televisivo hanno il diritto ad almeno un appuntamento settimanale fisso in prima serata in una delle tre reti TV con il Teatro e la Musica Classica.
SICURAMENTE SI PUO’ FARE
SICURAMENTE E’ DOVEROSO FARLO
Cordiali saluti
firma nome e cognome indirizzo o denominazione gruppo
Il presente appello è riportato anche nei siti:
(immagine – “ invito a pranzo” china © francesco zaffuto)

mercoledì 8 aprile 2009

Angoscia del futuro - terremoto in Abruzzo


08/04/09


Non ci sono parole per descrivere l’angoscia di chi ha perso i propri cari e la propria casa. Giornali e televisioni si sprecano a descrivere il dolore visibile, ma il dolore invisibile dell’anima è enorme.
Ora è il momento dei soccorsi e della solidarietà.
Immediatamente dopo si debbono costruite delle strutture abitative in legno di soccorso e va iniziato un progetto di ricostruzione antisismica dell’Aquila che non cancelli la storia di quella città.
Ma quando il tempo sarà passato e si rincorreranno nel nostro paese nuove brutte notizie, esiste il rischio di dimenticare. Abbiamo dimenticato Messina, il Belice, Gemona, l’Irpinia. Questo ultimo disastro non dobbiamo dimenticarlo.
Il disastro dell’Aquila deve modificare la cultura degli italiani sulla casa di abitazione e sugli edifici pubblici. Deve nascere e consolidarsi la consapevolezza che abitiamo un paese a rischio sismico. Questa consapevolezza deve essere un preciso dovere per chi si dedica alla politica.
Chi acquista una casa è meglio che risparmi sulle mattonelle di abbellimento e spenda quello che c’è da spendere in materia di calcestruzzo e strutture di sicurezza
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Sul piano tecnologico dobbiamo migliorare le nostre tecniche prendendo esempio da altri paesi a tecnologia avanzata nel settore antisismico come il Giappone.
E’ necessario un piano di intervento antisismico che deve impegnare la politica del futuro con carattere di priorità; un impegno di lungo periodo che deve vedere la necessaria collaborazione di tutte le intelligenze tecniche e scientifiche.
Vanno effettuati controlli rigorosi in sede di progettazione edilizia e in sede di realizzazione.
Vanno combattuti gli aspetti di lavoro in nero che spesso sono prassi nel settore edilizio.
Sul piano della ricerca scientifica non devono essere sottovalutate le ricerche in materia di previsione dei terremoti più gravi (compresi gli studi del ricercatore Giuliani).
Un piano per l’Aquila e un piano di lungo periodo per tutta l’Italia. Un piano edilizio che non faccia perdere la bellezza e la storia delle nostre città, Ma la politica deve liberarsi dalla ignoranza, dalla corruzione e dalla speculazione.
francesco zaffuto
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(immagine – “angoscia del futuro” cera e china © francesco zaffuto link Altre allegorie)

martedì 31 marzo 2009

CHI CURA QUESTO BLOG



05/01/10

(immagine – “ritratto di francesco zaffuto 1979” matita © maria luisa ferrantelli)



Autobiografia bidimensionale di Francesco Zaffuto, curatore di questo blog

dimensione sintetica

Francesco Zaffuto, nato in provincia di Agrigento, nel 1948, risiede a Caltanissetta per tutta la giovinezza, si trasferisce a Milano nell’età matura, vive oggi in Monza.
Sociologo, ex insegnante di economia aziendale, ex sindacalista,
ha scritto alcune raccolte di poesie e alcuni drammi teatrali, informazioni sulle opere su
http://groviglidiparole.blogspot.com/ ; per le opere di pittura e consultabile il catalogo su http://cronachedicolori.blogspot.com/

dimensione allungata

Per quanto si possa entrare nei dettagli, narrare di una vita è sempre parziale.
Mi chiamo Francesco Zaffuto – sono nato a Grotte in provincia di Agrigento nel 1948. Mio padre Federico, frenatore delle Ferrovie dello Stato, e mia madre Vella Letizia, casalinga, riuscirono a tirar su dignitosamente una famiglia con quattro figli e il solo stipendio di mio padre in un dopoguerra difficile.
La mia famiglia si trasferì a Caltanissetta, agli inizi degli anni ’50, trascorsi l’infanzia e la giovinezza in questa piccola città del centro della Sicilia.

Debbo essere nato con problemi di salute, mia madre mi considerava un miracolato e ogni anno faceva un viaggio di ringraziamento a Naro nella Basilica di San Calogero. I problemi di salute li ho incontrati di nuovo a dieci anni, ho rischiato di passare all’altro mondo per difterite.
Della mia vita di bambino ricordo soprattutto le persone più grandi di me: mio padre ferroviere che si alzava di notte per andare a lavorare, il suo intrattenersi a giocare con me e il suo portarmi al cinema; mia madre che mi elevava alle riflessioni religiose portandomi spesso in chiesa e conducendomi a tutte le processioni; le mie sorelle Rosalia ed Elvira e in particolare Venera a cui io raccontavo tutte le cose che mi passavano nella mente di bambino; la nostra padrona di casa, una cara vecchina Giovannina Giammorcaro, che mi raccontava racconti buffi e storie miste di realtà e mistero; il maestro Taibbi delle elementari che aveva una straordinaria capacità di insegnare.
Quelli che consideravo eventi importanti erano: l’andare al mare con mia madre a Porto Empedocle; l’andare a Grotte in campagna dai miei cugini e riuscire a meravigliare mia cugina Anita costruendo dei giocattoli di cartone.
E' l’evento della morte che segna la fine della mia fanciullezza: avevo undici anni quando vidi morire quella vecchina che mi raccontava le storie e dopo meno di un anno vidi morire mia madre. Mentre l’ipotesi di morire io stesso di difterite l’avevo percepito come uno strano possibile viaggio, la morte degli altri ora la percepivo come un assurdo incomprensibile, percepivo l’assenza e sentivo dentro un specie di rabbia.

Inizia la lunga adolescenza, gli innamoramenti, l’incapacità di rapportarmi con una donna. Dipingo e scrivo poesie; ma rimango costantemente impelagato in tante altre cose. Mi iscrivo all’azione cattolica, ma il rapporto con la religione non fa che aumentare i miei dubbi e l’ansia di ricerca. Ho un breve rapporto con il teatro e la recitazione, trovo quell’esperienza affascinante; ma nel contempo vengo risucchiato dal cosiddetto reale sociale.
Tra il ’67 e ’68 c’è qualcosa nell’aria che pare avvolgerti, il palcoscenico della Storia, dove si recita senza un copione. Una specie di sogno realizzabile: il socialismo, il comunismo, una società senza classi, un mondo felice.
Completo gli studi prendendo il diploma di Ragioniere e vado iscrivermi alla facoltà di Sociologia di Trento, è il 1968.

Nel 1968 Caltanissetta, insieme a un gruppo di amici, fondiamo quella che chiameremo Lega Antiautoritaria; cosa siamo, non si capisce bene, forse anarchici, forse marxisti, certo è che riusciamo a fare delle lunghissime discussioni. Dopo quelle lunghissime discussioni, accompagnate da manifestazioni e documenti, in molti decidiamo di diventare marxisti leninisti filocinesi.
Finisco di scrivere la raccolta di poesie Vento da queste parti, la sto pubblicando, poi abbandono; c’è quel grande groviglio di cose da fare che diventano sempre più importanti.

Dal ‘69 a ’72 conduco una specie di rivoluzione fantasiosa insieme ai marxisti leninisti in Sicilia; attraversiamo le campagne con grandi bandiere rosse, raccontiamo un sacco di cose a cui crediamo noi stessi; per questa qualità del crederci riusciamo ad essere convincenti ed ad aumentare i seguaci. Manifestazioni, comizi, incontri, riesco a raccogliere un cospicuo numero di denunce che si trasformeranno in successivi processi; non fatti sovversivi ma parole, manifesti in divieto di affissione, eccessi verbali come richiami all’insurrezione e offesa al Presidente della Repubblica, quanto basta per ricevere alcune condanne e rischiare di finire in prigione non per la rivoluzione ma per l’immagine della rivoluzione. Qualche dubbio mi coglie, ma la posizione che rivestivo di segretario provinciale del gruppo seppellisce i dubbi che stavano sorgendo, perché c’è tanto da fare e i dubbi si possono rinviare per un’analisi successiva. Ci sono sempre cose più importanti da fare, e sempre per i marxisti-leninisti filocinesi mi trasferisco a Milano, vado a lavorare al giornale e curo gli articoli di economia del giornale di partito “Servire il popolo”; gli anni dal 72 al 74, scorrono velocissimi.

Sul finire del 1974 mi sembrava che il miraggio del comunismo si fosse allontanato e che la rivoluzione si rivelava schizofrenica. Il movimento non si espandeva più sul piano del consenso e si manifestavano due dati tragici: da un lato una Cina che rivela tutte le contraddizioni di una rivoluzione culturale enfatizzata e al tramonto ( non era facile comprendere quello che era accaduto a Lin Piao e alla cosiddetta banda dei quattro); dall’altro lato quello che accadeva in Italia, alcuni gruppi, come le Brigate rosse che si professavano di fede marxista-leninista, avevano puntato sull’accelerazione della Storia con una incomprensibile lotta armata. Il sogno fatto di parole cominciava a rivelarsi vuoto nei contenuti e tragico nelle conseguenze. Un fatto contingente mi fa lasciare Milano, non posso più rinviare il mio servizio di leva militare.

Nel ’75, durante il servizio militare, comincio a riorganizzare i miei esami per completare la laurea in sociologia, ma vado riorganizzando anche i miei pensieri e incontro Tolstoi con la lettura di Guerra e Pace; attraverso quelle pagine comprendo che eravamo tutti dentro un desiderio e dentro la tragedia della Storia. Nel ’76 ritorno a vivere a Caltanissetta, inizia per me un periodo di riflessione profondo che mi allontana definitivamente dal marxismo-leninismo come verità indiscussa. Anche questa volta incontro la morte, quella di mio padre; la mia reazione alla morte è diversa, non più assenza e rabbia, ma una grandissima nostalgia degli affetti e del passato.

Nell’ottobre del ’76, con un po’ di ritardo per la parentesi politica, mi laureo il Sociologia con una tesi dal titolo “La questione meridionale nelle ipotesi dei gruppi marxisti-leninisti”.
Alla fine del ’76 ritorno di nuovo a Milano ma questa volta per cercare un lavoro. Collaboro alla redazione del Dizionario enciclopedico delle opere della Bompiani e comincio ad accettare alcune supplenze nella scuola. Gli anni che vanno dal 76 al 79 sono per me anni di ripensamento e di riflessione, porto a compimento due raccolte di poesie (Scritti Selvaggi e Alla ricerca di un dopo), comincio le altre due raccolte (Canto alla terra e Ascoltando) che completerò successivamente. Sono consapevole di avere fatto delle scelte politiche poco meditate e non intendo ripetere errori; mi rivolgo allo studio della Storia e della politica sotto il riflesso sociale e umano, incontro un autore come Solženicyn che mi permette una riflessione profonda sugli orrori dello stalinismo.

Gli anni tra il ‘78 e l‘80 sono anni importanti sul piano affettivo, conosco Maria Luisa che diventerà la mia compagna e nascono i miei due figli Dafne e Federico, non mi aspettavo una così grande fortuna dalla vita.
Il mio lavoro come insegnante comincia a stabilizzarsi dopo anni di precariato: insegno Ragioneria, e anche se la Ragioneria mi piace poco come materia mi impegno al massimo per insegnarla bene.
Mi interesso alla mia professione di insegnante e insieme ad un gruppo di docenti di Milano partecipo nel 1988 alla fondazione della GILDA degli insegnanti. Per più di venti anni, oltre alla scuola e alla famiglia, mi dedico all’Associazione GILDA degli insegnanti rivestendo in alcuni di anni l’incarico di coordinatore provinciale o regionale. Negli spazi solitari mi dedico sempre alla pittura, alla poesia e a scrivere alcuni appunti di un trattato sulla libertà (trattato che ancora oggi taglio e riscrivo e non so se riuscirò a portarlo a termine prima di lasciare questo pianeta).

Passano alla velocità della luce trenta anni, mi accorgo che i peli della barba sono diventati bianchi, che sono più stanco quando faccio le cose: decido di andare in pensione. Cosa fare da vecchio? Si cade subito nel regime degli ex: ex politico, ex insegnante, ex sindacalista. Ma voglio solo continuare a studiare, scrivere qualcosa e dipingere. E’ il 2007, ho appena preso la decisione di andare in pensione, e incontro ancora una volta la morte.
Questa volta l’incontro con la morte è terribile: è la morte di mia sorella Venera per sindrome di Lyell dopo 58 giorni di feroce agonia e tutto a causa di un medicinale di nome “Allopurinolo”; mia sorella era una persona poco fortunata che aveva avuto ben poche cose dalla vita e la sua vita si concludeva con una morte atroce. .
Mi assale un senso della precarietà del tempo e dell’assurdo della vita stessa che ancora mi pervade. Per lenire quella tragedia ho fatto ricorso alla tragedia: tra il 2008 e il 2009 scrivo quattro drammi teatrali: Il potere e la sua ombra, STORIA DI UN NIÑO, La vacanza, Salvare qualcosa; ancora oggi sono perseguitato da un dramma sulla “sorte” che non ho finito di scrivere.

Sempre nel 2009 ho iniziato ad affrontare il dramma della comunicazione. Con chi parlare? Solo con pochi amici che ogni tanto raramente incontri? I blog sono come la bottiglia di un naufrago lanciati nell’oceano di internet; ma forse possono servire come diario di bordo per gli ultimi anni di navigazione di questa mia vita.

Nella mia vita ho incontrato amici, di cui potrei parlare diffusamente per la loro preziosità e per l’importanza che hanno avuto nel dialogo dell'esistenza. Sarebbe necessaria una terza parte di questa autobiografia in modo che anche gli "altri" si venissero a collocare nella loro dimensione sostanziale; una necessaria tridimensione, quella che trasforma la vita in Storia umana; spero in futuro di riuscire a darne qualche traccia. Se qualcuno è arrivato a questo punto di conclusione delle mie note autobiografiche posso veramente dire che si è trattato di un raro miracolo, non posso che caramente salutarlo.
francesco zaffuto